Tra Delfi e la classe operaia
La poiesis di Tony Harrison
di Giovanni Greco
Working class poet, War poet, Angry
poet.
Poeta operaio. Poeta di guerra. Poeta arrabbiato. Sono alcune delle molte
definizioni che la critica ha riservato a Tony Harrison, in questi
ultimi decenni. Riduttive da un lato davanti all'eclettismo militante
del personaggio, ma sostanzialmente concordi nel ribadire quello che forse è il comune denominatore dell'attività di Harrison, la poesia come tensione
unificante, come vocazione onnipervasiva, come
sintesi sempre provvisoria tra biografia, e vorrei dire
biologia,
e stile, se per stile si intende con Barthes, proprio il
biologico,
il
segreto del corpo del poeta. Il drammaturgo, lo sceneggiatore, il
corrispondente dal fronte, il regista teatrale o cinematografico, il
polemista condividono in Harrison quello spessore arcaico, aedico, che
è precedente
alle scissioni e alle mediazioni, alle specializzazioni
che hanno reso il
poietès
nei millenni ben modesta figura, spezzettata e minuscola, come uno dei tanti frammenti nei quali venne dilaniato il Poeta che resuscitava dai morti con il suo canto, Orfeo nella sua variante dionisiaca, paradigma e profezia dell'arte e
della sua fine.
Questa poliedricità, questa molteplicità assumono come dato di partenza
il
classicus,
la visione
classica del mondo e dell'arte, ma se ne fanno interpreti in una
prospettiva complessa che vive l'operazione letteraria in senso greco
come operazione politica
tout court
e
in senso romano come
necessità di una traduzione culturale oltre che linguistica di una
tradizione canonica e codificata che non smette mai di parlare al
futuro. In questo senso, quasi tutta la produzione di Tony Harrison
coniuga cronaca e leggenda, attualità e mito, riconfigurando il
presente nei termini del passato, rileggendo la contemporaneità nella
sua esuberanza ancestrale, conformando la sua parola sistematicamente ad
una doppia articolazione di parola tradotta e tradita. Biologicamente,
Tony Harrison è traduttore, la sua parola come il suo ritmo, la sua
sintassi come la sua immancabile rima sono sempre citazione, allusione,
riuso: in questo senso, la verbalizzazione, la performazione risultano connaturate ad una scrittura che nasce e si propone sempre come
ri-citata o re-citata, teatrale, e dunque incompiuta, monca, nostalgica
della voce, della saliva, del respiro di un aedo. La
mise en abîme,
quella profondità
che non è immersione ma eterno ritorno, diventa allora procedimento
ossessivo di molti testi che trascendono i già labili confini fra
traduzione, adattamento, riscrittura fino al punto da confermare
Ma per evitare subito
qualsiasi equivoco, è importante sottolineare che questa assunzione del
metodo mitico, come lo definì Eliot riferendosi all'Ulisse
di Joyce, cioè di questa idea dialogica della testualità in senso
diacronico come sincronico, non prende mai contorni esclusivistici,
quando non intelletualistici di un fare letterario avulso, che non si
pone il problema della trasformazione e della critica delle relazioni di
potere all'interno della società e dunque degli immaginari e dei
linguaggi. Il mito, la citazione, la filologia sono vissuti come il
luogo dove esprimere più coerentemente la carica rivoluzionaria di ciò
che è al margine, della sofferenza e della privazione, la novità e
spesso la distanza di un mondo senza voce, violento e spietato, ma
talora pasolinianamente tenero e primordiale, in un senso
anti-romantico, utopia, non-luogo vagheggiato davanti all'entropia
corrotta dei tempi. A questo si aggiunga che la parola di Harrison noci
si limita ad essere intertestuale, deposito e proiezione di un dialogo
muto tra testi, ma si fa, con Segre, interdiscorsiva, ovvero si produce
come intonazione seconda, ritmo, sussurro, urlo,
rhesis,
in breve significante
raddoppiato,
parole soufflée
avrebbe detto
Artaud. Il polistilismo, la
Kreuzung der
Gattungen,
la mescolanza tra alto e basso, tra osceno e sublime che si risolve talora
in parodia, talora in farsa, talora in tragi-commedia non si esauriscono
sul piano eminentemente letterario, privato, intimo della lettura
silenziosa ai tempi dell'alienazione (Kristeva), ma necessitano di una
produzione/fruizione dell'atto poetico che sia totalizzante, integrale,
pubblica. Ciò non vuoi dire, come dice lo stesso Harrison, sottrarre
nulla all'urgenza dell'intimità nel renderla non solo traccia scritta,
segno vergato, corporeità della pagina, ma insieme vocalizzo,
phonè,
durata carnale
del suono e del silenzio.
La poesia allora ritorna ad essere poiesis, azione, non contemplazione, ma vocazione, sublimazione, trasfigurazione solenne, centripeta e centrifuga, divinazione. Come disse seria una suora al giovane Tony che si proclamava poeta durante un viaggio in Irlanda: God Bave you the greatest of the gift… Lei non sapeva di parlare del dio di Delfi.