Morte del pennino e crepuscolo
della penna stilografica
di Antonio Castronuovo
(illustrazione di Mauro Cicarè)
Che delizia la videoscrittura, che fa indossare alla pagina un abito di civile geometria e dona l’illusione del formato pre-stampa. Finalmente posso godermi il provino di un vero foglio di libro, posso leggermi un testo che, con un pizzico di presunzione, voglio chiamare "definitivo". Gli articoli che da qualche anno vado consegnando ai direttori di rivista li ho letti come fossero già stampati, con tutto il vantaggio che ne deriva per l'attenzione, concentrata sul ritmo e sullo stile. Ma la cosa più bella è che i miei scaffali non sono più sfigurati dalla massa di fogli emendati, corretti e rifiniti; non m'irrito più come quando battevo un dattiloscritto e, alla fine, trovavo sempre qualcosa di sbagliato e dovevo contaminarlo con la biro. La mia "bella copia" era sempre una copia corretta, perennemente corretta. Non vedevo mai la fine, almeno quella formale. Con la videoscrittura ho eliminato quegli scartafacci che fanno la gioia degli archivi, ma non la mia. La videoscrittura mi ha fatto il dono più bello per uno che scrive: la possibilità di correggere il testo senza che resti traccia del labor limae, mentre quando rileggevo un testo scritto a penna o battuto a macchina ne cavavo soltanto sgorbi.
Ancora qualche anno e, grazie alla videoscrittura, sparirà quella cosa che la filologia chiama variante di un testo. Rimarrà solo la stampata finale, che avrà naturalmente le stimmate di un autografo senza correzione alcuna. Gli osservatori raffinati dicono che ci dirigiamo verso un! nuova epoca formalista, nella quale risorgerà l'idolatria del compiuto testo "in sé". E menomale, così la critica tornerà a fare il suo lavoro: invece di accecarsi sulle varianti, a cercare di capire quando una parola è stata aggiunta o tolta, tornerà ad esercitarsi su ciò che le compete: cosa nel testo è bello e cosa non lo è.
E poi, a che serve piangere sulla scomparsa delle varianti (e di conseguenza sulla scomparsa della critica delle varianti) se sappiamo che a una scienza in disgrazia se ne sostituisce sempre un'altra? Nell'articolo E in decadenza lo scriver grande ("Corriere della Sera" del 29 gennaio 1948) Savinio afferma che la capitolazione del manoscritto possiede risvolti anche per la grafologia. L'uso sempre più diffuso della macchina da scrivere finirà per uccidere questa scienza, ma non per questo finirà lo studio del carattere attraverso la scrittura: semplicemente si studierà non più lo scritto ma il dattiloscritto; la meccanografologia sostituirà la grafologia e ai segreti dell'uomo si aggiungeranno quelli della macchina. Quando lessi questo articolo non avvertii nel tono di Savinio alcun cruccio amareggiato, nessun pianto per il crepuscolo della penna stilografica. Ne dedussi che non era un uzzolo da superuomini: esisteva davvero l'anima postuma.
Ma per quanto fosse un'anima postuma, uno di quei sensori che vibrano prima ancora che le cose si avverino, Savinio parlava dall'era della macchina da scrivere, e certo non immaginava cosa sarebbe successo dopo qualche lustro, quando il videoterminale l'avrebbe resa di colpo obsoleta. Ma l'evento ebbe anche altre conseguenze: disseminò nella comunità degli scribi una singolare stirpe di esaltati, quelli che si compiacciono di non possedere un computer, e lo dicono con quella piega sdegnosa del labbro che segna, al contempo, l'appartenenza a una casta e il suo interiore declino.
Spiritati dal pennino
Si
dà la circostanza di chi mestamente rievoca la bellezza delle penne
stilografiche, drappello ormai ridotto a pochi esemplari, e chi il
gioioso ticchettio dell'arcaica Lettera 22, la macchina da
scrivere portatile che Olivetti lanciò sul mercato nel secondo
dopoguerra e per la quale nutrì passione pubblica un Montanelli, che non
mancò di avere imitatori. Se per i primi lo scricchiolio del pennino e
l'abituale incaglio calligrafico rappresentano motivi di stimolo
inventivo, per gli altri è il timbro dei martelletti e la laboriosità di
reperire nastri inchiostrati a costituire sprone di scrittura. In ambo i
casi è palese il compiacimento di non appartenere alla belluina
categoria di quelli che, adoperando un programma di videoscrittura,
esprimono il proprio estro mediante la tastiera di un computer.
Sia per la casta del pennino e sia per quella dei martelletti, si realizzano le congiunture del collezionista antiquariale: protettività materna verso l'oggetto obsoleto, gusto masochistico di rintracciare il pezzo di ricambio, convincimento che lo strumento vetusto sia di qualità migliore rispetto al moderno. Tale passione da collezionisti esige rispetto, come lo esige quell'abitudine a scrivere in modo "artigianale" la cui rettifica reclamerebbe uno sforzo immane, e probabilmente senza sbocco. Se provo a togliere la stilografica al suo feticista, scriverà egli ancora? e scriverà così come ora scrive? Meglio non provare. In fondo, ognuno utilizza lo strumento che — fornitogli dall'epoca — più gli si confà, e quello strumento diventa sua appendice irrinunciabile. Se dunque lo è per chi ama stilografiche e desuete macchine da scrivere, non si comprende come si possa reputare corrotto, e persino degenerato, l'impiego della videoscrittura. Sarebbe come pretendere che il miglior fuoco è quello che sprigiona dalla pietra focaia, e che il fiammifero rappresenti un'indecorosa forma di decadenza. O ancora, per restare nello spazio della scrittura, che penna d'oca e pergamena siano migliori della stessa stilografica.
Non tutti gli scrittori, naturalmente, sono spiritati dai pennini: non tutti vivono il turbamento di un Riccardo Bacchelli che nel 1970, nell'articolo Da una boccetta d'inchiostro, confessa di averne fatto trafelata incetta, in vista dei sintomi di tramonto della penna. Dal complesso dei suoi elzeviri si eleva, tra le righe, un inno all'inchiostro e al pennino. Salutando la nascita di quella cattedrale di parole che è Il mulino del Po, esclama: «E' pur curioso che tutto questo sia sortito da una boccetta di inchiostro!». Enfasi portata sulla boccetta che crea l'opera, cioè sul poco che crea il molto, cioè ancora sulle grandi cose fatte con mezzi insignificanti. Oggi succede proprio il contrario: la stampante collegata alla videoscrittura è utilizzata quasi solo per imprimere una versione avanzata del lavoro, consapevoli che il consumo di inchiostro è sensibile e la cartuccia molto costosa. Possiamo senza enfasi affermare che ci troviamo già nell'epoca in cui il molto (quantità d'inchiostro e costo della cartuccia) fa nascere il poco (una sola stampata di cinquecento fogli formato fotocopia o, come dicono i più scaltri, formato A4).
Pudore calligrafico
Quando Bacchelli piangeva la rovina del pennino, lo faceva in vista delle macchine da scrivere che cominciavano a circolare: già il passaggio tra pennino e macchina a tasti non fu infatti salto da poco, e implicò gagliarde prese di posizione, come appunto la sua. Altri invece salutarono la macchina con entusiasmo. L'esuberanza di Giorgio Manganelli, che dedicò alla tastiera alcuni pregiati Improvvisi per macchina da scrivere, è un buon esempio di incondizionata complicità tra scrittore e moderno mezzo di scrittura. Esempio più stagionato è quello di Emilio Cecchi, dire nell'elzeviro Macchina da scrivere, apparso su "La Tribuna" di Roma il 9 novembre 1923 (e poi finito nell'Osteria del cattivo tempo), si dichiara entusiasta dell'invenzione dello strumento. Come arbitrario gli sembra che Ariosto deplori la decadenza della cavalleria causata dall'invenzione dell'archibugio, ugualmente Cecchi afferma che non si può piangere sulla decadenza della letteratura incolpandone una macchina e non piuttosto l'uomo che la usa. Anzi, egli si sente proprio conquistato dal mezzo e, intendendo familiarizzarsi con l'arnese, si propone di prendere già qualche lezione. Il che allude anche alla lezione data a chi nutre il gesto altero del rifiuto di tutto ciò che è nuovo.
E sempre il Cecchi di Macchine da scrivere a introdurre un tema che solletica. La meccanizzazione della scrittura toglie l'imbarazzo che la calligrafia ci provoca, al punto che ci vergogniamo a mostrarla; tira un colpo mortale alle scritture ambiziose, «impennacchiate di grandi buccole, armate di aste formidabili, caudate di spagnuoleschi paraffa>; fa sparire le indecifrabili calligrafie rendendo evidente ogni cosa e mettendo fine a «quel modo di presentarsi in maniche di camicia, ch'è nella maggior parte delle scritture». Già, perché la pagina dattiloscritta si presenta con quell'impassibilità geometrica da pagina stampata che concede di osservarla non più con i propri occhi ma con quelli di chi ne sarà il lettore, e ciò sembra fatto apposta per mettere in risalto le parole inutili, i giri viziosi, le simmetrie ridondanti. Situazione che invita a ridurre, sintetizzare, pulire, e infine giungere — con una lettura da bella copia che permette di cogliere il puro ritmo del testo — al «limpido originale». La conclusione suona come un vaticinio: «Gli orrendi avanzi del lavorio della lima, le tracce dei pentimenti, ritocchi e inversioni, sono dispersi, e il mondo non conosce che un'opera intatta: armata e serena come Minerva che esce dal cervello di Giove. Si vorranno morder le mani, fra secoli, i cercatori di varianti, i cacciatori di scandali critici. Con autori che si servono della macchina, l'indiscrezione non attacca».
Il tema suona come una profezia, ma non è pronostico esatto: i cercatori di varianti non si sarebbero morsi le mani fra secoli, ma soltanto ottant'anni dopo l'elzeviro, cioè oggi, nell'epoca del dominio ormai incontrastato della videoscrittura. E se quei cercatori si mordono le mani, i don Chisciotte del pennino e della Lettera 22 alzano per parte loro sonori lamenti sull'impossibilità di scrivere bene senza quei mezzi. E allora salmodiamo noi pure il nostro canto e rispondiamo: ognun si faccia gl'inchiostri suoi.