Fosse Ardeatine: la parola agli scampati, ai testimoni e ai congiunti delle vittime

 

 

L'ordine è già stato eseguito

 

di Massimo Raffaeli

 

 

Neppure ad Auschwitz è così, dove almeno il vento dilaga in spazi apertissimi e se ne avverte il fruscio sulle grandi betulle. Chiunque sia stato nella cripta delle Fosse Ardeatine vive invece l'esperienza dell'asfissia, della totale assenza d'orizzonte, di una costrizione psicofisica che nemmeno il lutto pluridecennale riesce ad alleviare.

Il luogo somiglia a una profonda ferita che nulla sembra poter rimarginare. E' noto che il 24 marzo del 1944, a seguito dell'azione partigiana in via Rasella contro una colonna tedesca, i fascisti dell'Urbe (rastrellandole per strada, prelevandole da Regina Coeli e via Tasso) consegnarono ai nazisti 335 persone (oppositori politici, ebrei, comuni cittadini) che furono passate per le armi all'ingresso di una cava sull' Ardeatina: l'infame rituale comportava che ogni prigioniero salisse sul cadavere dell'altro prima del colpo alla nuca in modo tutti quanti si impilassero nel più esatto ordine teutonico; officiava Kappler, comandante della piazza di Roma, ed era suo assistente, avendo anche il compi­to di spuntare i nomi sulla lista, quel Priebke, ufficiale delle SS, arrestato quarant'anni dopo in Argentina, estradato in Italia, processato da un tribunale militare e infine condannato a una pena che tuttora gli permette, nei giorni di bel tempo, di effettuare sotto scorta ossigenanti passeggiate per i prati di Villa Borghese. Tutto ciò non succede per caso: una vulgata longeva (con venature qualunquiste, oggi si dice revisioniste prima che apertamente neofasciste) tende infatti a trasferire la responsabilità del massacro sui patrioti del Gap di via Rasella, un gruppo formato tra gli altri da Roberto Bencivegna, dalla leggendaria Carla Capponi e dal futuro storico della letteratura Carlo Salinari: secondo tale stereotipo (una classica "falsa notizia" nei termini in cui ne parlava Marc Bloch) costoro non si sarebbero presentati al comando tedesco dopo l'immediata intimazione, avvenuta con tanto di pubblico manifesto, lasciando così adito alla rappresaglia. Il manifesto, in realtà, non venne mai affisso perché non esisteva: i tedeschi ne esposero invece un altro, il giorno dopo, la cui clausola non poteva ammettere dubbi.

E' la stessa che dà il titolo al libro di Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, che Donzelli ripubblica a sette anni di distanza dalla prima uscita. Premesso che né molti né cospicui risultavano i precedenti contributi sulle Fosse Ardeatine (a parte il vecchio reportage di Robert Katz, Morte a Roma, o sequenze di repertorio a firma di Luchino Visconti sul processo e l'esecuzione del questore Caruso, sul linciaggio nel Tevere di Carretta, già direttore di Regina Coeli), è comunque difficile parlare del libro di Portelli perché bisogna leggerlo direttamente e bisogna sul serio che siano in molti, specie i più giovani, a farlo. (Basti dire, per quello che conta, che a chi scrive, in quasi trent'anni di critica letteraria, ben di rado è capitata in mano un'opera di impatto così forte, vale a dire un lavoro tanto rigoroso nella ricerca delle fonti e dei documenti quanto originale e diretto nel taglio espositivo). Traghettate dal passato in uno schema elicoidale che si avvolge, squarciandola, nella tenebra dell'eccidio, parlano nel libro di Portelli le voci essenziali dei congiunti, dei testimoni e degli scampati; essi violano il grigio e la polvere dei documenti: non c'è quasi mai il risentimento né il rancore nella loro voce, semmai c'è un'ansia di giustizia e verità cui il tempo non ha saputo corrispondere se non nei modi dell'indifferenza o, talvolta, della cinica contraffazione.

Sono come voci di un coro greco che parlano a noi, nudamente si rivolgono a noi e ci chiedono conto di una memoria, nientemeno ci interrogano su senso e destino del nostro presente. Una sola riga può redimere le vittime dall'annientamento silenzioso che i nazisti volevano per loro. Ad esempio Beniamino Raffaeli, nato a Castelplanio di Ancona nel 1904, carpentiere, comunista e giudeo, detenuto in via Tasso: di lui non rimane altro che una semplice nota anagrafica. Era il cugino di mio nonno Francesco, di lui non si sa altro e io non ne so altro se non che torna, ad ora incerta, nei miei pensieri.