Dossier Corrado Alvaro

 Illustrazioni di Lido Contemori

 

Incontro a vallerano con l'autore di  «quasi una vita» e «dell'uomo è forte»

Colui che ascoltava

di Nino Borsellino 

 

Non so se dedicandomi a più riprese all’opera di Corrado Alvaro e anche alla sua biografia politica tra fascismo e antifascismo ho saldato un debito che avevo contratto con lui in un tempo lontano. Era l’estate del ’52, avevo ventitré anni e dovevo laurearmi da lì a qualche mese. In ritardo, stando alle regolari scadenze universitarie; ma lavoravo allora in un’azienda pubblicitaria, e proprio quell’impiego mi consentiva di continuare a vivere e studiare da emigrato qual ero dal profondo sud. Redigevo testi e slogan per una campagna di promozione in stoffe da arredamento, tovagliati e biancheria per corredi da sposa e perfino intima, di una fibra tipicamente italiana, la canapa, coltivata soprattutto nelle campagne del ferrarese e del casertano maleodoranti in fase di macerazione della pianta. Era usata tradizionalmente per ruvide tele, ma consorzi e associazioni di agricoltori e industriali ne sostenevano un più raffinato impiego non so dire con quale esito. Li chiamavano a quell’epoca «carrozzoni», come dire imprese senza vantaggio pubblico ma certo a vantaggio della pletora degli addetti (a che cosa?) che raccoglieva, e me tra quelli. La nostra pubblicità inventava inediti richiami con dimostrazioni girovaghe con un bel carrozzone in senso proprio simile a quelli poi utilizzati per la propaganda elettorale, ma alla terrazza del Pincio, a Roma, si fece qualcosa che volle stupire: l’atterraggio di un elicottero e lo sbarco di hostess seducenti e forse convincenti per la vendita. A me si chiedeva di procurare collaborazioni di prestigio, fare interviste, scrivere articoli e soffietti per giornali di moda (con pseudonimi preferibilmente femminili), e perfino sceneggiature o soltanto tracce di sceneggiature per inserti spettacolari, da gran varietà e cortometraggi cinematografici.

Fu uno di quei «corti» a condurmi da Alvaro, alla sua casa di campagna a Vallerano nella Tuscia. Si voleva ottenere l’avallo di una firma autorevole poiché al filmetto si attribuivano qualità creative. A me venne in mente Alvaro. Avevo trovato tra i libri e le riviste conservati in ditta alcuni numeri della patinata «Civiltà fascista» di Giuseppe Bottai con i servizi alvariani, di cui lo scrittore si disse fiero piuttosto che pentito quando gli furono rimproverati alla caduta del regime, sulla bonifica delle Paludi Pontine e i nuovi borghi dei contadini veneti immigrati a coltivare quelle terre risanate. Fu una proposta accolta con entusiasmo. Ma come raggiungerlo in campagna dove, come seppi, nella calda stagione si era trasferito? Un saggista d’ingegno che meriterebbe di essere più ricordato, Ferdinando Virdia, buon amico di Alvaro e mio affettuoso cugino, mi assicurò che sarei potuto andare a trovarlo al casolare di Vallerano senza preavviso. Il boom dei telefoni e meno che mai dei telefonini non era ancora scoppiato; e la via Cassia era una strada stretta, tortuosa e mal pavimentata. Insomma, partii di buon mattino in decappottabile con autista e con un anziano collaboratore dell’azienda, un colonnello in pensione che si sentiva solidale con lo scrittore come ex combattente anche lui nella prima guerra mondiale. Contavamo di arrivare prima di pranzo, invece un guasto lungo il tragitto ci fece ritardare fino alla controra. Fummo accolti nonostante tutto cordialmente e fu superato presto per la buona accoglienza il nostro imbarazzo. La signora Laura calmò il nostro digiuno con pane e pecorino e vino ruspante forte e autentico. Lei fu materna con me e lui incuriosito come sempre era quando faceva nuovi incontri e nuove conoscenze. Fu, come si sa, un reporter d’eccezione, e le sue tante corrispondenze di viaggio in Francia Germania Turchia Russia e dagli itinerari italiani conservano la memoria delle sue qualità di osservatore, della penetrazione immediata delle realtà nuove con le quali entrava in contatto: società individui costumi. Diceva – cito a mente – che la comprensione del nuovo scatta alla prima impressione; l’idea poi resta quella, raramente smentita. Anche il suo diario intimo o libro segreto Quasi una vita, che volge quello sguardo su se stesso oltre che sugli altri, registra molte tracce della sua prima attenzione che introduce all’esplorazione.

Durante quella visita volle sapere qualcosa di più di me. Seguendolo su per le scale al piano superiore, nella stanza in cui aveva distribuiti i libri della sua biblioteca di campagna, gli dissi che quell’anno mi sarei laureato con Natalino Sapegno e con una tesi su Alfieri lirico. La sua simpatia crebbe. Quella mia resistenza di scudiero dei classici protratta in fuori corso e fuori dal recinto universitario lo incuriosiva, e anche di più la scelta di Alfieri che mi dislocava dalla Calabria dello Stretto e dell’Aspromonte, nostra patri comune, alle Alpi dell’aristocratico e “spiemontizzato” poeta, allora oggetto di interpretazioni controverse, tra il giudizio giacobino del mio maestro aostano sul politico, prima filo poi miso-gallo, e quello tanto intrigante in chiave psicocritica – sia detto sbrigativamente – del biellese Debenedetti, entrambi d’ascendenza gobettiana, dall’alfierista a sua volta Gobetti. Accettò l’invito di visionare il  «corto» e, qualche giorno dopo andai a prenderlo con la stessa automobile, lui e la moglie, per accompagnarlo all’Istituto Luce. Temetti il peggio avendo già constatato l’insulsaggine del prodotto. Invece Alvaro consentì di ritoccarlo e mettervi la firma e per un compenso quasi irrisorio, meno di quello che percepiva per un articolo dal quotidiano «La Stampa», aggiunse sorridendo. Fu soltanto simpatia o anche solidale, paterna, benevolenza? Guardavo quel suo volto terragno che Pancrazi paragonava a un pugno chiuso che però nel bel ritratto di Guttuso si apre facendosi scrutare.

La sua fisionomia non mi ricordava quella di mio padre – la breve distanza tra isola e continente, tra la Sicilia dell’uno e la Calabria rocciosa dell’altro, resta impresa nel viso. Ma pensavo a lui, suo coetaneo con il carico di una prima guerra in trincea e quello di un disagio civile controllato frenando lo sdegno e il cruccio verso se stessi fino al termine della seconda guerra, sentimenti comunque compensati da una solidarietà familiare e complicità di amicizie che il totalitarismo in versione italiana non aveva alterato fino a guastare i rapporti di convivenza più elementari, prioritari. Mi attardo sulle impressioni di allora perché le riflessioni postume che ho intrecciato introducendo una ristampa Bompiani 1994 di Quasi una vita mi sembra le confermino e di più un libro apocrifo ma nella sostanza autentico: Cesarino. L’originale e il ritratto (Iriti editore, Reggio Calabria, 2004) dedicato al figlio Massimo, morto nel marzo del 1994 dalla sua compagna Lucrezia Francavilla. Una scelta di testi paterni che sta a specchio di ricordi e testimonianze di un figlio riservatissimo quanto il padre, mi ha dettato alcune considerazioni e anche confessioni a partire dalla visita a Vallerano del ’52 sulla quale ancora indugio (Padre e figlio. Memorie dei due Alvaro in premessa di quel volume), aggiungendo le ragioni del mio disagio. Speravo che quei dieci minuti di pubblicità cinematografica con pretese incantatorie (la favola di una metamorfosi della canapa da fanciulla in pianta!) passassero inosservati o almeno senza conseguenze per la dignità dello scrittore. Invece il cortometraggio fu associato a un capolavoro del grande Chaplin, Limelight, ovvero Luci della ribalta, fu visto e rivisto e Alvaro si procurò – cito da quel mio ricordo – una lezione di morale impartitagli da un periodico che non gli era per principio avverso, «Lo spettatore italiano» di Elena Croce e Raimondo Craveri.  Si suppose che uno scrittore di riconosciuta moralità avesse scambiato il suo prestigio intellettuale con chissà quale vantaggio pecuniario. Lui tacque; forse non era credibile quella fortuita intesa con un giovane imprevidente che d’allora in poi si sentì colpevole e si nascose al suo sguardo. Infatti, non andai a trovarlo nella sua casa romana di vicolo del Bottino in piazza di Spagna, dove, mi aveva detto, mi avrebbe con piacere rivisto. Non riuscii neppure dopo la sua morte nel giugno del ’56 a mantenere l’impegno che avevo preso di compilare per il Dizionario biografico degli Italiani della Treccani la voce che ormai gli spettava di diritto come agli altri celebri defunti. Vi provvide – e fu la mia uscita di sicurezza – lo stesso Virdia, apprezzato autore di più saggi alvariani.

Passarono da allora molti anni prima che cominciassi a parlare di lui, e di più a scriverne, e sempre conservando una duplicità d’immagine, della sua paternità ma anche della sua filialità. Vita col padre. Pirandello nello specchio di Alvaro ho intitolato un mio saggio del ’97. Il figlio era lui. Il maestro suo, di Bontempelli, poi di Sciascia che dedicò il suo ultimo scritto a Pirandello, mio padre, si specchiava in quei figli elettivi con il segreto del suo «pudore» o del suo «candore» e anche della sua inconciliabile dissociazione tra arte e politica. La vicinanza al più grande drammaturgo del tempo doveva essere in ragione della semplicità dei suoi tratti umani (tanto più in lui che era tacciato di cerebralismo) emozionante piuttosto che inquietante. Ma con una virtualità animistica avvertita anche post mortem, quale ci trasmettono le pagine incomparabili sempre per capacità di penetrazione narrativa e critica che Alvaro dedicò alle ultime ore di Pirandello, poi stampate come introduzione alle Novelle per un anno. Al confronto quelle che riserva nel suo diario intimo, in Quasi una vita, al periodo trascorso a Berlino nel ’28 in compagnia dello scrittore in volontario esilio e di Marta Abba, la sua pupilla, sembrano scritte in presa diretta e testimoniano di una confidenza che gli dettava annotazioni perfino divertite. Alla signora Stresemann, moglie dello statista premio Nobel per la pace, il nostro futuro premio Nobel per la letteratura, richiesto di un’idea per un travestimento carnevalesco stile 1950, dà un consiglio non si sa se irriguardoso o galante: «Una maschera, i guanti, e per il resto nuda».

Non si divertiva, però, Alvaro viaggiando e scrivendo. Ovvero, il suo divertimento si concentrava nell’osservazione, spesso attratta da dettagli di una parola o di un gesto rivelatori di una condizione più che individuale politica e sociale. L’uomo è forte è la sua opera più cupa, ed è ovvio. Traduce in narrazione romanzesca i dati che aveva colto nel suo viaggio nella Russia sovietica e raccolto in I maestri del diluvio, la Russia dei processi staliniani che diventa nel romanzo un paese senza nome. Ma l’identificazione è ovvia, anche se la si è voluta cancellare spacciandola per allegoria di un paese immaginario. Era stato il primo a rappresentare la tetraggine di quella società del sospetto e della paura, eppure preferì non vantarsene. Al romanzo ho dedicato un’ultima lettura alvariana con l’introduzione a una sua recente riedizione (Ilisso-Rubettino editori, 2006) ancora col pensiero di un risarcimento filiale. Il libro ha avuto molte ristampe e il successo che gli era dovuto. Ma la critica non volle dargli il peso politico che era evidente o addirittura lo stroncò. Era uscito nel ’38, e si insinuò che volesse guadagnare la benevolenza del regime. Invece Alvaro rispondeva solo a se stesso. Non simulò, come tanti scrittori artisti intellettuali suoi contemporanei il suo dissenso, piuttosto lo nascose. Ma nel marzo del ’45 nella rivista «Aretusa» rese pubblica con una Lettera al figlio quella sua resistenza passiva durata vent’anni. La letteratura, l’assiduità quotidiana del suo mestiere di scrittore, aveva salvato la sua dignità anche di uomo. Massimo, il suo unico figlio, col passare del tempo lo risarcì con i suoi ricordi vincendo la remora del riserbo, che era anche del padre, lo stesso riserbo che ebbe anche nei confronti di incomprensioni e malevolenze. Non era debolezza o rinuncia la sua; era la virtù classica della temperanza, ovvero in tempi difficili della resistenza della letteratura.