A proposito di un film recente
Romanzo senza criminali
di Massimiliano Guareschi
(illustrazione di Gastone Mencherini)
Perché
affascina il poliziottesco? Forse per qualcosa di diverso dallo
snobbismo di massa del trash, da quella vertigine di non
apparire seri e noiosi ostentando gusti plebei ormai assurta a norma di
bon ton. Il poliziottesco: sceneggiature improbabili, moralitas
forcaiole e attori maldestri. Tutto ciò senza dubbio, ma anche scorci
particolari, una luce inconfondibile, stinta, corpi biancastri. Un
campionario archeologico di immagini impossibili da trovare altrove, un
repertorio degli anni Settanta fatto di auto, camice, bar di periferia,
tappezzerie, soprammobili seriali, cuscini ontologicamente intrisi di
polvere. Oggetti e ambienti rapidamente invecchiati, segni di una
modernità durata un istante. E poi i cattivi, i reietti, maschere
selvagge di una perfidia irredimibile, prodotto di periferie assolute,
postpasoliniane, o di itinerari lungo le geografie della malvagità di
un Mediterraneo ancora chiuso: Marsiglia-Genova-Napoli. Dove cercare gli
anni Settanta, oltre le narrazioni ufficiali, iper-politiche, che
scambiano le minoranze per il tutto, o gli schematismi sociologici della
"commedia all'italiana"' La risposta è ovvia, nel
poliziottesco, in ciò che si agita e insiste sullo sfondo, dietro
Maurizio Merli o Luc Merenda, mandatari di ogni maggioranza silenziosa
ma anche feticisti dell'inseguimento fra Giulia e 850 sport, viandanti
in trench nei paesaggi desolati del triste risveglio dall'ebbrezza del
boom economico.
La trasposizione cinematografica di Romanzo criminale riporta sui tempi e luoghi del poliziottesco. La fotografia di Bigazzi, forse la cosa che resta più impressa del film, ne porta le tracce. Il libro di De Cataldo non era solo un noir. A modo suo sceglieva di fare i conti con la storia, non disdegnava il registro epico. Colpiva, incalzava pagina dopo pagina, rapido nonostante la mole. Tutto funzionava a meraviglia quando si restava nel mondo criminale. Il magistrato si trovava a suo agio, maneggiava l'argomento. Meno bene andavano le cose quando in ossequio agli stereotipi, gli anni Settanta sono necessariamente quelli, si passava al "movimento". Un personaggio spinge in quei territori la narrazione, e tutto diventa poco credibile, i personaggi si fanno schema, macchietta, il dialogo prevedibile. Poi ovviamente non poteva mancare il registro dietrologico, non per ossessione complottarda, ma perché così è la storia, e i servizi segreti, durante la Guerra fredda, fanno il loro mestiere, o supposto tale, ossia complottare al di là e al di qua della facciata della legalità democratica. La linea di demarcazione fra impresa e criminalità, poi, in quegli anni non è così chiara. O meglio, gli sconfinamenti avevano una forma più diretta, materiale, brutale. Serviva un tipo di manovalanza di cui oggi si può fare tranquillamente a meno.
«Come
asse portante un plot che riporta al sequestro Moro e alla strage di
Bologna»
Uno Scarface italiano, questo poteva essere la cifra cinematografica di Romanzo criminale. Non necessariamente per supina emulazione ma perché in quel senso spingeva la materia. Là, in quello di De Palma, c'era Toni Montana, sbarcato in Florida da Cuba e, dopo la quarantena nel centro profughi, partito alla conquista dell'America. Qui una batteria di quartiere, la banda sarà detta della Magliana, che con qualche innesto, i testaccini, decide di non stare al proprio posto, di pensare in grande. Non intendono passare la vita a fare i "cassettari", specialità delinquenziale locale, vogliono prendersi la città. E siccome a Roma è in questo ambito "città aperta", nessuna grande organizzazione controlla il territorio, si può fare. Basta essere assolutamente spietati, pronti a tutto. Il tramite, la droga, la merce ideale, il nuovo equivalente generale che rende il ciclo capitale-merce-capitale non solo iperaccelerato ma addirittura pleonastico, finanziario, capitalecapitale-capitale.
Un "film civile", ha dichiarato il regista Michele Placido, inscrivendo il suo Romanzo criminale lungo una linea genealogica altra rispetto alla lingua minore del genere. Una delle principali preoccupazioni, stando alle interviste, è pedagogica, non rendere epici, e quindi attraenti i personaggi: non devono emanare il fascino del male. L'operazione di disepicizzazione avviene a iniezioni di minimalismo. Umanizzare i protagonisti, ricondurli alla grammatica riconoscibile dei sentimenti condivisi. E così si mostra che anche le belve sono uomini, si commuovono, hanno degli affetti, sono riconducibili a una comune misura, quasi per rassicurare lo spettatore contro ogni dismisura, anche quella del male. Nulla di più lontano dai cattivi del poliziottesco. Ignobilmente malvagi, per nulla affascinanti, venuti dal nulla, decisi ad affermare un insaziabile "voglio tutto" fino ai suoi esiti più autodistruttivi. Una declinazione, insieme proletaria, autistica e consumista, del "vogliamo tutto"? Perché no.
Per fare cinema civile non ci si può limitare a mettere in scena le gesta di una banda di malfattori. Bisogna fare di più.
Fare capire a chi già lo sa come sempre sono andate le cose in Italia. E. il caso della banda della Magliana non deve fare eccezione. Risulta così indispensabile inserire la vicenda nella trama della storia, nelle trame oscure della nostra storia, come se solo dall'intersezione con tale livello il materiale criminale potesse ascendere al livello non solo dell'intelligibilità ma anche della politicità. Con ogni evidenza nel ricco accumulo di fatti, intrecci e livelli del romanzo era necessario scegliere, selezionare, individuare una linea discriminante. La temporalità del film è diversa da quella della pagina. Si è così scelto di privilegiare lo schema burattini-burattinai, facendo emergere come asse portante un plot che riporta al sequestro Moro e alla strage di Bologna. Il tutto solo accennato, tanto il pubblico sa, basta un richiamo. Come se la vicenda criminale in sé non potesse essere autoeloquente, non possedesse una sua intrinseca forza ed esemplarità e di conseguenza dovesse necessariamente ottenere un senso dal di fuori, nell'inserimento come capitolo di una narrazione condivisa che autorizza il giudizio, ribadisce gli schieramenti, assegna le parti. La messa in scena di Carenza, l'agente segreto ex militante del Movimento studentesco, sul quale si è aperto un dibattito anche aspro, è in tal senso perfettamente coerente: fra le statuine del presepe, insieme al poliziotto zelante sabotato dai superiori, la prostituta dall'animo nobile, il grande vecchio che muove le fila, non può mancare il sessantottino riconvertito alle peggio cose. Così vuole il canovaccio ispirato all'impegno civile di sinistra, questi sono i suoi personaggi.
E così il film scorre rapido, frenetico, un episodio dopo l'altro per metterci tutto, e lasciare tempo per qualche storia d'amore, digressioni sulla prossima tangentopoli, e per non lasciarsi mancare niente anche le immagini di un comizio di Lama, dell'attentato al papa, della caduta del muro di Berlino. Come dire, la storia da raccontare è sempre quella, che tutti conosciamo, su cui siamo d'accordo. Ma per confermare la storia si perdono le storie che forse poteva essere l'occasione per raccontare, o accennare, proprio a partire dalle vicende della banda. Qualche esempio: la diffusione di massa dell'eroina, l'emergere di una nuova generazione di criminali, il loro contrasto con i vecchi, il pentimento, la fascinazione reciproca fra fascisti desiderosi "di strada" e sottoproletari attratti dal lustro della frase a effetto. Ma tutto ciò non può essere inquadrato nello schema civile, giusto-sbagliato, legale-illegale, manipolati-manipolatori, rimanda a questioni aperte, a processi ambigui. A storie di strada, che non hanno un finale rassicurante, una morale con cui identificarsi. Ma proprio qui in fondo stava l'interessante. In quel qualcosa che eccede il sedimento dei cliché e apre squarci su ciò che dei Settanta è stato espunto dall'immaginario, e che come si diceva talvolta traspare sullo sfondo di film dai titoli improbabili del tipo Milano odia, la polizia resta a guardare. E così, dopo tanto scontato affannarsi su trame e complotti, senza peraltro avere il coraggio, si potrebbe aggiungere, di fare nomi e cognomi, il frammento politicamente più forte del film appare verso la fine, sommessamente, di striscio, quando dopo un profluvio di dialoghi sentenziosi il Dandi, rimesso a nuovo, dichiara: "Voglio tornare a stare in centro, anni fa mio padre ce lo hanno sbattuto fuori a calci nel culo". La frase ovviamente è in romanesco, e si conclude con "li mortacci”.