Nostalgia dell'essere e paralisi dell'informazione

 

 

Lezioni di smarrimento (2)

 

di Michel Houellebecq *

 

(traduzione di Gabriele Nesti)

(illustrazione di Sara Colaone)

 

Il mondo come supermercato e derisione

 

Arthur Schopenhauer non credeva alla storia. E' morto perciò convinto che la rivelazione che lui forniva sul mondo, da un lato esistente come volontà (come desiderio, come slancio vitale), dall'altro percepito come rappresentazione (in sé neutra, innocente, puramente obiettiva, suscettibile in quanto tale di ricostruzione estetica), sarebbe sopravvissuta al succedersi delle generazioni. Oggi possiamo dargli parzialmente torto. I concetti che ha elaborato possono ancora riconoscersi nella trama delle nostre vite; ma hanno subito tali metamorfosi che ci si può interrogare sulla loro validità attuale.

La parola “volontà” sembra indicare una tensione di lunga durata, uno sforzo continuo, cosciente o no ma coerente, verso uno scopo. Certo, gli uccelli costruiscono ancora i nidi, i cervi combattono ancora per il possesso delle femmine; e nell’accezione di Schopenhauer si può dire che è lo stesso cervo che combatte, che è la stessa larva che scava dal giorno doloroso della loro prima apparizione sulla terra. Per gli uomini le cose vanno in modo completamente diverso. La logica del supermercato provoca necessariamente una dispersione dei desideri; l'uomo del supermercato non può organicamente essere l'uomo di una sola volontà, di un solo desiderio. Da cui una certa depressione del volere presso l'uomo contemporaneo; non che gli individui desiderino di meno, al contrario desiderano sempre di più; ma i loro desideri hanno assunto dei tratti striduli e chiassosi: senza essere dei puri simulacri, sono in gran parte il prodotto di determinazioni esterne - diremo pubblicitario in senso ampio. Niente in essi rimanda a quella forza organica e totale, indirizzata con ostinazione al proprio compimento, che suggerisce la parola “volontà”. Da cui una certa mancanza di personalità, percettibile in ciascun uomo d'oggi.

Profondamente infettata dal senso, la rappresentazione ha perso ogni innocenza. Si può indicate come innocente una rappresentazione che si offre semplicemente in quanto tale, che pretende semplicemente di essere l’immagine di un mondo esterno (reale o immaginario, ma esterno); in altri termini: che non include in sé il proprio commento critico. L’introduzione massiccia nella rappresentazione di riferimenti, di derisione, di secondo grado, di umorismo ha rapidamente minato l'attività artistica e filosofica trasformandola in retorica generalizzata. Ogni arte, come ogni scienza, è un mezzo di comunicazione tra gli uomini. E' evidente che l'efficacia e l'intensità della comunicazione diminuiscono e tendono ad annullarsi dal momento in cui si solleva un dubbio sulla veridicità di quello che viene detto, sulla sincerità di ciò che viene espresso (è possibile immaginare, per esempio, una scienza al secondo grado?). Lo sgretolamento tendenziale della creatività nelle arti è perciò solo un'altra faccia dell'impossibilità tutta contemporanea della conversazione. In effetti è come se nella conversazione quotidiana l'espressione diretta di un sentimento, di un emozione, di un'idea fosse diventata impossibile perché troppo volgare. Tutto deve passare attraverso il filtro deformante dell'umorismo, umorismo che finisce, sia chiaro, per girare a vuoto e trasformarsi in silenzio tragico. Tale è contemporaneamente la storia della celebre “incomunicabilità” (da notare che lo sfruttamento ripetuto di questo tema non ha impedito per niente all'incomunicabilità di allargarsi nella vita degli uomini e che essa resta più che mai di attualità, anche se ci si è un po' stancati di parlarne) e la tragica storia della pittura nel ventesimo secolo. Il percorso della pittura arriva così a rappresentare il percorso della comunicazione umana nel periodo contemporaneo. In entrambi i casi scivoliamo in un'atmosfera malsana, truccata, profondamente derisoria; e alla fin fine tragica. Così il passante medio che attraversa una galleria d'arte non dovrà fermarsi troppo a lungo se vuole conservare il suo atteggiamento di distacco ironico. Nel giro di qualche minuto sarà vinto, nonostante tutti gli sforzi, da un certo smarrimento; avvertirà per lo meno un torpore, un malessere; un rallentamento inquietante della sua capacità di ridere.

(Il tragico arriva esattamente in questo momento in cui il derisorio non è più percepito come "fun” ; è una specie di inversione psicologica brutale che esprime l'apparizione presso l'individuo di un irriducibile desiderio di eternità. La pubblicità evita questo fenomeno contrario al suo obiettivo solo attraverso un rinnovamento incessante dei suoi simulacri; ma la pittura conserva la vocazione di creare oggetti permanenti e dotati di un carattere proprio; è questa nostalgia dell'essere che le dona il suo alone doloroso e che ne fa, volente o nolente, un riflesso fedele della condizione spirituale dell'uomo occidentale).

Si noterà per contrasto la relativa buona salute della letteratura nello stesso periodo. Questo è spiegabilissimo. La letteratura è, nel suo intimo, un'arte concettuale; anzi, per essere esatti, la sola. Le parole sono concetti; i luoghi comuni sono concetti. Niente può essere affermato, negato, ridimensionato, preso in giro senza l'aiuto dei concetti e delle parole. Da cui la sorprendente robustezza dell'attività letteraria che può negarsi, autodistruggersi, argomentare la propria impossibilità senza cessare di essere se stessa. Che resiste a tutte le mises en abyme, a tutte le decostruzioni, a tutte le accumulazioni di gradi, per sottili che siano; che semplicemente si rialza, si scuote e si rimette in piedi, come un cane che esce da uno stagno.

Contrariamente alla musica, contrariamente alla pittura e anche contrariamente al cinema, la letteratura può perciò assorbire e digerire quantità illimitate di derisione e umorismo. I pericoli che oggi la minacciano non hanno niente a che vedere con quelli che hanno minacciato, e a volte distrutto, le altre arti: dipendono molto di più dall'accelerazione delle percezioni e delle sensazioni che caratterizza la logica del supermercato. In effetti un libro non può essere apprezzato che lentamente; implica una riflessione (soprattutto non nel senso di sforzo intellettuale, ma in quello di ritorno indietro): non ci può essere lettura senza pausa, senza movimento inverso, senza rilettura. Cosa impossibile e persino assurda in un mondo in cui tutto si evolve, tutto fluttua, in cui niente possiede una validità permanente né le regole, né le cose, né gli individui. La letteratura si contrappone con tutte le sue forze (che furono grandi) alla nozione di attualità permanente, di eterno presente. I libri chiamano lettori; ma questi lettori devono avere un'esistenza individuale e stabile: non possono essere puri consumatori, puri fantasmi; devono essere anche, in qualche modo, individui.

Minati dalla vile ossessione del "politically correct" sorpresi da un flutto di pseudo-informazioni che danno loro l'illusione di una modificazione permanente delle categorie dell'esistenza (non si può più pensare quel che si pensava dieci, cento o mille anni fa), gli Occidentali contemporanei non riescono più a essere dei lettori; non riescono più a soddisfare questa semplice domanda di un libro posto avanti a loro: essere semplicemente degli esseri umani, che pensano e sentono da soli.

A maggior ragione essi non possono mostrarsi così a un altro essere. E tuttavia ce ne sarebbe bisogno: perché questa dissoluzione dell'essere è una dissoluzione tragica; e ognuno continua, mosso da una nostalgia dolorosa, a domandare agli altri quel che lui non può più essere; a cercare, come un fantasma accecato, quella pesantezza dell'essere che non trova più in se stesso. Quella resistenza, quella permanenza, quella profondità. Naturalmente falliscono tutti, e la solitudine è atroce.

La morte di Dio in Occidente ha costituito il preludio di un formidabile feuilletton metafisico, che continua fino ai nostri giorni. Qualsiasi storico delle mentalità sarebbe in grado di ricostruire le tappe in dettaglio; per riassumere, diciamo che il cristianesimo metteva a segno il colpo da maestro di combinare il credo violento nell'individuo - rispetto alle lettere di San Paolo, l'insieme della cultura antica oggi ci pare curiosamente civilizzata e triste - con la promessa della partecipazione eterna all'Essere Assoluto. Una volta svanito il sogno, sono stati fatti diversi tentativi per permettere all'individuo un minimo di essere; per conciliare il sogno di essere che portava in sé con l'onnipresenza ossessiva del divenire. Finora tutti questi tentativi hanno fallito, e l'infelicità ha continuato a estendersi.

La pubblicità è l'ultimo di questi tentativi in ordine di tempo. Sebbene essa miri a suscitare, provocare, essere il desiderio, i suoi metodi sono in fondo assai vicini a quelli che caratterizzavano la vecchia morale. Essa elabora infatti un Super-Io terrificante e duro, molto più spietato di qualsiasi imperativo precedente che si attacca alla pelle dell'individuo e gli ripete senza posa: "Devi desiderare. Devi essere desiderabile. Devi partecipare alla competizione, alla lotta, alla vita del mondo. Se ti fermi, non esisti più. Se resti indietro, sei morto". Negando ogni nozione di eternità, definendosi essa stessa come processo di rinnovamento permanente, la pubblicità mira a vaporizzare il soggetto per trasformarlo in fantasma obbediente del divenire. E questa partecipazione epidermica, superficiale alla vita del mondo, si ritiene debba prendere il posto del desiderio dell'essere.

La pubblicità fallisce, le depressioni si moltiplicano, la confusione si accentua; la pubblicità continua tuttavia a costruire le infrastrutture per la ricezione dei propri messaggi. Continua a perfezionare i mezzi di locomozione per esseri che non hanno nessun luogo dove andare, perché in nessun luogo sono a casa propria; a sviluppare gli strumenti della comunicazione per esseri che non hanno più niente da dire; a facilitare le possibilità di interazione tra esseri che non hanno più desiderio di entrare in relazione con nessuno.

 

La poesia del movimento arrestato

 

Nel maggio del 1968 avevo dieci anni. Giocavo con le biglie, leggevo i fumetti di Pif le chien; la bella vita. Degli "avvenimenti del ‘68" custodisco un solo ricordo, però assai vivo. Mio cugino Jean-Pierre era all'epoca in prima al Liceo di Raincy. Il Liceo allora mi appariva (l'esperienza che ne ebbi in seguito doveva peraltro confermare questa prima impressione, aggiungendovi un'amara dimensione sessuale) come un luogo vasto e spaventoso dove dei ragazzi più grandi studiavano con accanimento materie difficili al fine di assicurarsi un avvenire professionale Un venerdì, non so perché, mi recai con mia zia per aspettare mio cugino all'uscita delle lezioni. Quello stesso giorno il Liceo di Raincy era entrato in sciopero illimitato. Il cortile, che immaginavo di vedere pieno di centinaia di adolescenti indaffarati, era deserto. Qualche professore si trascinava senza scopo tra i pali della pallamano. Mentre mia zia cercava di raccogliere qualche briciola di informazione, mi ricordo di avere camminato per dei lunghi minuti in questo cortile. La pace era totale, il silenzio assoluto. Era un momento meraviglioso.

Nel dicembre del 1986 mi trovavo alla stazione di Avignone, e il tempo era mite. In seguito ad alcune complicazioni sentimentali che sarebbe noioso raccontare, dovevo imperativamente - almeno lo pensavo io - riprendere il treno per Parigi. Ignoravo che uno sciopero era sul punto di scatenarsi su tutta la rete ferroviaria francese. Così, in un solo instante, la successione dello scambio sessuale, dell'avventura e della noia si interruppe. Ho passato due ore seduto su una panchina di fronte al paesaggio ferroviario abbandonato. Vetture del treno erano immobili sui binari del deposito. Si sarebbe potuto credere che fossero in quel posto da anni, perfino che non avessero mai viaggiato. Erano semplicemente là, immobili. Tra i viaggiatori si scambiavano a bassa voce informazioni; l'atmosfera era dominata dalla rassegnazione, dall'incertezza. Avrebbe potuto essere la guerra, o la fine del mondo occidentale.

Alcuni testimoni più diretti degli "avvenimenti del ‘68" in seguito mi hanno raccontato che si trattava di un periodo meraviglioso, in cui le persone si parlavano per strada, in cui tutto sembrava possibile; voglio proprio crederlo. Altri fanno semplicemente osservare che i treni non viaggiavano più, che non si trovava più benzina; lo ammetto senza difficoltà. In tutte queste testimonianze trovo un tratto comune: magicamente, per qualche giorno, una macchina gigantesca e opprimente ha smesso di girare. C'è stata un'oscillazione, un'incertezza si è verificata un'interruzione, una certa calma si è diffusa nel paese. Naturalmente poi la macchina sociale ha ricominciato a girare in modo ancora più rapido, ancora più inesorabile (e il Maggio ‘68 è servito solo a spezzare qualche regola morale che fino ad allora ostacolava la voracità del suo funzionamento). Ciò non impedisce che ci sia stato un momento d'arresto, di esitazione; un istante d'incertezza metafisica.

E’ senza dubbio per le stesse ragioni che, una volta superato il primo movimento di contrarietà, la reazione del pubblico a un arresto improvviso delle reti di trasmissione dell'informazione è lontana dall'essere assolutamente negativa. Si può osservare il fenomeno ogni volta che va in avaria un sistema di prenotazione informatica (cosa assai frequente): una volta ammesso l’inconveniente, e soprattutto dopo che gli impiegati si decidono a utilizzare il proprio telefono, è piuttosto una gioia segreta che si manifesta presso gli utenti; come se il destino desse loro l’occasione di prendere una rivincita ipocrita sulla tecnologia. Allo stesso modo, per realizzare quello che alla fin fine il pubblico pensa dell’architettura nella quale lo si fa vivere, è sufficiente osservare le sue reazioni quando ci si decide a far saltare uno di questi serpentoni di case costruiti in periferia negli Anni Sessanta: è un momento di gioia purissima e violentissima, simile all’ebbrezza di una liberazione insperata. Lo spirito che abita questi luoghi è cattivo, disumano, ostile; è quello di un ingranaggio spossante, crudele, costantemente accelerato; ognuno di noi in fondo lo sente, e si augura la sua distruzione La letteratura si adatta a qualunque cosa, si adegua a qualunque cosa, fruga in mezzo ai rifiuti, lecca le ferite della disgrazia. Una poesia paradossale, dell’angoscia e dell’oppressione, ha potuto nascere dunque in mezzo agli ipermercati e agli uffici. Questa poesia non è allegra; non può esserlo. La poesia moderna non ha la vocazione di costruire un'ipotetica “casa dell’essere” più di quanto l’architettura non abbia la vocazione di edificare dei luoghi abitabili; sarebbe un compito ben diverso da quello che consiste nel moltiplicare le infrastrutture della circolazione e del trattamento dell'informazione. Prodotto residuo dell'impermanenza, l’informazione si oppone al significato come il plasma al cristallo; una società che ha raggiunto una temperatura di surriscaldamento non implode necessariamente ma si dimostra incapace di produrre un significato, essendo la sua energia tutta monopolizzata dalla descrizione informativa delle proprie variazioni aleatorie. Ogni individuo rimane tuttavia in grado di produrre dentro di sé una sorta di rivoluzione fredda, sistemandosi per un attimo al di fuori del flusso informativo-pubblicitario. E’ molto facile da fare; anzi, non è mai stato altrettanto semplice collocarsi in una posizione estetica  nei confronti del mondo: è sufficiente scartare facendo un passo di lato. E persino questo passo, alla fine, è inutile. E’ sufficiente fermarsi; spegnere la radio, staccare la televisione; non acquistare più niente, non desiderare di acquistare più niente. E’ sufficiente non partecipare, non informarsi; sospendere temporaneamente ogni attività mentale. E’ sufficiente, alla lettera, restare immobile per qualche secondo.

 

* Per gentile concessione della casa editrice Bompiani