I più grandi poeti del '900? Gli impiegati statali

 

 

di Antonio Castronuovo

 

(illustrazione di Mauro Cicarè)

 

Circola un tenace pregiudizio che pressappoco suona così: «La poesia non è arte da impiegati». La triste vita dell'impiegato - forma umana molto ben narrata da Gogol e studiata da Kracauer - non s'intona con la poesia. In una commedia in dialetto piemontese Vittorio Bersezio illustrò anch'egli la vita dell'impiegato, e per la precisione Le miserie d'monsù Travet. Sappiamo che da quel momento travet è diventato il termine un po' disdegnoso per indicare il tipo dell'impiegato, ma quel che importa è che l'uomo scialbo e incolore di Bersezio, il Travetti che sopporta rabbuffi e umiliazioni, non potrà mai fare poesia, anzi: chi ha avuto modo di assistere alla commedia ricorda che di poesia proprio non se ne parla. Gli impiegati non la leggono, e nemmeno la scrivono. E se anche ne fossero attratti, a placarne il bollore ci pensa il mito di Campana, paradigma del vero poeta. Nella testa di molti, Campana è la figura del poeta genuino, il maudit all'italiana, latitante e ramingo, è il genio senza impiego stabile visitato dal demone dell'ispirazione. Lui è il vero poeta: io lugubre impiegato non posso certo sperare di diventarlo.

Nulla di più inesatto, e non solo nel senso che può capitare che l'impiegato legga poesia. Qui si vuole invece smontare l'altro volto del pregiudizio, quello di maggior rilievo, e forse più ostinato: che l'impiegato non la scrive, e se la scrive lo fa male. Possiamo verificare l'inesattezza a cominciare proprio dalla storia della poesia italiana, e non della poesia qualunque, ma di quella grande, grandissima. Pressoché tutta composta, appunto, da impiegati e affini.

 

Benestanti e irregolari

 

Sembrano così lontane queste due immagini: gli impiegati e la poesia. Ci potrà essere qualche impiegato che ama la poesia  - certo - ma in sé la poesia vive fuori dagli uffici, siano essi pubblici o privati, vive in uno spazio elevato nel cui recinto non ci sono aziende e negozi. Questo pensano i poeti, questo pensa chi legge poesia, e forse lo pensano anche molti di coloro che la poesia non l'hanno mai letta. La loro idea è che la poesia - ultimo retaggio d'un insipido e senile romanticismo - sia roba da altezze, da cime: i poeti sarebbero secondo loro sacerdoti del divino (in casi d'insanabile parossismo sarebbero addirittura "sublimi") e i lettori di poesia frequentatori delle altezze. E invece, come al solito quando si parla di cose gravate da secoli di monarchia sentimentale, la questione non sta in questi termini. Chi pensa infatti che i poeti non abbiano nulla a che fare con la burocrazia si sbaglia di grosso.

Non tutti naturalmente, ma molti. Ci sono infatti i possidenti, quelli che vengono alla luce in famiglie tutto sommato benestanti e che vivono con più facilità, senza preoccuparsi di come sbarcare il lunario. Il modello nostrano di poeta senza patemi finanziari è Leopardi: piangi piangi, ma tra i muri del palazzo avito se ne stava a coltivare "pazzi studi" da mane a sera, senza dover zappare nemmeno un metro quadro della collina da cui sbirciava l'infinito, e una volta deciso di fuggire poteva prendere la carrozza, che tanto pagava Monaldo. In termini diversi la situazione del gobbetto di Recanati si ripete anche dopo, con poeti che non hanno avuto l'assillo di cercare un posto di lavoro: un Moretti, un Palazzeschi, un Vigolo. Anche Govoni è di quella partita: viene alla luce nel delta padano da agiata famiglia di mugnai, talmente agiata che, dopo aver fatto i salesiani a Ferrara, può approdare finanziariamente tranquillo nella turbolenta Firenze dell'esoftalmico Papini.

Stiamo giungendo alla nostra plaga, non senza registrare la presenza di un irregolare e di un inquieto. Il primo, Cardarelli, viene da un'adolescenza difficile e da una ruvida situazione famigliare che gl'impedisce di farsi un'educazione: all'inizio mangia grazie alle cronache che a Roma passa all'«Avanti!», poi diventa nomade. L’inquieto è Ungaretti, che studia ad Alessandria d'Egitto e poi sbarca a Parigi, dove non sembra che di fatica ne faccia tanta.

 

 

L'artista può anche fare il bottegaio

 

Per il resto, la poesia sfocia dalla meschinità del quotidiano, dai manicotti neri della burocrazia, dagli spiccioli del commercio e anche dai righelli dell'istruzione. Onofri prestava servizio alla Croce Rossa. Corazzini interrompe il ginnasio causa un padre che per vita dispendiosa rovina la famiglia: per essere d'aiuto cerca un impiego e lo trova presso una compagnia di assicurazioni, ma la tibicí gli tronca ogni carriera.

Jahier interrompe invece gli studi per la morte del padre e s'impiega nelle ferrovie. Le ossa se le fa a Bologna, come ispettore al movimento, sulla linea a binario unico Porrettana. Poi finisce alla direzione compartimentale: tira a campare tra creature senza merito, pigri burocrati, modelli di quel Gino Bianchi che aveva descritto anni prima nel suo romanzo. Non si fa fatica a immaginare l'interno di quegli uffici: scrivanie con piano in pelle verde, leggii borchiati, grossi registri, tamponi di carta assorbente, tagliacarte, vaschette di colla liquida con pennello impastoiato: un aspetto che gli uffici pubblici (ministeri, catasti) hanno conservato fino a poco fa, e qualcuno forse lo conserva ancora… Jahier vi sopravvive. Si narra che un usciere entrò un giorno nell'ufficio e il poeta, assorto a leggere un libro, gli disse stizzito: «Mi lasci in pace, non vede che sono con un amico?». Aneddoto che la dice lunga almeno su una cosa: quali siano gli amici con cui il poeta impiegato riesce a varcare l'esistenza.

Ma il catalogo non è finito. Betocchi fa prima l'agrimensore, poi insegna materie letterarie. Anche Luzi e Sereni insegnano alle scuole medie. Montale fa per breve tempo il bibliotecario poi mena vita comoda (forse anche lui andrebbe meglio collocato tra i benestanti?). Quasimodo sta al Genio Civile, da dove passo passo perviene al Nobel. Bertolucci si laurea in lettere e insegna per un po' storia dell'arte. Umberto Saba interrompe gli studi a sedici anni perché la madre vuole assolutamente che trovi un impiego. Diventa commesso in una casa commerciale e il suo destino lavorativo ne viene segnato: prima bottegaio di articoli elettrici, poi libraio antiquario. In una lettera scrive che «l'artista può anche essere un bottegaio, ma non del proprio ideale», e lancia così una compiuta teoria del poeta che lavora.

 

 

Fandonie in condominio

 

La questione allora diventa: perché mai un dignitoso impiego dev'essere, nel comune modo di vedere le cose, incompatibile con la poesia? Si tratta di un'errata visione del senso di poesia. Ci sono di mezzo languori a intorbidire le acque: a renderle «chiare, fresche e dolci» ci pensa Leonardo Sinisgalli, capostipite del funzionario estroso e creativo, uno di quelli annusati da Adriano Olivetti per fare della propria azienda un luogo d'invenzione, e rovesciare così l'idea dell'inevitabile grigiore del mondo produttivo.

In Calcoli e fandonie, candido manuale consigliabile a ogni buon poeta, Sinisigalli lancia un buon consiglio: «La noia non si vince con la fantasia ma con gli utensili. La fantasia deve trasformarsi in ferramenta». Affermazione da cui si genera una delle più aguzze poetiche non sentimentali del Novecento: «Il poeta di professione costruisce macchine, il dilettante balocchi. Il poeta di professione deve esprimersi in una lingua quasi anonima, il dilettante usa un gergo patetico, viscerale. Non riesce a manipolare i calcoli analogici. Si commuove quando scrive poesie. Il professionista non si dispera se perde una partita, se l'esperimento va a vuoto, se scoppiano gli alambicchi. Il poeta di professione scrive senza ispirazione». Ecco: è esatta-mente senza ispirazione che si deve scrivere, e i mondi dell'impiego, del commercio, dell'insegnamento si prestano bene a questo intento, anzi: sono proprio i luoghi privilegiati in cui non avere mai ispirazione.

E sufficiente sbarazzarsi dell'idea che, una volta assunti, la poesia diventi impossibile. È sufficiente ricusare il mito di Campana, dubitare – fortemente dubitare – che solo chi «inossa fantasmi» dormendo la notte all'addiaccio, nei covoni di paglia, sia un vero poeta. Questo lo credono e vogliono farlo credere i falsi poeti, quelli che senz'aureola divina si sentono perduti. E ne hanno ben donde, nell'epoca in cui la diffusione della creazione poetica a livello condominiale (un poeta per ogni condominio, a breve per ogni pianerottolo, e ognuno già dotato di plaquette stampata a proprie spese) ha già schiacciato la figura del poeta. È lui il primo a dover far credere di essere "posseduto", è lui che tenta di nascondere che è impiegato, geometra, bottegaio. Ma è proprio da lì che è giunta la migliore poesia. Basta saperlo, basta accettarlo.

Poeti, fatevi assumere senza vergogna e, sotto il neon, ripudiate l'ispirazione. La poesia ne guadagnerà.