Il centrismo letterario
di Citati e Baricco
di Enzo Di Mauro
(disegno di Lino di Lallo)
Alessandro Baricco, in polemica autopromozionale (per sé e per la Fandango) con Pietro Citati, ha voluto riesumare di recente un termine desueto, addirittura arcaico. Quel critico, ha affermato solennemente, è un mandarino. Pure, per noi, rimane l'interesse di dover notare come i due abbiano impiegato così tanto tempo a pubblicamente riconoscersi, trattandosi in entrambi i casi di campioni della divulgazione e dell'intrattenimento, il primo (il più giovane) a suo agio in uno studio televisivo o su un palcoscenico, l'altro (pretelevisivo) adatto al paginone centrale del quotidiano "la Repubblica".
Divulgatori,
dunque, e intrattenitori, e per ciò stesso destinati a una vocazione
nazionalpopolare, mai precaria in quanto a generale consenso delle
masse. Di conseguenza mai incrinata dal dubbio, in alcun caso (sarebbe
una rovina) problematica. Non si creda, tuttavia, che un simile
esercizio della letteratura come spazio demaniale nasca da un sentimento
o da un impulso di umiltà o di generosa devozione. Si prenda, ad
esempio, L'armonia del mondo, una raccolta di articoli pubblicata nel
1998. Qui Citati osserva, in parte attraversandolo, il paesaggio
italiano – la sua natura, i monumenti, le vite di uomini e donne che
popolano piazze e strade e campagne della penisola. Guarda corpi e
ascolta voci con la medesima dose di sussiego e di superbia che gli
impedisce di vedere e di sentire qualsiasi cosa sia realmente in
movimento. Citati, com'è noto, detesta le ideologie e persino (tiene a
dire) prova orrore per la parola "laico". Ma, a conti fatti, quello che
sul serio non tollera – da populista che disprezza il popolo – è la
mancanza delle distanze, cioè a dire delle barriere di sicurezza. In
"Epicedio della Democrazia cristiana", già esprime "gratitudine" per
quegli uomini politici "miti e mediocri" che, governando senza alcuna
ambizione, non seppero trasformare né innovare. Ladri e corrotti sì (e
forse qualcosa di peggio), ma almeno buoni conservatori e sudditi
obbedienti dell'immobilismo.
Lelogio del centrismo è un dato cruciale per Citati (ma anche per Baricco). E' la cifra privilegiata del suo metodo che chiamare critico appare quantomeno riduttivo, trattandosi piuttosto di una metafisica che lo induce a incontrare, nei suoi libri, soltanto donne e uomini straordinari, ormai storicizzati da una lontananza ragguardevole o, ancora meglio, dalla leggenda. Egli è del tutto simile a certi uomini di potere che, parlando della propria azione di governo, non scendono mai sotto Gesù, Giulio Cesare, Napoleone o Winston Churchill. Citati, per oltre una dozzina d'anni (fino al 1973), si impegnò nella critica militante dalle colonne del "Giorno", ma a un certo punto si sentì vinto. Com'egli stesso ammette, si senti battuto dal micidiale tandem con Alberto Arbasino («era infinitamente più bravo di me, molto più divertente, fantastico, di argomenti più vari, di maggiore cultura»). Da quel momento, non gli rimase che dedicarsi a una cupa antropologia del molto noto, rischiando l'ovvio in cambio della popolarità, dell'accettazione generale, dell'applauso immediato, spesso abitando (senza essere, benché ammirandolo, Cioran) il sempre più affollato salottino apocalittico. Però, a decifrare fin da subito la grana critica e psicologica del Citati risanato dalla militanza fu Pier Paolo Pasolini in un articolo del 15 novembre del 1974 (poi in Descrizioni di descrizioni, 1979) a proposito di Alessandro, uscito quell’anno da Rizzoli. Scriveva Pasolini: «Il breve ritratto di Citati d'altronde non è che una parafrasi dei testi greci messi in fila secondo una successività cronologica, e trascelti volutamente senza rigore filologico. La parafrasi infatti che Citati aveva aprioristicamente progettato era dilatoria e mitizzante», in quanto il ritrattista («in lui scrivono un po' Huysmans e un po' magari D'Annunzio, o perlomeno uno scenografo e un costumista colti») mira a non dire nulla dell'omosessualità del grande condottiero e a non volerne accettare "il narcisismo, l'esibizionismo, l'isteria, la megalomania, se non attraverso fatali eufemismi". Dunque, per Pasolini, la natura di divulgatore di Citati si mostrava già a quel punto reticente, normalizzatrice, conformista, disinvolta nel rapporto d'uso dei documenti, filologicamente inattendibile. Insomma, Citati «non conosce fisicamente nulla del mondo di Alessandro. Avesse fatto anche solo un viaggetto turistico a Persepoli» e così via. Pasolini chiarì, in altri termini, una cifra critica che Citati stesso (il 13 aprile 2006, sul suo quotidiano) rivendica con chiarezza esemplare. Scrive, a proposito del libro di Nadia Fusini su Virginia Woolf: «Il biografo o il ritrattista cerca di confondersi e sciogliersi nella persona di cui racconta la vita: muta la voce e adotta quella del suo modello». Si tenta e si ritenta, «perché trasformarsi è difficilissimo».
La figura di Alessandro, comunque, la ritroviamo nel Meridiano che la Mondadori ha voluto dedicare all'opera di Citati (La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov, a cura e con un saggio introduttivo di Paolo Lagazzi, pagg. CVIII-1880, curo 49,00), mentre risulta escluso, ed è un peccato, il saggio (nato su spinta e incoraggiamento di Gianfranco Contini) che fece da introduzione al!a scelta di scritti di Leo Spitzer Marcel Proust e altri saggi di letteratura francese moderna, pubblicata da Einaudi nel 1959. Ma, come ci fa capire Lagazzi – che ha lavorato a strettissimo contatto e in quasi completo accordo con Citati – la questione è la seguente: ciò che qui è stato sacrificato equivale, in quanto a valore, a ciò che si è dovuto sacrificare, trattandosi di un'opera senza veri picchi. Così il volume è diviso in sette parti (ma avrebbe potuto, in astratto, comporsi di settanta volte sette capitoli): "L’Odissea" (vi è incluso per intero La mente colorata del 2002), "Il mondo classico", "La cultura cristiana", "Il mondo moderno", "Il romanzo dell'Ottocento", "Proust e Kafka" (i rispettivi libri del 1995 e del 1987) e, infine, "Altri scrittori del Novecento" (cioè, nell'ordine, Pessoa, Musil, Woolf, Gadda, Nabokov, Borges, Simone Weil, Cioran, Bertolucci, Caproni e Manganelli). Notevole lo sforzo del curatore a essere pure lui assolutamente mimetico con Citati. "Mi piacerebbe", così comincia la sua lunga introduzione, "saper orchestrare un racconto un po' misterioso, di quel genere di cui furono maestri insuperabili Hoffmannsthal e la Blixen. Disegnerei la scenografia di un castello. Immaginerei che qualcuno sia stato invitato a cena, una sera, dal signore del castello, l'enigmatico principe Pietro Citati". Poi si va avanti per "incanti sottili", "conversazione tanto seducente", "echi di musiche lontane", ritmo "squisito", "amabile grazia", "lieve frivolezza" e altro ancora. "Ma chi è, davvero, quest'uomo che mi sta parlando? Perché non posso fare a meno di cedere al suo fascino? Cosa sta tentando? Forse di giocare con la mia anima?", si domanda Lagazzi. Ma chi è, al postutto, Citati? Certo, "un conoscitore di procedure magiche". Oppure un ideologo della Totalità. O anche, insieme a Baricco, un traduttore dei traduttori d'Omero