Riflessioni dello scrittore francese sull'arte contemporanea
Lezioni di smarrimento
di Michel Houellebecq *
(traduzione di Gabriele Nesti)
(illustrazione di Sara Colaone)
«Mi batto contro idee della cui esistenza
non
sono nemmeno sicuro»
L'architettura
contemporanea come mezzo di accelerazione degli spostamenti
La
massa, come è noto, non ama l'arte contemporanea. Questa constatazione
triviale si riferisce in realtà a due atteggiamenti opposti.
Attraversando per caso uno spazio nel quale sono esposti alcuni esempi
di pittura o di scultura contemporanea, il passante medio si fermerà
davanti alle opere esibite, se non altro per burlarsene. Il suo contegno
oscillerà tra il divertimento ironico e il riso puro e semplice; in
ogni caso sarà incline a un atteggiamento di derisione; anche
l'insignificanza di ciò che gli viene presentato sarà per lui una
prova rassicurante di innocuità; certamente avrà perduto del
tempo ma, dopo tutto, non in modo così sgradevole.
Posto
davanti a un'opera di architettura contemporanea, lo stesso passante avrà
molta meno voglia di ridere. In condizioni favorevoli (a tarda sera o
con il sottofondo di una sirena della polizia), sarà possibile
osservare una chiara manifestazione di angoscia, accompagnata da
un aumento complessivo delle secrezioni organiche. In tutti i casi, il
funzionamento dell'insieme delle funzioni visive e motorie conoscerà
una crescita significativa.
E'
questo che avviene quando un pullman di turisti, fuorviato dal groviglio
di una segnaletica esotica, depone il suo carico nel quartiere delle
banche di Segovia o nel centro d'affari di Barcellona. Immersi nel loro
universo abituale di acciaio, vetro e segnali, i visitatori ritrovano
subito l'andatura rapida, lo sguardo funzionale e orientato adatti a un
simile ambiente. Avanzando tra i pittogrammi e le segnalazioni scritte
non tardano a raggiungere il quartiere della cattedrale, il cuore della
storia della città. Subito il passo si fa più lento; il movimento
degli occhi acquista qualcosa di aleatorio, quasi di erratico. Si può
leggere sul loro volto una certa meraviglia inebetita (fenomeno di
apertura della bocca, tipico degli Americani). Evidentemente si sentono
in presenza di oggetti visivi insoliti, complessi, difficili da
decifrare. Ben presto. però sui muri appaiono messaggi; grazie
all'ufficio del turismo dei riferimenti storico-culturali vengono in
loro soccorso; i nostri viaggiatori possono allora tirare fuori le loro
videocamere per inscrivere la memoria dei loro spostamenti in un
percorso culturale orientato.
L'architettura
contemporanea è un"architettura modesta; essa afferma la
sua presenza autonoma, la sua presenza in quanto architettura soltanto
per ammiccamenti discreti – in genere dei micromessaggi
pubblicitari sulle proprie tecniche di fabbricazione (per esempio è
usanza comune assicurare la massima visibilità ai macchinari
dell'ascensore, così come al nome della ditta responsabile della loro
progettazione).
L'architettura
contemporanea è un'architettura funzionale; del resto le
questioni estetiche al suo riguardo sono state da molto tempo cancellate
dalla formula: "Ciò che è funzionale è necessariamente
bello". Partito preso sorprendente, che lo spettacolo della natura
contraddice in continuazione, spingendo piuttosto a vedere nella
bellezza una sorta di rivincita sulla ragione. Se in natura le
forme piacciono all'occhio è perché spesso non servono a niente, perché
non rispondono ad alcun criterio di efficienza percepibile. Si
riproducono con esuberanza, con ricchezza, apparentemente mosse da una
forza interna che si può definire come puro desiderio di essere,
semplice desiderio di riprodursi; una forza a dire il vero poco
comprensibile (è sufficiente pensare all'inventiva buffa e un po'
ripugnante del mondo animale) ma non per questo meno indubbia. Certe
forme della natura inanimata (cristalli, nuvole, reti idrografiche)
sembrano, è vero, obbedire a un criterio di ottimizzazione
termodinamica; ma sono appunto le più complesse, le più ramificate.
Non richiamano in niente il funzionamento di una macchina razionale, ma
piuttosto il fermento caotico di un processo.
In
quanto raggiunge il proprio vertice nella costruzione di luoghi così
funzionali da diventare invisibili, l'architettura contemporanea è
un'architettura trasparente. Prima di permettere la circolazione
rapida degli individui e delle merci, essa tende a ridurre lo spazio a
pura geometria. Destinata a essere attraversata da una successione
ininterrotta di messaggi testuali, visivi e iconici, deve assicurare a
essi la massima leggibilità (solo un luogo perfettamente trasparente è
un superconduttore di informazioni). Sottoposta alla dura legge del
consenso, i soli messaggi permanenti che essa consentirà saranno
informazioni obiettive. Così il contenuto di quegli immensi cartelloni
che costeggiano i percorsi autostradali è stato l'oggetto di un attento
studio preliminare. Numerosi sondaggi sono stati realizzati per evitare
di scandalizzare questa o quella categoria di utenti; sono stati
consultati psico-sociologi, così come specialisti della sicurezza
stradale: tutto per giungere a indicazioni del tipo "Auxerre"
o "Les lacs".
L'architettura
della stazione di Montparnasse è trasparente e non misteriosa,
stabilisce una distanza necessaria e sufficiente tra gli schermi video
con gli orari e i terminali elettronici di prenotazione, segnala con
adeguata ridondanza gli arrivi e le partenze sui diversi binari; in tal
modo permette all'uomo occidentale di intelligenza media o superiore di
raggiungere la meta del proprio viaggio riducendo l'attrito,
l'incertezza, il tempo perso. Più in generale tutta l'architettura
contemporanea deve essere considerata come un immenso dispositivo di
accelerazione e razionalizzazione degli spostamenti umani; il suo
ideale, da questo punto di vista, potrebbe essere lo svincolo
autostradale che si può osservare nei pressi di Fontainebleau-Melun
Sud.
E'
così che anche il complesso architettonico conosciuto sotto il nome de
La Défense può essere letto come un mero dispositivo produttivistico,
un dispositivo di crescita della produttività individuale. Per quanto
si sforzi, questa visione paranoica rimane incapace di giustificare
l'uniformità delle risposte architettoniche offerte ai più diversi
bisogni sociali (ipermercati, locali notturni, uffici, centri culturali
e sportivi). Si progredirà considerando invece che viviamo non solo in
un'economia di mercato ma più in generale in una società di
mercato, vale a dire in una civiltà in cui l'insieme dei rapporti
umani - e allo stesso modo l'insieme dei rapporti dell'uomo con il mondo
- sono mediati da un calcolo numerico semplice nel quale intervengono
l'attrattiva, la novità e il rapporto qualità-prezzo. In questa
logica, che riguarda tanto le relazioni erotiche, amorose, professionali
quanto gli acquisti propriamente detti, si tratta di facilitare i
rapporti relazionali velocemente rinnovati (tra consumatori e prodotti,
tra dipendenti e imprese, tra amanti), dunque di promuovere una fluidità
consumistica basata su un'etica della responsabilità, della trasparenza
e della libera scelta.
Costruire
scaffalature
L'architettura
contemporanea si dota dunque implicitamente di un programma semplice,
che si può riassumere così: costruire le scaffalature dell'ipermercato
sociale. Essa ci riesce da un lato manifestando una completa fedeltà
all'estetica dello scaffale, dall'altro privilegiando l'impiego di
materiali dalla granulometria ridotta o nulla (metallo, vetro, materie
plastiche). L'impiego di superfici riflettenti
o trasparenti permetterà inoltre una moltiplicazione degli espositori
di merce. In ogni caso si tratta di creare spazi polimorfi,
indifferenti, componibili (lo
stesso processo è d'altronde all'opera nella decorazione interna:
ristrutturare un appartamento, oggi, significa essenzialmente abbattere
i muri per sostituirli con dei tramezzi mobili - che saranno in effetti
spostati poco, perché non c'è nessuna ragione di spostarli; ma
l'essenziale è che esista la possibilità di farlo, che sia stato
creato un grado di libertà supplementare – e sopprimere gli elementi
di decorazione fissa: i muri saranno bianchi, i mobili traslucidi). Si
tratta di creare spazi neutri dove potranno dispiegarsi liberamente i
messaggi informativi-pubblicitari prodotti dalla macchina sociale e che,
d'altra parte, la costituiscono. Perché, cosa mai producono gli
impiegati raccolti a La Défense? Per essere esatti, niente; il processo
di produzione materiale è diventato persino perfettamente incomprensibile ai loro occhi. Ricevono
informazioni numeriche sugli oggetti del mondo.Queste informazioni
costituiscono la materia prima
per statistiche, calcoli; vengono elaborati modelli,, prodotti grafici di decisione;
in cima alla catena sono prese delle decisioni, nuove informazioni
vengono reintrodotte nel corpo sociale. Così la materia del mondo è
sostituita dalla sua immagine digitale; l'essere delle cose è
soppiantato dal grafico delle sue variazioni. Polivalenti, neutri e
modulari, gli spazi moderni si adattano all'infinità di messaggi ai
quali devono servire da supporto. Non possono concedersi di trasmettere
un significato autonomo, di evocare un'atmosfera particolare; non
possono perciò avere né bellezza né poesia né, più in generale,
alcun carattere proprio. Spogliati di ogni carattere individuale e
permanente, e a questa precisa condizione, saranno pronti ad accogliere
l'indefinita pulsazione del transitorio.
Mobili,
aperti alla trasformazione, disponibili, gli impiegati moderni subiscono
un processo di spersonalizzazione analogo. Le tecniche di apprendistato
del cambiamento rese celebri dalla New
Age si
ripromettono di creare individui indefinitamente mutevoli, liberi da
ogni rigidità intellettuale o emotiva. Sciolto dagli ostacoli delle
appartenenze, delle fedeltà, dei codici di comportamenti rigidi,
l'individuo moderno è così pronto a prendere posto in un sistema di
transizioni generalizzate, in seno al quale è diventato possibile
attribuirgli, in modo univoco e non ambiguo, un
valore
di scambio.
La
progressiva trasformazione de11a vita sociale in un sistema di
informazioni numeriche, già molto progredita negli Stati Uniti, era in
notevole ritardo nell'Europa Occidentale, come testimoniano per esempio
i romanzi di Marcel Proust. Occorsero parecchi decenni per giungere alla
liquidazione completa dei significati simbolici connessi alle diverse
professioni, sia positivi (chiesa, insegnamento) sia negativi (pubblicità,
prostituzione). Alla fine di questo processo di decantazione divenne
possibile stabilire una gerarchia precisa
tra gli stati sociali sulla base di due semplici criteri numerici: il
reddito annuale, il numero delle ore lavorative.
Sul
piano amoroso, i parametri dello scambio sessuale sono stati anche loro
legati per molto tempo a un sistema di descrizione lirica,
impressionistica, poco affidabile. Ancora una volta è dagli Stati Uniti
d'America che doveva venire il primo serio tentativo di definizione
degli standard. Basato su criteri semplici e obiettivamente verificabili
(età - statura – peso – misure dei fianchi, della vita e del petto
per le donne; età – statura – peso - misurazione del sesso in
erezione per gli uomini), esso fu dapprima reso popolare
dall’industria pornografica,
presto imitata dalle riviste femminili. Se la gerarchia
economica semplificata ha incontrato a lungo delle contestazioni
sporadiche (movimenti in favore della "giustizia sociale"), è
opportuno notare che la gerarchia erotica, percepita come più naturale,
fu rapidamente interiorizzata e incontrò subito un largo consenso.
Messi
nella condizione di definire sé stessi con una breve sequenza di
parametri numerici, liberati dal pensiero dell'Essere che aveva
ostacolato a lungo la fluidità dei loro movimenti mentali, gli uomini
occidentali - almeno i più giovani – furono così in grado di
adattarsi alle mutazioni tecnologiche che attraversavano le loro
società, mutazioni che causavano a loro volta trasformazioni
economiche, psicologiche e sociali.
Sul
finire della seconda guerra mondiale la simulazione delle traiettorie
dei missili a media e lunga gittata e la costruzione di un modello
teorico in grado di descrivere le reazioni fissili all'interno del
nucleo dell'atomo fecero sentire il bisogno di strumenti di calcolo
algoritmico e numerico sempre più potenti. In parte grazie ai lavori
teorici di John von Neuman nacquero i primi computer.
In
questo periodo il lavoro d'ufficio era caratterizzato da una
standardizzazione e da una razionalizzazione meno avanzate di quelle che
prevalevano nella produzione industriale. L'applicazione dei primi
computer ai compiti di gestione si tradusse subito nella scomparsa di
ogni libertà e flessibilità nelle procedure – insomma in una brutale
proletarizzazione della classe degli impiegati.
In
quegli stessi anni, con un ritardo comico, la letteratura europea ebbe a
confrontarsi con un nuovo strumento: la macchina da scrivere. Il lavoro indefinito e molteplice
sul manoscritto (con le sue aggiunte, i suoi richiami, le sue postille)
scomparve a vantaggio di una scrittura più lineare e piatta; di fatto
ci fu un allinearsi sulle norme del romanzo poliziesco e del giornalismo
americano (apparizione del mito Underwood – successo di Hemingway).
Questa degradazione dell'immagine della letteratura spinge molti giovani
dotati di un temperamento "creativo" a proiettarsi verso le
strade più gratificanti del cinema e della canzone (sulla distanza,
strade senza uscita; in effetti l'industria americana del divertimento
dopo poco avrebbe iniziato il suo lavoro di distruzione delle altre
industrie del divertimento – lavoro che oggi vediamo giungere a
termine).
L'apparizione improvvisa del personal computer, all'inizio degli anni Ottanta, può sembrare una sorta di incidente storico; non corrispondendo ad alcuna necessità economica essa rimane inspiegabile a meno di non ricorrere a considerazioni come il progresso nella regolazione delle correnti deboli e l'incisione del silicio. Contro ogni aspettativa gli impiegati della scrivania e i dirigenti medi si trovarono in possesso di uno strumento potente e di facile utilizzazione, che permetteva loro di riprendere il controllo – di fatto, se non di diritto – sui principali elementi del loro lavoro. Una lotta sorda, poco conosciuta, si è svolta per molti anni tra i grandi gruppi informatici e gli utenti "di base" a volte spalleggiati da gruppi di appassionati informatici. La cosa più sorprendente è che progressivamente, prendendo coscienza del costo e della limitata efficacia della macro-informatica, dal momento che la produzione seriale permetteva l'apparizione di materiali e di programmi di gestione affidabili e a buon prezzo, i grandi gruppi si indirizzarono verso i personal computer.
Per
lo scrittore il personal computer fu una liberazione insperata: non si
ritrovava del tutto l'agilità e il piacere del manoscritto ma
ridiventava comunque possibile abbandonarsi a un lavoro serio sul testo.
In questi stessi anni vari, diversi indizi fecero pensare che la
letteratura avrebbe potuto ritrovare parte del suo prestigio anteriore
– meno del resto per i suoi meriti che per l'autodistruzione delle
attività rivali. Rock e cinema, sottoposti al formidabile potere di
livellamento della televisione, persero a poco a poco la loro magia. Le
distinzioni precedenti tra film, clips, attualità, pubblicità,
testimonianze umane, reportage tesero a cancellarsi a vantaggio di una
nozione di spettacolo generalizzata.
La
comparsa delle fibre ottiche, l'accordo industriale sul protocollo
TCP-IP consentirono all'inizio degli anni Novanta l'apparizione di reti
informatiche interne e in grado di mettere in contatto tra loro diverse
aziende. Ridivenuto un semplice luogo di lavoro integrato in un
affidabile sistema cliente-server, il personal computer perse ogni
capacità di elaborazione autonoma. In effetti ci fu un ritorno alle
procedure normali in seno ai sistemi di trattamento dell'informazione più
mobili, più trasversali, più efficaci.
Onnipresenti
nelle imprese, i personal computer avevano fallito sul mercato domestico
per ragioni poi chiaramente analizzate (prezzo ancora alto, mancanza di
utilità reale, difficoltà di utilizzazione in posizione distesa). La
fine degli anni Novanta vide la comparsa dei primi terminali passivi di
accesso Internet; sprovvisti di capacità di calcolo come di memoria,
quindi assai poco costosi, erano concepiti per permettere l'accesso alle
gigantesche banche dati costituite dall'industria americana del
divertimento. Muniti di un dispositivo di pagamento elettronico reso
finalmente sicuro (almeno ufficialmente), accattivanti nel design e
leggeri, dovevano imporsi rapidamente come standard, rimpiazzando allo
stesso tempo il telefono portatile, il Minitel e il comando a distanza
dei televisori classici.
In
modo inatteso il libro finì per costituire un polo di resistenza
vivace. Ci furono dei tentativi di immagazzinare le opere su Internet;
il loro successo rimase molto ridotto, limitato alle enciclopedie e alle
opere di riferimento. Nel giro di qualche anno l'industria dovette
rassegnarsi: più pratico, più seducente e più maneggevole, l'oggetto
libro conservava il favore del pubblico. Ora, ogni libro, una volta
acquistato, diventava un temibile strumento di isolamento. Nella chimica
intima del cervello la letteratura aveva spesso potuto, in passato,
superare l'universo reale; non aveva niente da temere dagli universi
virtuali. Fu l'inizio di un periodo paradossale, che dura ancora oggi,
in cui la globalizzazione del divertimento e degli scambi – nei quali
il linguaggio articolato occupava un posto ridotto – andava di pari
passo con un rafforzamento delle lingue dialettali e delle culture
locali.
Apparizione della stanchezza
Sul
piano politico, l'opposizione al liberalismo economico globale era
cominciata in effetti molto prima; essa conobbe il suo atto di
fondazione in Francia a partire dal 1992 con la compagna per il No al
referendum di Maastricht. Questa campagna traeva la forza meno dal
riferimento a un'identità nazionale o a un patriottismo repubblicano
– tutti e due spariti nei massacri di Verdun nel 1916-1917 – che a
una autentica stanchezza generale, a un sentimento di rifiuto puro e
semplice. Come tutti gli storicismi che lo avevano preceduto, il
liberalismo giocava la carta dell'intimidazione presentandosi come
divenire storico ineluttabile. Come tutti gli storicismi che lo avevano
preceduto, il liberalismo si rappresentava come assunzione e superamento
del sentimento etico semplice in nome di una visione a lungo
termine del divenire storico dell'umanità. Come tutti gli
storicismi che lo avevano preceduto, il liberalismo prometteva
nell'immediato sacrifici e sofferenze, relegando a una o due generazioni
di distanza l'arrivo del bene generale. Un tale modo di ragionare aveva
già causato danni a sufficienza durante tutto il XX secolo.
La
perversione del concetto di progresso immancabilmente provocata dagli
storicismi doveva disgraziatamente favorire la comparsa di pensieri
clowneschi tipici delle epoche di smarrimento. Ispirati spesso da
Eraclito o da Nietzsche, adeguati ai salari medi e alti, dotati di una
forma a volte piacevole, essi sembravano trovare loro conferma nella
proliferazione, presso gli strati meno favoriti della popolazione, di
riflessi identitari multipli, imprevedibili e violenti. Alcuni progressi
nella teoria matematica delle turbolenze indussero in effetti a
rappresentare sempre più frequentemente la storia umana nei termini di
un sistema caotico in cui i futurologi e i pensatori mediatici si
ingegnavano a scoprire uno o più punti di attrazione. Sprovvista di
ogni base metodologica, questa analogia non era per questo destinata a
guadagnare meno terreno presso gli strati istruiti o semi-istruiti,
impedendo in modo durevole la costituzione di una nuova ontologia.
(fine
prima parte)
*
Per gentile concessione della casa editrice Bompiani