L'inarrestabile cammino della medicina alternativa

 

di Paolo Albani

 

 

Quando, in un corridoio dell'ospedale di Careggi, il maresciallo Parenti, insieme all'appuntato De Filitto, gli notificò il fermo di custodia cautelare, Manlio Gerolami non fece una piega, rimase in silenzio. Alto, spalle larghe e imponenti, capelli grigi folti che gli scendevano giù a lambire appena il collo, indossava un camice bianco sotto il quale s'intravedevano una giacchettina con lo scollo a vu e dei pantaloni di stoffa leggera, entrambi di un colore verde acceso. Sul camice gli pendeva un cartellino su, cui era scritto: «Prof. Manlio Gerolami».

 

«Una ingegnosa terapia contro il dolore»

 

Non appena fu ammanettato, come un pericoloso delinquente, delle voci ostili si levarono da un gruppetto di persone che sostava vicino alla stanza del capo sala: «Hai finito di tormentarci!» gridò un'anziana signora trattenendo a stento le lacrime, «Bastardo!» incalzò un altro che stringeva in mano una cartella clinica. «Per favore, per favore» si limitò a protestare sottovoce il maresciallo Parenti cercando di cal-mare gli animi.

Di quale delitto era accusato Manlio Gerolami? I capi d'accusa (abuso di titolo professionale, truffa, procurato allarme) muovevano dal semplice fatto che Manlio Gerolami non era un medico. Aveva sì, in gioventù, seguito per due anni dei corsi alla Facoltà di Medicina di Pisa, ma non si era mai laureato. Per tutta la vita aveva fatto l'impiegato presso una grande impresa del nord. Giunto alla pensione, un po' per ingannare il tempo, ma soprattutto (come dichiarò, serio, al maresciallo Parenti) "a fin di bene", Manlio Gerolami si era inventato un mestiere: il terapeuta contro il dolore. In che cosa consistesse la "terapia" del Gerolami lo si può arguire esaminando il verbale del suo interrogatorio avvenuto nella stazione dei carabinieri di Borgo Ognissanti.

Nel verbale c'era scritto che quasi tutti i giorni feriali (a volte anche le domeniche e i festivi), Manlio Gerolami si recava a Careggi, il più grande ospedale fiorentino (lo stesso dove fu arrestato), e lì, con grande professionalità, entrava in azione. Quando, intorno a un letto, notava i familiari e gli amici di un paziente appena operato o li vedeva gironzolare per i corridoi in attesa che il loro caro uscisse dalla sala operatoria, Manlio Gerolami si arrestava di colpo. Ne inquadrava uno, quello che, sulla base della sua esperienza e dell'intuito, giudicava il più "influenzabile"; dopo di che lo prendeva in disparte e poi, assumendo un'aria severa, gli diceva:

 

«Il pericolo scampato come forma di salute»

 

- Mi scusi, permette che mi presenti? Sono il professor Manlio Gerolami. Vorrei dirle una cosa delicata, se mi concede un minuto. Vede, io temo... ho seri motivi di ritenere che lei sia malato. Gravemente malato. Mi dispiace darle questa notizia così, in modo brutale, ma fa parte del mio lavoro. Mi creda, spero di sbagliarmi, ma non le resta molto da vivere, se non si cura subito. Ravvedo in lei i sintomi classici del... - e qui, per impressionare la sua vittima, Manlio Gerolami tirava fuori una di quelle espressioni mediche astruse, incomprensibili, che incutano paura solo a sentirle pronunciare.

A questo punto, pensando di trovarsi di fronte a un professorone, a un luminare della medicina, i poveretti si mettevano in agitazione, spauriti. Su consiglio dello stesso Gerolami («Questo depone a favore della mia buona fede» aggiunse lui, sfacciato, durante l'interrogatorio), andavano subito dal medico di famiglia per farsi prescrivere le analisi del caso. Dopo un lungo periodo trascorso nell'angoscia più cupa, fra i pensieri più terribili, quando alla fine arrivavano i risultati, ovviamente negativi, i malcapitati esultavano, avevano un guizzo di felicità e riprendevano a vivere con un'eccitazione mai conosciuta prima di allora. Scampato il pericolo, riprendevano coraggio, rifiorivano, in certi casi si trasformavano sia nel fisico che nell'animo aprendosi a nuove esperienze. Durante le indagini il maresciallo Parenti appurò che, dopo lo spavento patito, molte delle vittime si erano avvicinate a Dio, cominciando a frequentare chiese, moschee, sinagoghe, templi valdesi, salette dei Testimoni di Geova, eccetera; altri erano partiti per l'oriente, avevano venduto tutto, donato i propri risparmi a istituti di beneficenza, e si erano fatti monaci buddisti.

 

«Stare peggio per stare meglio»

 

Lo scopo della terapia di Manlio Gerolami era di risvegliare nel soggetto preso di mira il desiderio di godersi di nuovo la vita, con più intensità, fatto tesoro del dolore sofferto. In una catarsi liberatoria, la vittima, al termine del suo calvario, quando, cioè, scopriva di essere sana come un pesce, tornava prodigiosamente a «riveder le stelle» come Gerolami stesso, abbozzando un sorrisino beffardo, spiegò al maresciallo Parenti, che mise tutto a verbale, anche il «riveder le stelle».