Riflessioni dello scrittore francese sull'arte contemporanea 

 

 

Lezioni di smarrimento

 

di Michel Houellebecq *

 

(traduzione di Gabriele Nesti)

(illustrazione di Sara Colaone)

«Mi batto contro idee della cui esistenza

 non sono nemmeno sicuro» Antoine Waechter

 

L'architettura contemporanea come mezzo di accelerazione degli spostamenti

 

La massa, come è noto, non ama l'arte contemporanea. Questa constatazione triviale si riferisce in realtà a due atteggiamenti opposti. Attraversando per caso uno spazio nel quale sono esposti alcuni esempi di pittura o di scultura contemporanea, il passante medio si fermerà davanti alle opere esibite, se non altro per burlarsene. Il suo contegno oscillerà tra il divertimento ironico e il riso puro e semplice; in ogni caso sarà incline a un atteggiamento di derisione; anche l'insignificanza di ciò che gli viene presentato sarà per lui una prova rassicurante di innocuità; certamente avrà perduto del tempo ma, dopo tutto, non in modo così sgradevole.

Posto davanti a un'opera di architettura contemporanea, lo stesso passante avrà molta meno voglia di ridere. In condizioni favorevoli (a tarda sera o con il sottofondo di una sirena della polizia), sarà possibile osservare una chiara manifestazione di angoscia, accompagnata da un aumento complessivo delle secrezioni organiche. In tutti i casi, il funzionamento dell'insieme delle funzioni visive e motorie conoscerà una crescita significativa.

E' questo che avviene quando un pullman di turisti, fuorviato dal groviglio di una segnaletica esotica, depone il suo carico nel quartiere delle banche di Segovia o nel centro d'affari di Barcellona. Immersi nel loro universo abituale di acciaio, vetro e segnali, i visitatori ritrovano subito l'andatura rapida, lo sguardo funzionale e orientato adatti a un simile ambiente. Avanzando tra i pittogrammi e le segnalazioni scritte non tardano a raggiungere il quartiere della cattedrale, il cuore della storia della città. Subito il passo si fa più lento; il movimento degli occhi acquista qualcosa di aleatorio, quasi di erratico. Si può leggere sul loro volto una certa meraviglia inebetita (fenomeno di apertura della bocca, tipico degli Americani). Evidentemente si sentono in presenza di oggetti visivi insoliti, complessi, difficili da decifrare. Ben presto. però sui muri appaiono messaggi; grazie all'ufficio del turismo dei riferimenti storico-culturali vengono in loro soccorso; i nostri viaggiatori possono allora tirare fuori le loro videocamere per inscrivere la memoria dei loro spostamenti in un percorso culturale orientato.

 

L'architettura contemporanea è un"architettura modesta; essa afferma la sua presenza autonoma, la sua presenza in quanto architettura soltanto per ammiccamenti discreti – in genere dei micromessaggi pubblicitari sulle proprie tecniche di fabbricazione (per esempio è usanza comune assicurare la massima visibilità ai macchinari dell'ascensore, così come al nome della ditta responsabile della loro progettazione).

L'architettura contemporanea è un'architettura funzionale; del resto le questioni estetiche al suo riguardo sono state da molto tempo cancellate dalla formula: "Ciò che è funzionale è necessariamente bello". Partito preso sorprendente, che lo spettacolo della natura contraddice in continuazione, spingendo piuttosto a vedere nella bellezza una sorta di rivincita sulla ragione. Se in natura le forme piacciono all'occhio è perché spesso non servono a niente, perché non rispondono ad alcun criterio di efficienza percepibile. Si riproducono con esuberanza, con ricchezza, apparentemente mosse da una forza interna che si può definire come puro desiderio di essere, semplice desiderio di riprodursi; una forza a dire il vero poco comprensibile (è sufficiente pensare all'inventiva buffa e un po' ripugnante del mondo animale) ma non per questo meno indubbia. Certe forme della natura inanimata (cristalli, nuvole, reti idrografiche) sembrano, è vero, obbedire a un criterio di ottimizzazione termodinamica; ma sono appunto le più complesse, le più ramificate. Non richiamano in niente il funzionamento di una macchina razionale, ma piuttosto il fermento caotico di un processo.

In quanto raggiunge il proprio vertice nella costruzione di luoghi così funzionali da diventare invisibili, l'architettura contemporanea è un'architettura trasparente. Prima di permettere la circolazione rapida degli individui e delle merci, essa tende a ridurre lo spazio a pura geometria. Destinata a essere attraversata da una successione ininterrotta di messaggi testuali, visivi e iconici, deve assicurare a essi la massima leggibilità (solo un luogo perfettamente trasparente è un superconduttore di informazioni). Sottoposta alla dura legge del consenso, i soli messaggi permanenti che essa consentirà saranno informazioni obiettive. Così il contenuto di quegli immensi cartelloni che costeggiano i percorsi autostradali è stato l'oggetto di un attento studio preliminare. Numerosi sondaggi sono stati realizzati per evitare di scandalizzare questa o quella categoria di utenti; sono stati consultati psico-sociologi, così come specialisti della sicurezza stradale: tutto per giungere a indicazioni del tipo "Auxerre" o "Les lacs".

L'architettura della stazione di Montparnasse è trasparente e non misteriosa, stabilisce una distanza necessaria e sufficiente tra gli schermi video con gli orari e i terminali elettronici di prenotazione, segnala con adeguata ridondanza gli arrivi e le partenze sui diversi binari; in tal modo permette all'uomo occidentale di intelligenza media o superiore di raggiungere la meta del proprio viaggio riducendo l'attrito, l'incertezza, il tempo perso. Più in generale tutta l'architettura contemporanea deve essere considerata come un immenso dispositivo di accelerazione e razionalizzazione degli spostamenti umani; il suo ideale, da questo punto di vista, potrebbe essere lo svincolo autostradale che si può osservare nei pressi di Fontainebleau-Melun Sud.

E' così che anche il complesso architettonico conosciuto sotto il nome de La Défense può essere letto come un mero dispositivo produttivistico, un dispositivo di crescita della produttività individuale. Per quanto si sforzi, questa visione paranoica rimane incapace di giustificare l'uniformità delle risposte architettoniche offerte ai più diversi bisogni sociali (ipermercati, locali notturni, uffici, centri culturali e sportivi). Si progredirà considerando invece che viviamo non solo in un'economia di mercato ma più in generale in una società di mercato, vale a dire in una civiltà in cui l'insieme dei rapporti umani - e allo stesso modo l'insieme dei rapporti dell'uomo con il mondo - sono mediati da un calcolo numerico semplice nel quale intervengono l'attrattiva, la novità e il rapporto qualità-prezzo. In questa logica, che riguarda tanto le relazioni erotiche, amorose, professionali quanto gli acquisti propriamente detti, si tratta di facilitare i rapporti relazionali velocemente rinnovati (tra consumatori e prodotti, tra dipendenti e imprese, tra amanti), dunque di promuovere una fluidità consumistica basata su un'etica della responsabilità, della trasparenza e della libera scelta.

 

Costruire scaffalature

 

L'architettura contemporanea si dota dunque implicitamente di un programma semplice, che si può riassumere così: costruire le scaffalature dell'i­permercato sociale. Essa ci riesce da un lato manifestando una completa fedeltà all'estetica dello scaffale, dall'altro privilegiando l'impiego di materiali dalla granulometria ridotta o nulla (metallo, vetro, materie plastiche). L'impiego di superfici riflettenti o trasparenti permetterà inoltre una moltiplicazione degli espositori di merce. In ogni caso si tratta di creare spazi polimorfi, indifferenti, componibili (lo stesso processo è d'altronde all'opera nella decorazione interna: ristrutturare un appartamento, oggi, significa essenzialmente abbattere i muri per sostituirli con dei tramezzi mobili - che saranno in effetti spostati poco, perché non c'è nessuna ragione di spostarli; ma l'essenziale è che esista la possibilità di farlo, che sia stato creato un grado di libertà supplementare – e sopprimere gli elementi di decorazione fissa: i muri saranno bianchi, i mobili traslucidi). Si tratta di creare spazi neutri dove potranno dispiegarsi liberamente i messaggi informativi-pubblicitari prodotti dalla macchina sociale e che, d'altra parte, la costituiscono. Perché, cosa mai producono gli impiegati raccolti a La Défense? Per essere esatti, niente; il processo di produzione materiale è diventato persino perfettamente incomprensibile ai loro occhi. Ricevono informazioni numeriche sugli oggetti del mondo.Queste informazioni costituiscono la materia prima per statistiche, calcoli; vengono elaborati modelli,, prodotti grafici di decisione; in cima alla catena sono prese delle decisioni, nuove informazioni vengono reintrodotte nel corpo sociale. Così la materia del mondo è sostituita dalla sua immagine digitale; l'essere delle cose è soppiantato dal grafico delle sue variazioni. Polivalenti, neutri e modulari, gli spazi moderni si adattano all'infinità di messaggi ai quali devono servire da supporto. Non possono concedersi di trasmettere un significato autonomo, di evocare un'atmosfera particolare; non possono perciò avere né bellezza né poesia né, più in generale, alcun carattere proprio. Spogliati di ogni carattere individuale e permanente, e a questa precisa condizione, saranno pronti ad accogliere l'indefinita pulsazione del transitorio.

Mobili, aperti alla trasformazione, disponibili, gli impiegati moderni subiscono un processo di spersonalizzazione analogo. Le tecniche di apprendistato del cambiamento rese celebri dalla New Age si ripromettono di creare individui indefinitamente mutevoli, liberi da ogni rigidità intellettuale o emotiva. Sciolto dagli ostacoli delle appartenenze, delle fedeltà, dei codici di comportamenti rigidi, l'individuo moderno è così pronto a prendere posto in un sistema di transizioni generalizzate, in seno al quale è diventato possibile attribuirgli, in modo univoco e non ambiguo, un valore di scambio.

 

Semplificare i calcoli

 

La progressiva trasformazione de11a vita sociale in un sistema di informazioni numeriche, già molto progredita negli Stati Uniti, era in notevole ritardo nell'Europa Occidentale, come testimoniano per esempio i romanzi di Marcel Proust. Occorsero parecchi decenni per giungere alla liquidazione completa dei significati simbolici connessi alle diverse professioni, sia positivi (chiesa, insegnamento) sia negativi (pubblicità, prostituzione). Alla fine di questo processo di decantazione divenne possibile stabilire una gerarchia precisa tra gli stati sociali sulla base di due semplici criteri numerici: il reddito annuale, il numero delle ore lavorative.

Sul piano amoroso, i parametri dello scambio sessuale sono stati anche loro legati per molto tempo a un sistema di descrizione lirica, impressionistica, poco affidabile. Ancora una volta è dagli Stati Uniti d'America che doveva venire il primo serio tentativo di definizione degli standard. Basato su criteri semplici e obiettivamente verificabili (età - statura – peso – misure dei fianchi, della vita e del petto per le donne; età – statura – peso - misurazione del sesso in erezione per gli uomini), esso fu dapprima reso popolare dall’industria  pornografica, presto imitata dalle riviste femminili. Se la gerarchia economica semplificata ha incontrato a lungo delle contestazioni sporadiche (movimenti in favore della "giustizia sociale"), è opportuno notare che la gerarchia erotica, percepita come più naturale, fu rapidamente interiorizzata e incontrò subito un largo consenso.

Messi nella condizione di definire sé stessi con una breve sequenza di parametri numerici, liberati dal pensiero dell'Essere che aveva ostacolato a lungo la fluidità dei loro movimenti mentali, gli uomini occidentali - almeno i più giovani – furono così in grado di adattarsi alle mutazioni tecnologiche che attraversavano le loro società, mutazioni che causavano a loro volta trasformazioni economiche, psicologiche e sociali.

 

Breve storia dell'informazione

 

Sul finire della seconda guerra mondiale la simulazione delle traiettorie dei missili a media e lunga gittata e la costruzione di un modello teorico in grado di descrivere le reazioni fissili all'interno del nucleo dell'atomo fecero sentire il bisogno di strumenti di calcolo algoritmico e numerico sempre più potenti. In parte grazie ai lavori teorici di John von Neuman nacquero i primi computer.

In questo periodo il lavoro d'ufficio era caratterizzato da una standardizzazione e da una razionalizzazione meno avanzate di quelle che prevalevano nella produzione industriale. L'applicazione dei primi computer ai compiti di gestione si tradusse subito nella scomparsa di ogni libertà e flessibilità nelle procedure – insomma in una brutale proletarizzazione della classe degli impiegati.

In quegli stessi anni, con un ritardo comico, la letteratura europea ebbe a confrontarsi con un nuovo strumento: la macchina da scrivere. Il lavoro indefinito e molteplice sul manoscritto (con le sue aggiunte, i suoi richiami, le sue postille) scomparve a vantaggio di una scrittura più lineare e piatta; di fatto ci fu un allinearsi sulle norme del romanzo poliziesco e del giornalismo americano (apparizione del mito Underwood – successo di Hemingway). Questa degradazione dell'immagine della letteratura spinge molti giovani dotati di un temperamento "creativo" a proiettarsi verso le strade più gratificanti del cinema e della canzone (sulla distanza, strade senza uscita; in effetti l'industria americana del divertimento dopo poco avrebbe iniziato il suo lavoro di distruzione delle altre industrie del divertimento – lavoro che oggi vediamo giungere a termine).

L'apparizione improvvisa del personal computer, all'inizio degli anni Ottanta, può sembrare una sorta di incidente storico; non corrispondendo ad alcuna necessità economica essa rimane inspiegabile a meno di non ricorrere a considerazioni come il progresso nella regolazione delle correnti deboli e l'incisione del silicio. Contro ogni aspettativa gli impiegati della scrivania e i dirigenti medi si trovarono in possesso di uno strumento potente e di facile utilizzazione, che permetteva loro di riprendere il controllo – di fatto, se non di diritto – sui principali elementi del loro lavoro. Una lotta sorda, poco conosciuta, si è svolta per molti anni tra i grandi gruppi informatici e gli utenti "di base" a volte spalleggiati da gruppi di appassionati informatici. La cosa più sorprendente è che progressivamente, prendendo coscienza del costo e della limitata efficacia della macro-informatica, dal momento che la produzione seriale permetteva l'apparizione di materiali e di programmi di gestione affidabili e a buon prezzo, i grandi gruppi si indirizzarono verso i personal computer.

Per lo scrittore il personal computer fu una liberazione insperata: non si ritrovava del tutto l'agilità e il piacere del manoscritto ma ridiventava comunque possibile abbandonarsi a un lavoro serio sul testo. In questi stessi anni vari, diversi indizi fecero pensare che la letteratura avrebbe potuto ritrovare parte del suo prestigio anteriore – meno del resto per i suoi meriti che per l'autodistruzione delle attività rivali. Rock e cinema, sottoposti al formidabile potere di livellamento della televisione, persero a poco a poco la loro magia. Le distinzioni precedenti tra film, clips, attualità, pubblicità, testimonianze umane, reportage tesero a cancellarsi a vantaggio di una nozione di spettacolo generalizzata.

La comparsa delle fibre ottiche, l'accordo industriale sul protocollo TCP-IP consentirono all'inizio degli anni Novanta l'apparizione di reti informatiche interne e in grado di mettere in contatto tra loro diverse aziende. Ridivenuto un semplice luogo di lavoro integrato in un affidabile sistema cliente-server, il personal computer perse ogni capacità di elaborazione autonoma. In effetti ci fu un ritorno alle procedure normali in seno ai sistemi di trattamento dell'informazione più mobili, più trasversali, più efficaci.

 

Onnipresenti nelle imprese, i personal computer avevano fallito sul mercato domestico per ragioni poi chiaramente analizzate (prezzo ancora alto, mancanza di utilità reale, difficoltà di utilizzazione in posizione distesa). La fine degli anni Novanta vide la comparsa dei primi terminali passivi di accesso Internet; sprovvisti di capacità di calcolo come di memoria, quindi assai poco costosi, erano concepiti per permettere l'accesso alle gigantesche banche dati costituite dall'industria americana del divertimento. Muniti di un dispositivo di pagamento elettronico reso finalmente sicuro (almeno ufficialmente), accattivanti nel design e leggeri, dovevano imporsi rapidamente come standard, rimpiazzando allo stesso tempo il telefono portatile, il Minitel e il comando a distanza dei televisori classici.

In modo inatteso il libro finì per costituire un polo di resistenza vivace. Ci furono dei tentativi di immagazzinare le opere su Internet; il loro successo rimase molto ridotto, limitato alle enciclopedie e alle opere di riferimento. Nel giro di qualche anno l'industria dovette rassegnarsi: più pratico, più seducente e più maneggevole, l'oggetto libro conservava il favore del pubblico. Ora, ogni libro, una volta acquistato, diventava un temibile strumento di isolamento. Nella chimica intima del cervello la letteratura aveva spesso potuto, in passato, superare l'universo reale; non aveva niente da temere dagli universi virtuali. Fu l'inizio di un periodo paradossale, che dura ancora oggi, in cui la globalizzazione del divertimento e degli scambi – nei quali il linguaggio articolato occupava un posto ridotto – andava di pari passo con un rafforzamento delle lingue dialettali e delle culture locali.

 

Apparizione della stanchezza

 

Sul piano politico, l'opposizione al liberalismo economico globale era cominciata in effetti molto prima; essa conobbe il suo atto di fondazione in Francia a partire dal 1992 con la compagna per il No al referendum di Maastricht. Questa campagna traeva la forza meno dal riferimento a un'identità nazionale o a un patriottismo repubblicano – tutti e due spariti nei massacri di Verdun nel 1916-1917 – che a una autentica stanchezza generale, a un sentimento di rifiuto puro e semplice. Come tutti gli storicismi che lo avevano preceduto, il liberalismo giocava la carta dell'intimidazione presentandosi come divenire storico ineluttabile. Come tutti gli storicismi che lo avevano preceduto, il liberalismo si rappresentava come assunzione e superamento del sentimento etico semplice in nome di una visione a lungo termine del divenire storico dell'umanità. Come tutti gli storicismi che lo avevano preceduto, il liberalismo prometteva nell'immediato sacrifici e sofferenze, relegando a una o due generazioni di distanza l'arrivo del bene generale. Un tale modo di ragionare aveva già causato danni a sufficienza durante tutto il XX secolo.

La perversione del concetto di progresso immancabilmente provocata dagli storicismi doveva disgraziatamente favorire la comparsa di pensieri clowneschi tipici delle epoche di smarrimento. Ispirati spesso da Eraclito o da Nietzsche, adeguati ai salari medi e alti, dotati di una forma a volte piacevole, essi sembravano trovare loro conferma nella proliferazione, presso gli strati meno favoriti della popolazione, di riflessi identitari multipli, imprevedibili e violenti. Alcuni progressi nella teoria matematica delle turbolenze indussero in effetti a rappresentare sempre più frequentemente la storia umana nei termini di un sistema caotico in cui i futurologi e i pensatori mediatici si ingegnavano a scoprire uno o più punti di attrazione. Sprovvista di ogni base metodologica, questa analogia non era per questo destinata a guadagnare meno terreno presso gli strati istruiti o semi-istruiti, impedendo in modo durevole la costituzione di una nuova ontologia.

(fine prima parte)

* Per gentile concessione della casa editrice Bompiani