trent'anni dopo

 

 

Paghiamo caro, paghiamo tutto

 

di Stefano Chiodi e Andrea Cortellessa

 

 

Sono rimasti sorpresi in molti dall'enfasi con la quale, sin dall'inizio di quest'anno, i media e in particolare i giornali italiani hanno sbattuto in prima pagina il mostro, anche se ormai vecchio d'un trentennio, del Settantasette. E invece bisognava aspettarselo. Se non fu la sognata scalata al cielo, la cascata del Movimento defluì infatti in una più prosaica — ma a ben vedere non meno rivoluzionaria, anche se certo non nel senso sperato — scalata all'etere. Nel giugno del '76 la sentenza della Corte Costituzionale sulla "libertà d'antenna" poneva le basi per la guerriglia semiotica che l'anno dopo condurranno le radio "libere". Ma si rende nello stesso momento possibile anche un altro fenomeno, quello delle televisione "private" (le due aggettivazioni sono quanto mai eloquenti), che avrà crescita più lenta ma incidenza ben più macroscopica. Sino a condizionare in profondità la storia italiana degli ultimi anni. Quella scalata si poté fare proprio sulle spalle dei tanti guerriglieri semiotici in disarmo, dei mille indiani che avevano sepolto l'ascia di guerra. E che oggi affollano le redazioni di tutti i media italiani.

Sono dunque gli stessi reduci che si autocelebrano. Anche se per lo più, con paradosso forse squisitamente settantasettino, autoprocessandosi. Perché è stato questo il tono delle ricostruzioni che hanno egemonizzato i giornali delle ultime settimane. Come se — traducendo i mille fuochi di quel tempo ricco e strano in una sola, monocorde colata di piombo e sangue — ci si volesse liberare per sempre, una volta per tutte, di quel passato scomodo. Le eccezioni si sono contate sulle punte delle dita. Venute, negli ultimi anni, per lo più da artisti e scrittori. Il Guido Chiesa di Lavorare con lentezza, che nel 2004 ha raccontato per immagini la Bologna di Radio Alice. Lo Stefano Scodanibbio che l'estate scorsa ha portato in scena in Germania e in Italia la sua opera musicale Il cielo sulla terra, realizzata con la collaborazione di un filosofo come Giorgio Agamben e un artista come Gianni Dessì. ll Luca Rastello che col suo frammentario romanzo autobiografico Piove all'insù è stata la maggiore sorpresa letteraria del 2006. E primo in questa filiera il Marco Belpoliti che nel 2001 ha raccontato il Carnevale a Bologna nell'ultimo capitolo del suo libro Settanta.

Così, a noi che per ragioni se non altro meramente anagrafiche reduci non ci possiamo certo definire, è venuto in mente che bisognasse guardare con occhi diversi a quell'anno di tredici mesi (dalle occupazioni di febbraio al marzo del '78: via Pani, Quaresima che pose brusca fine a ogni Carnevale). Spostando gli occhi dal piombo —senza affatto volerne alleggerire il peso s'intende — ai mille colori di artisti e scrittori, appunto: in una rivoluzione che fu essenzialmente linguistica («W la retorica», recita ironico uno dei graffiti fotografati da Renato Donati sui muri dell'Università da Bologna: prezioso giacimento di immagini qui per la prima volta a stampa). Questo duplice fronte di intervento, politico e linguistico, era del resto esplicitamente teorizzato dai gruppi che predicavano la trasformazione dal basso, a partire appunto da una rivoluzione delle forme, della comunicazione, dei linguaggi. E il sogno poetico e visionario di Radio Alice, come notava a caldo Umberto Eco. Scoperta archeologica che ha messo in moto tutto il resto — stele di Rosetta dei linguaggi del Movimento — il fortunoso recupero di Alice disambientata: non-libro a più voci degli studenti DAMS che l'anno dopo, nel '78, metteva assieme il loro strambo professore di inglese, Gianni Celati, con la complicità di Elvio Fachinelli.

 

In questo e in un prossimo numero del «Caffè Illustrato», con le immagini e le parole di arti­sti di allora e di oggi — Tano D'Amico, fotografo-poeta che nelle sue immagini seppe tenere insie­me la violenza e il suo inverso; Giuliano Scabia, poeta-teatrante che "animò" di invenzioni colori e fantasia le strade di quella Bologna —, cerchere­mo di raccontare, allora, una storia minimamente diversa. Facendo il contropelo a una vulgata cupamente eroica, o meramente criminale, che non fa onore né al Movimento né a chi lo avversò.

 

In fondo non faceva nulla di diverso, allora, il Celati di Alice disambientata: decostruendo un periodo storico considerato compatto e coeso — l'età vittoriana — con inesauribili linee di fuga. Scavando discontinuità colme di speranza. Questo è il nostro stesso compito: disambientando il 1977 come lui disambientava il 1860. Se è vero che, come ha scritto Marco Revelli, ci fu »molto più futuro sociale nel '77 che nel '68», è perché il futuro — a cercarlo nel passato — non è mai dove ce lo si aspetta. E se davvero ne troviamo, almeno una pagliuzza, nel tempo che per morto ebbe quello punk no future vuoi dire che, in fondo, loro avevano davvero torto.

Per fortuna.