Dossier Harrison - peripezie di una riscrittura  

 


The Trackes uf Oxyrhynchus

 

 

di Giovanni Greco

 

The Trackers of Oxyrhynchus (I Segugi di Ossirinco), uno dei testi teatrali più noti di Tony Harrison (Leeds, 1937), è andato in scena per la prima volta nell'antico Stadio di Delfi in Grecia nel 1988 ed è stato ripreso dall'autore che ne ha curato anche la regia in una versione sostanzialmente rimaneggiata per il Royal National Theatre a Londra nel 1989. Il testo in forma di mise en espace è andato in scena per la prima volta in italiano al Teatro del Lido (Ostia) nel giugno del 2005 con la regia di Giovanni Greco e la partecipazione di Francesco Cordio, Michele Demaria, Maria Cristina Zerbino.

I Segugi di Ossirinco nasce come riscrittura di un dramma satiresco di Sofocle, andato perduto nella tradizione manoscritta e riscoperto in forma frammentaria tra le sabbie di Ossirinco (Egitto) nel 1907 dai due papirologi inglesi Grenfell e Hunt. È proprio dalla vicenda storica che parte Harrison, mettendo in scena i due papirologi che scavano freneticamente alla ricerca di preziosi papiri, aiutati da un coro di Fellaheen. Ma, secondo una prassi che gli è cara, subito la storia si contamina con il mito: Grenfell e Hunt ritrovano gli Ichneutai di Sofocle e la loro ansia di ritrovamenti li tramuta nei protagonisti del dramma, Apollo e Sileno, che cercano le vacche sottratte ad Apollo dal piccolo Ermes, coadiuvati dal coro dei Fellaheen che, nella generale metamorfosi, si trasforma in un coro di Satiri, corteo immancabile di qualsivoglia dramma satiresco. Troveranno il piccolo ladro, ma scopriranno che le vacche non ci sono più e che dalle loro interiora, unite al guscio di una tartaruga, Ermes ha inventato la prima lira, di cui Apollo s'impossesserà, diventando dio della musica e della poesia. Il passaggio ulteriore consente a Harrison la ricontestualizzazione definitiva della situazione storico-mitica: Apollo ricompensa i Satiri, veri artefici del ritrovamento, ma poi li esclude per sempre dai piaceri che la lira produce e produrrà in futuro, in quanto portatori di una umanità minore loro che sono mezzi uomini e mezzi animali. Il finale del testo immagina proprio l'esplosione di questo conflitto in termini moderni tra cultura egemonica e culture subalterne, che è uno dei tratti dominanti della scrittura di Harrison fin dal suo esordio (dalla prima raccolta The Loiners del 1972 che su questa tensione è imperniata, fino a The Laureate's Block, del 2000, nella quale Harrison, ribadendo i suoi sentimenti repubblicani, rifiuta il titolo di poeta laureato dopo la morte di Ted Hughes). La fine dei Trackers con l'ultima trasformazione del Coro che da Satiri si fanno hooligans e quindi barboni di quella South Bank dove si trova il Royal National Theatre, mette in scena, non solo l'irriducibile conflitto tra.alto e basso, ma il senso dell'operazione traduttiva come tensione frustrata verso l'impossibile. Nel continuo gioco di rimandi metatraduttivo che questo testo inscena (questa è solo l'ultima tradizione di una traduzione di traduzione, in una m en abìme inesausta), alla fine è solo un silenzio reiterato che risponde alla richiesta che Sileno fa al pubblico di leggere qualche frammento in greco per liberarlo dalla sua condizione miserabile: l'ultima traduzione riporta il testo alla sua impenetrabilità, alla sua materialità, al suo essere carta scarabbocchiata, utile per fare lenzuola ai barboni o per nettarsi dai bisogni, potentissima metafora dell'eterno ritorno del classicus, allo stesso tempo inattingibile e cannibalizzato, croce e delizia nella dialettica tra futuro e passato. Quel futuro che è una faded song... (Eliot).

I pentametri giambici dell'originale sono resi con dodecasillabi. Non con gli endecasillabi italiani che secondo una consuetudine piuttosto consolidata corrisponderebbero a quella tipologia di versificazione inglese, ma con il dodecasillabo, che mi sembra maggiormente rispondere al ritmo “galoppante dell'originale inglese e alla sonorità spezzata della lingua di partenza. Tutte le volte che è stato possibile ho cercato la rima o l'assonanza (doppia o tripla, interna o in fine di verso come nell'originale), talora l'omofonia, creando un flusso sonoro non familiare ad un orecchio italiano, talora monotono e spesso come troncato che dovrebbe produrre quel Verfremdungseffektekt, quell’effetto straniante così necessario ad un teatro che si confronta con il “classicus”. E proprio come nell'originale, non tutti i versi sono di una lunghezza standard: qualche volta (rara) eccedo qualche altra sono più brevi – anche questo ho provato a restituirlo. Ho vissuto il rapporto con l'originale sofocleo con la stessa”libertà ammanettata” di Tony Harrison: l'ho tenuto costantemente sott'occhio, l'ho piegato alle mie (nostre) esigenze di metteurs en scene, cercando di restituire una necessità nell'oggi alle parole di un venerando pazzo, qual era l'amato Sofocle, troppo conosciuto come il tragico perfetto e monolitico di cui ci parla Aristotele e che rivive nei versi di Harrison; in maniera del tutto nuova e inattesa, ma non anti-filologica.

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