Sette voci per un dizionario di Tommaso Landolfi

 

di Mariarosa Bricchi

 

(illustrazione di Chiara Dattola)

 

pesceduovo

E’ una frittata (Tommaseo: «frittate grosse, che nella padella si rivoltano, le quali i Fiorentini chiamano pesceduovi»). Ed è, per Landolfi, una parola identificativa. Cosi, almeno, la intende Italo Calvino, discorrendo della passione linguistica del collega: «Se mai ebbi qualche merito ai suoi occhi, fu perché avevo usato in un racconto la parola pesceduovo, che è il giusto vocabolo italiano per omelenette». Anche Landolfi usa la parola pesceduovo: nel racconto Questione d’orientamento il protagonista, affamato, chiede alla domestica «Di grazia, favorisca Ella approntarmi un pesceduovo». Culmine ideale della storia, questa domanda segna la sconfitta di un personaggio posseduto da una incontrollabile ampollosità verbale, incapace di arginare il diluvio di aulicismi che si impadroniscono di lui e zampillano sulla pagina. In questo modo il pesceduovo scivola, da emblema del gusto vocabolaristico landolfiano, a manifesto di un disagio. Che è componente essenziale dell’ininterrotta riflessione sulla scrittura da parte di uno scrittore letteratissimo: Landolfi si serve spesso di vocaboli desueti; ne denuncia ossessivamente l'inadeguatezza; crea congegni narrativi sottilmente depistanti, che negano la propria ragion d'essere in nome dei limiti di un linguaggio che rinunciano, sistematicamente, a sostituire.

 

impossibile

Aggettivo segnaletico, per la sua ricorsività nella riflessione landolfiana sulla scrittura, e per la sua disponibilità ad applicarsi a campi diversi. Da ragazzo, Landolfi aveva provato a inventare una lingua. Anni dopo, lo scrittore dedicherà un saggio alla descrizione (frammentaria) di una lingua “semiideografica", fornita di quattro generi, centoquarantasei casi, milledugento congiunzioni. E via dicendo, in un catalogo passionalmente minuzioso di impossibilia. Della lingua impossibile Landolfi produce anche, emulatore del dantesco Pape satàn, uno specimen, annidato nel racconto che dà il titolo alla sua prima raccolta, il Dialogo dei massimi sistemi. Sono alcuni versi di una poesia, destinata a trasformarsi in testo di culto per gli appassionati del genere. Incipit: Aga magéra difùra. Immancabile, per contro, l'affermazione perentoria dell'impossibilità di creare una lingua nuova, affidata a Des mois: «Ameni tentativi di chi cerca nuovi linguaggi! E necessariamente rientra in qualche antichissimo sistema di rapporti, donde non si evade». Alla stessa conclusione arrivava. d'altro canto, già il Dialogo dei massimi sistemi: «E’ impossibile inventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato». Pena, per la superbia del demiurgo, la follia.

Anche raccontare una storia è, in fondo, impossibile. Denunciando l'asperità dell'impresa in una delle molte sezioni metanarrarive dei suoi Racconti impossibili Landolfi coniuga di nuovo invenzione, impossibilità e follia, e compendia l'impasse in una virata brillante: «Occorre avere una tal quale dose di follia per raccontare una storia, e forse il titolo di tutta intera la presente raccolta doveva essere, meno ambiguamente, Racconto impossibile».

 

tradurre

Sbadigliosa fatica, mestiere mercenario («per necessità di quattrini ridurmi a fare alcunché di assolutamente inutile, traduzioni magari»), sfida distratta e spesso perduta (chiama il suo Puskin «sciagurata versione»: Landolfi fu traduttore, di riconosciuta qualità, da più lingue. Tra i suoi autori spiccano Gogol' e Tolstoj, Novalis e i fratelli Grimm, von Hoffmansthal e Mérimée. Ma il mestiere trascolora in modalità stilistica, e tradurre si trasforma in esercizio che ingloba la scrittura nel suo complesso: diventa metafora, assoluta, dell'atto di scrivere. In un passo di Rien va Landolfi racconta il passaggio dal pensiero alla pagina impiegando concetti, come mediazione e tradimento, di chiara matrice traduttoria: dare forma a un'idea «non si può fare che in modo mediato, quando non per via di successivi tradimenti». E’ illuminante, in proposito, la sintesi di Eugenio Montale: «Landolfi magnifico traduttore dal russo e da altre lingue, quando scriveva in proprio, non faceva altro che tradursi, tenendo nascosto in sé l'originale».

 

menzogna

Parola condivisa. Il partner è Giorgio Manganelli, più giovane di una generazione, adepto e profeta della letteratura come menzogna. Landolfi parte dalla vita: vivere non si può se non simulando, se non fingendosi uno scopo qualsiasi,. E arriva alla letteratura: scrivere è fingere, e falsa è soprattutto la scrittura artificiosa e ornata che Landolfi a intermittenza pratica e, a intermittenza, condanna, in un gioco di livelli dove verità e menzogna risultano indistinguibili. Nel racconto Rotta e disfacimento dell’esercito la prosa paludata della pagina di apertura è rifiutata dall'autore in quanto falsa. Ma quella scrittura senza semplicità, lontana dall'ideale comunicativo che Landolfi dichiara (mentendo) di inseguire, risulta di fatto l'unica capace di garantire il racconto, la cui possibilità è a sua volta negata. In vertiginoso affondo, menzogna è prima di tutto, scrivere parole gonfie, esclamative. Ma tali sono, di necessità, le parole già patinate dall'uso letterario. Per esempio, la scelta di parole come tregenda e bufera, non va forse interpretata, oltre che come un ambiguo omaggio all'amico Montale, anche come prova, all'ennesima potenza, di insincerità? Estremizzando, ogni parola è, è stata, o può diventare, insincera, e menzogna è scrivere parole, di qualunque registro.

La patente di mentitore arriva comunque, per Landolfi, dal gran sacerdote di tutti i bugiardi, Manganelli, appunto: «nei tempi oscuri della letteratura onesta egli fu, insieme a pochi altri, uno scorbutico custode delle formule incantatorie, un navigatore perduto tra i sedentari, uno sfacciato mentitore tra ostinati devoti del vero».

 

diario

Landolfi ne ha scritti tre. Non senza dichiarare l’impossibilità di farlo: «avevo finalmente deciso di non più riprendere questo diario: anch'esso mi appariva impossibile». Nati sotto il segno dell’otium, protetti dalle muse vagabonde di aggettivi segnaletici coma fiacco, leggero, inutile, impossibile (tutti prelevati dalle prime righe dei tre libri), i diari falliscono, prima che in altri, proprio nella dichiarata finalità di gioco e passatempo: «ogni passatempo è supremamente noioso, più del tempo che si vorrebbe passare» (Rien va). Poco a che vedere, hanno i diari landolfiani. con la registrazione cronologica di fatti e pensieri. En passant, c'è anche quello: i figli, le donne, la riflessione sullo scrivere e sul tradurre, le autocommiserazioni esistenziali. Ma la vera peculiarità ha a che vedere non coi temi, ma con la forma: Landolfi trasforma il diario da calendario a contenitore. Entro una cornice che può addirittura essere scandita dalle date, come accade in Rien va e in Des mois (ma non nella BIERE DU PECHEUR) si accumulano materiali di micro-generi letterari differenti: lettere; "fogliolini" di mano dell'io rammemorante, che non rinuncia a presentarli e a commentarli; brevi testi narrativi cui si attribuiscono provenienze svariate («un vecchio manoscritto»...); poesie. Diario come baule, soffitta, scatola. Ma questo è solo il punto d'avvio. A partire dai materiali di deposito, i diari landolfiani generano un meccanismo avvitato ed egocentrico, per opera di una voce che proietta verso l'interno ogni accadimento, e lo restituisce alla pagina triturato dai suoi rovelli, e ricomposto in parole. Parole di cui, in infinita circolarità, la stessa voce lamenta l'artificiale distanza dalla vita

 

dizionari

Alla seduzione dei vocabolari Landolfi si abbandona con voluttà. E tale devozione dichiara, facendola oggetto di paradossali variazioni. I vocabolari sono spesso comparse o protagonisti degli scritti landolfiani. Nel racconto A tavolino lo Zingarelli, «universalmente noto vocabolario della lingua italiana», troneggia tra gli strumenti d'autore, titolare di diritto di uno spazio privilegiato sul piano di lavoro: eliminarlo «sarebbe mera follia». Altrove, accanto a «un volgare Zingarelli», il vocabolario «che va per le mani di tutti, e perfino in quelle degli scolaretti», compare il Tommaseo-Bellini, «un dizionario specificamente da letterati, che non manca neppure nella biblioteca delle mezze tacche letterarie».

Ai vocabolari è anche dedicato un celebre dittico di racconti, La passeggiata e Conferenza personalfilologico­drammatica con implicazioni, che realizza una variazione con sorpresa su temi landolfiani tra i più consueti. La passeggiata è un breve testo a prima vista incomprensibile, non perché scritto in una lingua inventata (ipotesi che gli interessi dell'autore renderebbero legittima), ma perché stipato di parole fuori dall'uso. La Conferenza torna, a qualche anno di distanza, sull'argomento, e svela l'arcano per via di strumentazione vocabolaristica. Un piccolo apologo in due puntate, insomma, su scrittore e vocabolario.

 

animali

Sono ostili, indecifrabili. Strani. Popolano incubi e fantasie diurne e, come messaggeri infernali, accompagnano il precipitare delle storie nel buio e nell'ossessione. Possono essere insetti, e presentarsi in falangi immense e serrate. Come le blatte in un mare senza nome, «una quantità sterminata di blatte, tanto fitte da non lasciar occhieggiare l'acqua di sotto». O rettili, topi, piattole, ragni. Con una costante, memore della lezione di Kafka: l'orrore scivola in pietas, l'estraneità in, pur mostruosa, identificazione («ragno mi sento sovente» dichiara l'io recitante di LA BIERE DU PECHEUR). Così il topo protagonista di Mani, agonizzante dopo la lotta con la cagnetta, comunica al protagonista una strana dolcezza; l'uccisione dell'enorme ragno, nero e peloso, del racconto omonimo, si trasforma in «atto sacrale»; e si arriva per questa via alla dichiarata identificazione tra il protagonista Landolfiano e il paniere di chiocciole che titola una storia: «potrei essere io medesimo, tutto intero, un paniere di chiocciole». L'orrore, insomma, non abita fuori dall'uomo, ma da lui discende, come gli esseri senza nome, neri e lustri che, in Cancroregina, vergono prodotti dal corpo stesso del protagonista: «Mi sono usciti dal naso, dalla bocca, dagli orecchi».

Il monstrum può essere zoologico, è sempre verbale: gli animali landolfiani offrono occasione per ingegnosi esercizi di onomastica. Accanto a pipistrelli, tapiri, babirussa, ecco allora le labrene: «così talvolta le chiamo perché così le chiamava un mio compagno d'infanzia venezolano. Si tratta in sostanza d'un comune geco». E, infine, in Cancroregina, il porrovio, insignito di una dissertazione sull'impossibilità definitoria. Che culmina nel senso ultimo dei bestiari landolfiani: «Il porrovio non è una bestia: è una parola». Come le parole , appunto, sanno essere: ostili e indecifrabili.