Dal nostro inviato nel mondo d'oggi
Cartolina dalla Provenza
di Roberto Alajmo
(illustrazione di Gastone Mencherini)

Caro Caffè. La prima volta che ne ho visto uno non l'ho neanche riconosciuto. Cioè: ho ravvisato qualcosa di familiare, le foglie le avevo già viste. Ma l'albero no. Allora ho chiesto a chi mi accompagnava che specie fosse, e lui mi ha risposto: un ulivo; aggiungendoci un'occhiata interlocutoria per assicurarsi che non stessi scherzando. Davvero provenendo dalla Sicilia non ero in grado di riconoscere un ulivo? Il fatto è che mi trovavo in Provenza, e gli ulivi provenzali sono molto diversi da quelli siciliani. Quelli dell'isola sono tormentati, tortuosi fino al pirandellismo, anche quando non arrivano alla perversione incestuosa dell'olivastro. Quelli provenzali invece sono dritti come cipressi, tutti belli pettinati, come fossero appena usciti da un salone di coiffeur. A vederli così beneducati viene un istinto che è allo stesso tempo di ammirazione e di rigetto. Non voglio dire che il vero ulivo è questo o quello: ma certo è spiazzante trovare la stessa pianta, con le identiche foglie, che dà i medesimi frutti, somigliare così poco a se stessa. L'ulivo provenzale sta a quello siciliano come il dottor Jackyll sta a mister Hyde. Uguali e diversi. Uguali e diametralmente opposti.
Anche nella maniera di stare nei campi: gli ulivi provenzali rispettano la fila con educata rassegnazione. Quelli siciliani invece sembrano non accettare alcuna geometria, né orizzontale né verticale.
Epprue, in mezzo c'è soltanto un piccolo mare che non cambia nome da sponda a sponda. Si dice Mediterraneo e si immaginano pochi ma significativi ingredienti comuni. Grano e ulivo, soprattutto. Pane e olio. Ingredienti di base per una civiltà comune per modo di dire, perché è pur sempre frutto di una koinè. Ma almeno gli ingredienti-base uno si immagina che debbano somigliarsi. Invece no.
Invece succede che specchiandosi da una parte all'altra del mare, gli ulivi si trasformano. Le cose si trasformano radicalmente. La Provenza è ordinata, organizzata, sintetica, romantica come un campo di lavanda. I singoli paesini hanno una coerenza urbanistica e architettonica, sconosciuta per tutti i sud di questo che pure è un sud.
La pietra di cui sono fatte le montagne possiede gli stessi colori e la stessa consistenza, ma allo stesso tempo ha qualcosa di più morbido nella matura di ricevere la luce, come se persino la pietra volesse intonarsi alle facciate delle case e alle tovaglie in tinta pastello. O forse è proprio la luce, che nel sud della Francia acquista una gentilezza sconosciuta, sull'altra sponda.
La trasparenza dell'aria fa venire voglia di trasferirsi in Provenza e reimpostare la propria esistenza su basi differenti, in maniera più rilassante. Uno arriva e subito, fin dal primo giorno pensa: che bello sarebbe vivere qui. E anche il secondo giorno pensa: che bello vivere qui. E anche il terzo, il quarto giorno: che bello vivere qui. Al quinto giorno, però, comincia a pensare: che palle vivere qui.
Ripeto: non è che questo sia un Mediterraneo peggiore di quello. Ma sono abissalmente diversi, e se sei abituato al caos dell'uno, difficilmente potrai adattarti all'ordine dell'altro. Rappresentano le due facce del medesimo sistema, come l'inferno e il paradiso, che fanno capo a un unico amministratore di condominio. Diceva qualcuno: fermo restando che tutti vorremmo finire in paradiso, è all'inferno che si conoscono le persone più interessanti.