«E i romani che se ne vanno al mare e ostia diventa un carnaio »

 

Mattina in città

 

di Matteo Nucci

(disegni di Lara Quattrini)

 

 

 

L’uomo saliva lungo il sentiero. Si sentivano bene le macchine che correvano poco lontano, lungo la strada. Dietro, la grande collina declinava nella valle e si perdeva in un bosco di pini, poi in un intrico di canne, per risalire verso l'orizzonte, coltivata a fieno, sotto le due case rossastre, piccolissime. L’uomo respirava l'aria frizzante del mattino con sospiri profondi come se volesse assaporare ogni odore o volesse godere del profumo della rugiada. Era un mattino fresco di fine giugno, il cielo era bianco ma la cappa di afa che aveva soffocato la città nei giorni precedenti era come scomparsa e l'uomo continuava a salire a grandi passi, quasi senza fatica. Comparve il cartellone pubblicitario con su scritto Horti di Veto e la casa cantoniera che segnava l'angolo fra la grande strada e la discesa che attraversava i campi. L'uomo voltò dietro il cartellone.

Poco traffico. La festa romana. Potevi andartene al mare anche tu, più tardi? Una volta lo facevi ma ora non è il momento di pensarci. Hai smesso di prendere l'ultimo autobus. Questo è quel che conta. L’avevi detto che un giorno sarebbe successo. Tornare a svegliarsi presto, aprire le finestre, guardare fuori la strada silenziosa e anche il vecchio del palazzo di fronte dorme ancora. Il caffè in mano, lavarsi, vestirsi, scendere giù: aspettare il primo trenino e via. E ora non prendi l'ultimo autobus e l'avevi promesso. Eri sicuro che prima o poi ce l'avresti fatta. Non fatichi neppure. Negli ultimi giorni, con l'afa che stringeva in una morsa la città, pensavi che avresti dovuto smettere subito e invece no. Vedi come vanno le cose. La fortuna bisogna anche meritarsela. E tu l'hai cercata e te la sei meritata e il fresco è tornato in una notte. Ti sei anche dovuto alzare per accostare le persiane ché il vento entrava forte e quasi avevi bisogno di coprirti. Adesso la mattina è senza sole e senza afa, con l'aria che si muove e i campi e gli odori dei campi. Sembra quasi una di quelle mattine da bambino a Alberobello. «Andate a farvi la vostra passeggiata dietro il colle, ma non allontanatevi» «D'accordo mamma» «Non ti preoccupare mamma» «Saliamo di là, oggi, dai. Passiamo attraverso il bosco» «Ma poi ci torniamo al ruscello? Voglio vedere se c'è ancora la diga» »Andiamo. Andiamo ora. Subito». La diga con le barche incise nella corteccia e l'albero maestro che è un ramoscello sbilenco e le lascia barcollare da una parte all'altra. Allora papà aveva inventato quel sistema dei sugheri galleggianti attaccati ai bordi dello scafo e le barche restavano in equilibrio e se la diga teneva restavano là, come ormeggiate, tutta la notte là, e si poteva tornare al mattino e costruire un'altra diga più in basso, vedere se la cascata era troppo pericolosa per le barchette, controllare che non s'infilassero di punta nell'acqua. «Dai riproviamo» «Sposta quella pietra e aggiungi una barriera di legnetti, così l'acqua passa e la cascata è meno veloce» «Ok, tu intanto prendi del muschio per il porticciolo». Restavano sempre gli odori, gli odori della corteccia, della resina, dell'acqua fredda e quando tutto l'odore delle barche si perdeva, dopo il viaggio e il ritorno a Roma, non ce n'era più. Era finito tutto. Le barche non erano più nulla, neppure i sugheri che ci aveva messo papà. Ecco qui gli odori. Gli odori ritrovati, eh! Basta fare quattro passi. L'avevi promesso. E ce l'hai fatta. E adesso ditemi se non ho del coraggio.

 

L'uomo attraversò la strada deserta e s'infilò tra due case basse. Lo sterrato passava accanto a gabbie di polli e rettangoli di piccoli orti protetti da grate arrugginite. Pomodori, fagiolini, insalata, un cane legato alzò il muso e lo riabbassò sulle zampe su cui dormicchiava, si sentiva un brusio confuso e rumori di pentole dietro la tendina verde scuro dell'ultima casa. L'uomo scese tre gradini oltre l'angolo della casa e riprese il viottolo che attraversava un altro campo. C'erano alberi sulla sinistra a costeggiare la grande strada consolare da cui non arrivava alcun rumore, ormai. E sulla destra il prato scendeva di nuovo verso la valle, ma l'uomo sapeva che non andava a perdersi in un bosco, stavolta, né fra le canne. Là sotto, il prato finiva contro palazzine tutte uguali, abusi di trent'anni prima almeno, quando era ragazzo le aveva viste in costruzione, non aveva nemmeno quattordici anni e andava lì a giocare con i compagni e tra le case abusive avevano costruito un campo di calcio. Si giocavano tornei e si disegnavano le magliette delle squadre e l'estate non arrivava mai e quando arrivava le partite diventavano difficili visto che molti se ne andavano al mare.

 

Pietro e Paolo. I santi di Roma. E i romani che se ne vanno al mare e Ostia che diventa un carnaio, il lungomare una lamiera incandescente e «La Vecchia Pineta» che non trovi un posto per mangiare nemmeno se prenoti una settimana prima. Avresti potuto andare, questa volta, ma magari bisogna anche accontentarsi. Non esagerare, no? Così dicono tutti. Accontentati di questa aria fresca, della passeggiata fra i campi e del silenzio, qui. Devi saperti accontentare. No, questo no, non è vero. Accontentarsi è una follia. Mai accontentarsi. Anche se la verità è che ora è bello, quello che fai è tanto, già tanto, e te lo sei meritato. Non si vive di ricordi. Andare a Stromboli, per esempio. Non ci sei mai andato. Sotto il vulcano, magari camminare fino alle pendici del vulcano e vedere la lava nel cielo di notte, eppoi in spiaggia, stilla sabbia nera. Niente Ostia. Basta Ostia. Basta «La Vecchia Pineta». Ma dio come si mangia lì. Quel novembre che c'erano tutti e si poteva stare sulla terrazza, al sole, faceva caldo, «questo vino è troppo fruttato», ma come troppo fruttato? Possibile lamentarsi del vino fresco sotto al sole tiepido di novembre? Ma lei faceva così e tutti ridevano e tu dicevi «guardate che ci porta a fare il bagno a tutti quanti», così dicevi e loro ridevano «prendiamo un sauté di cozze oltre all'insalata di mare» «ma anche un assaggio di polpo» «sì, anche il polpo, lo dicono tutti che è buonissimo». Eppoi il primo e il secondo e il dolce e il caffè e l'amaro e l'amaro e l'amaro. Ma dio mio: quanto abbiamo mangiato quel giorno? Eppoi ci siamo buttati davvero, nessuno voleva, ma l'abbiamo fatto, l'abbiamo fatto davvero, lei ci ha portati dentro, io l'avevo detto, era quasi buio, tutti ubriachi, le cinque di pomeriggio passate e il buio che scende presto e l'acqua scura, ma calda, dio che giornata. Ci sarà ancora un novembre così? Entravamo nell'acqua insieme e ognuno rideva di sé, degli altri, le mutande a fiori dell'avvocato, gli slip attillati dello spilungone toscano, chissà come si chiamava, e il reggiseno della ragazza che un tempo avrebbe potuto essere una ballerina eppoi un incidente le aveva portato via ogni speranza ma non ingrassava, non ingrassava mai e a tavola era attenta a tutto e niente vino e niente esagerazioni, eppoi in mare aveva un reggiseno imbottito, dio mio imbottito, e magari avrebbe potuto toglierselo, no? L'avevano detto tutti: ha paura d'ingrassare ma anche di avere un seno piccolo. «A me il seno piccolo piace» «Anche a me ma meglio grosso, meglio enorme, meglio che ti soffoca». Meglio lasciarsi andare. Il mare nero. Il caldo del mare.

 

Il sentiero terminò contro il primo dei comprensori costruiti dopo la guerra. L'uomo scavalcò un muretto e salì le scale che portavano verso una piazzola circondata da negozi. Avevano aperto solo il bar e l'edicola. Parrucchiere, ferramenta e agenzia di viaggi erano chiusi da serrande tutte identiche e solo l'insegna in alto distingueva i negozi. L'uomo comprò un giornale e si sedette a una seggiola di plastica rossa. Alla fermata dell'autobus, lungo la grande strada, aspettavano in pochi. Due ragazze nere, una vecchia signora e tre ragazzetti vestiti da calcio. L'autobus arrivò subito, mentre lui sfogliava il quotidiano e si era appena fermato sulle notizie sportive. Sentì sghignazzare e gridare e vide i ragazzetti che correvano dietro al pallone e risalivano in tutta fretta. Chissà se andavano al parco di Grottarossa, o se si sarebbero spinti oltre. Chissà dove portava l'autobus. Arrivò un cameriere a domandare se volesse ordinare qualcosa. L'uomo ne fu sorpreso.

«Ero qui, no, a leggere»

«Se non vuole nulla, non c'è problema, pensavo...»

«No, ma sì, d'accordo. Un cappuccino. Un bel cappuccino schiumoso»

«Benissimo»

 

Avresti potuto prendere il solito cappuccino nel bicchiere di plastica. Buono, per carità, ma sempre il solito, nel bar minuscolo e affollato, l'odore insopportabile appena fuori. Invece le sorprese ci sono e basta coglierle. Basta prenderle al volo. Saltarci su, cambiare idea, non aver paura. Ma la paura è un sogno. La paura esiste solo per quello che non conosciamo, per quello che non sappiamo. Poi, quand'è il momento di avere davvero paura, quando la paura viene fuori per quello che veramente non possiamo sapere, bene, allora la paura scompare. O hai coraggio, o sei perduto. Ma niente più paura. Forza o debolezza. Grida o lamento. Sarà davvero così?

Il cameriere tornò con un vassoio rosso inciso dal logo della coca cola. Posò la tazza sul tavolo e se ne andò senza dir nulla. L'uomo chiuse il giornale e si abbandonò contro lo schienale.

 

«Dovresti andare lì, te che ti piace bere. Il vermouth, sai?» «dl vermouth?» «Sì, te lo danno con le olive, uh!» Tornare a Barcellona, ecco. Questo è quello che vuoi. Salire in un attimo attraverso le vie così uguali di quelle case moderniste orrende che attirano tanti turisti e invece entrare a Gracia, la magnifica Gracia, scivolare lì fra le viuzze di paese, con Marco che ci vive e ti accompagna e sa tutto e ti dice dove è bene fermarsi e dove invece ti spellerebbero vivo senza darti nulla in cambio. I negozi sulla strada, i mille parrucchieri, i mercati, il pesce. E appunto il cubano. «Non so da quanti anni ci sia, ma davvero era tanto. Senti, se non ti piace il vermouth non fa nulla, ma entriamo». Le botti, il legno, l'odore di alcool e segatura, la puzza di fumo e l'uomo che è seduto al banco con i capelli grigi radi, la catena d'oro al petto, la camicia nera aperta. «Guarda cosa sta fumando il tipo» dice Marco. Dita tozze e anelli d'oro e, in mezzo, una canna enorme da cui sale un filo di fumo denso: sorride al ragazzo che si muove al tavolino davanti. «Marinaio?» «Boh» «Frocio?» «Non sembra ma non lo sai mai». Tornare a Barcellona, girare un po' per Gracia eppoi saltare di nuovo tutta quella zona finta, tutti quei picchi di Gaudì, roba infernale, che sembrano guglie fatte con la sabbia bagnata, saltare tutta quella zona così noiosa e infilarsi fra le vie di Barceloneta. Can Ma?o, il ristorantino che c'è sempre fila, Carrer de la Maquinista, i panni stesi, il mercato al sole, quella piazza, come si chiamava? quella grande piazza, gli zingari che suonano e i vecchi che bevono. Barceloneta. Il mare oltre i vicoli. Ce la vuoi fare o no? Tornare a Barcellona. Ce la puoi fare. Tornare a camminare a Gracia e Barceloneta, sì, intanto però con calma. Non esagerare. Calma. Non troppa calma, d'accordo, ma nemmeno troppo poca.

 

L'uomo guardò l'orologio. Portò via le ultime parti di schiuma che restavano nel cappuccino, si alzò, entrò nel bar a pagare e riprese a camminare. Camminava velocemente. Per la strada, questa volta. Sul marciapiede. Teneva la fronte alta e respirava forte. Aghi di pino ovunque. Le macchine che sfrecciavano. L'aria più calda. Superò l'ultimo incrocio e la salita ricominciò lieve. Dall'entrata di un villino sulla destra scendeva acqua sul marciapiede portando con sé aghi di pino e cartacce. L'odore dell'acqua sul marciapiede caldo. L'odore che diventava sempre più intenso. L'uomo si fermò a respirare profondamente. L'odore dell'asfalto bagnato d'estate e il suono della pompa che qualcuno stava utilizzando per bagnare tutto attorno il giardino della villa. Cercò di guardare dentro, attraverso il portone d'ingresso, ma non si vedeva nulla. Si sentiva solo l'odore dell'erba e dei fiori e della giornata che cominciava e del caldo che riprendeva a salire.

Quando sarà stata la prima volta? La Cassia l'hai conosciuta da bambino, quando non ti guardavi intorno e ti portavano al lago di Martignano, sicuro. Ma la prima volta da solo dev’essere stata per quella ragazza esile. Era ricca, lei. Molto ricca. Non volevi che venisse a Labaro, avevi paura di dirle dove abitavi e ti facevi prestare la moto e venivi qui tu, da solo. Certe volte tagliavi via di Grottarossa, ma era inverno e pioveva spesso e avevi paura delle curve, se avessi fatto qualcosa alla moto sarebbero stati guai. E quel pomeriggio buio, in cui sei arrivato a casa sua fradicio, zuppo. La pioggia non aveva odore sull'asfalto e tu avevi i calzoni che uno avrebbe potuto strizzarli e lei ti fece spogliare e fece asciugare tutto e ti passò il phon sui capelli e ti baciava la fronte eppoi ti asciugava ancora eppoi ti baciava e stavate lì e tu avevi paura. Una paura e un'ansia che non sapevi dire e sentivi di non aver più saliva mentre la baciavi e lei ti si stringeva e veniva vicina si lasciava scivolare i calzoni contro le tue anche e tu quasi avresti voluto fuggire. Poi l'hai sentita contro di te e era qualcosa che non avresti saputo dire e la paura, quella improvvisamente se n'era andata, era scomparsa. Tutta insieme. Potresti ritrovare la casa, adesso che passeggi sul marciapiede, ma era più avanti, molto più avanti, sicuro. Invece qui è dove vieni ogni mattina e qui devi fermarti, adesso.

 

L'uomo scartò a destra, e abbandonò la strada. Scese lungo il vialetto. Annaffiavano i prati anche lì, ma non si sentivano odori. L'uomo scendeva con gli occhi bassi, velocemente. La stradina girava in due grandi curve a destra e sinistra, l'uomo tirò dritto e scese le ampie scale, poi attraversò il piazzale ed entrò. Tra la folla di chi arrivava e gli odori penetranti, l'uomo salì le scale a due a due e col fiatone si trovò di fronte alla vetrata. Bussò ma nessuno rispose. Si sedette.

 

Non guardare le facce e pensa a te e al tuo coraggio. Sfoglia il giornale, cerca le notizie. Pensa a te e a quello in cui tu credi.

 

La porta si aprì. La ragazza lo guardò negli occhi e gli sorrise. Lui si alzò, entrò e la ragazza lo fece accomodare. Aspettò pochi minuti.

«Si è già tolto la camicia?»

«Così facciamo più in fretta» disse lui.

«Ma non ci davamo del tu?»

«Infatti»

«Allora, come va?» chiese la ragazza guardandogli il petto.

«Bene, bene»

Sentì le mani fresche della ragazza che gli toccavano la spalla. Chiuse gli occhi.

 

Non pensare se non a dove sei e a dove vuoi essere un giorno. Pensa a Barcellona, a Marco, a Gracia. Oppure a Ostia, anzi a Stromboli. Oppure un giorno non al mare ma in montagna? Magari d'inverno. Non vorresti sentire ancora i rumori attutiti dalla neve? Le tempeste di neve. Niente intorno, non si vede proprio niente. Solo un bianco di mille tonalità. Un freddo che si sogna la stufa o il caminetto ma intanto te lo godi tutto, quel freddo e quel bianco. E i rumori della neve che cade, degli abeti seppelliti dalla neve, delle grida lontane di due sciatori che si cercano e non si trovano più.

«Ma sei bravo, sì? Lo sai che sei proprio bravo?» «Faccio del mio meglio»

«Stai facendo benissimo»

Sentì lo strappo.

«Non ti ho fiuto male?»

«No»

«Vedo che ti curi molto bene»

«Qualcosa ho imparato. Così è più facile disinfettarlo»

«Bene. Sei proprio bravo, tu»

La ragazza aprì l'accesso permanente sul petto dell'uomo e inserì il tubicino, smorzò con grazia la valvola verde e guardò in alto se il liquido scendeva regolarmente.

«Adesso il solito tempo. lo comunque sono qui»

«Ok, grazie»

«Fossero tutti come te»

«In che senso?»

«Pieni di voglia come te»

«Tutti hanno voglia di vivere» disse lui.

«Certo, però...»

«Niente però»

«Oh, scusami. Ti ho offeso?»

«No, perché? Dico solo che tutti hanno voglia di vivere. Tutti ci credono fino all'ultimo. Anche i più disperati. L’ho visto, io, nei loro occhi. Non so bene cosa cambi di persona in persona. So solo che io devo guarire. Devo guarire e basta»

«Il ciclo è quasi finito»

«Lo so. Grazie mille, grazie di tutto»

La signorina si allontanò nell'altra stanza. L’uomo chiuse gli occhi. Dopo poco si addormentò.

e.