Debbo dirvi una parola
Alba
di
Giuseppe Conte
(illustrazione di Lido Contemori)
La parola "alba" ha per me diverse ragioni di fascino. Una è nel suo suono, aperto, liquido, marino e insieme montagnoso, una specie di onda ritmica consonantica tra due vocali statiche, due "a". Vi chiederete cosa conta il suono di una parola. Per me, che tra le cose imperdonabili della mia vita ho sempre amato più della vita poesia e versi, conta. L:altra è nel suo significato. La parola sembrerà oggi poetica o desueta a quelli per cui tutto è spot, pglp, post, blog, trend. Nell'universo post-umano non c'è più ragione di dire "alba". E anche per questo la parola mi piace. Non sono uno che si svegli all'alba. Questo no. Sto sveglio sino a tardissimo nella notte. E poi in genere al mattino dormo sino a tardi, o ancora peggio ozio nel letto, leggo persino. Le occasioni per incontrare l'alba sono poche. E quello che mi capita più spesso di vedere non è l'alba idillica sui campi e sul mare. Ma quella rude e improvvisa sull'autostrada, che stinge l'asfalto, sottolinea la segnaletica, allarga le gallerie, e nonostante tutto non rinnega la sua forza e la sua magnificenza. Vivo in viaggio. Mi sono esiliato nel viaggio, di mia scelta.
Spesso
l'alba mi sorprende in autostrada perché spesso devo prendere i primi
voli all'aeroporto di Genova o a quello di Nizza. Andando verso Genova,
è come se corressi incontro al chiarore scialbo e tutto macchiato
nondimeno potente, inesorabile nel sole prima che sorga. Verso Nizza,
quel chiarore mi insegue, lo vedo nello specchietto retrovisore come un
fantasma incallito, lo intuisco nel barbaglio al fondo della galleria
che sto attraversando. Ma l'esito è lo stesso. L'alba arriva e
straccia la notte e mi dice che il
giorno ricomincia. Per me, attardato infelicemente, riottosamente nel
mio umanesimo, è un momento decisivo. E' il momento in cui la luce
mostra il suo prevalere eterno sulle tenebre, e in cui la vita,
quello del cosmo, almeno, mostra la sua eterna energia di ricominciamento. Se la potenza e la vastità
dell'alba ci colpiscono fuori delle nostre case, i suoi effetti durano
fino agli scuri delle nostre finestre. Quando apro gli occhi e vedo la
luce, è come se sentissi tutto l'aspro piacere di una rinascita. Il
mondo c'è ancora, Giuseppe Conte, per quel piccolissimo,
esitante, ininfluente posto che occupa nel modo, c'è ancora.
Né la notte né il sonno né il caos labirintico scindente dei sogni
prende il sopravvento. Uomini più saggi di noi pregano per l'alba
e ringraziano il sole per il suo ritorno. Così gli Indù recitano un
mantra a Surya, dio del sole, ogni mattina, e perché i demoni malvagi
della distruzione e del nulla vengano cacciati. L'alba è la potenza
senza misura della vita. Walt Whitman, sia benedetta la sua voce, diceva
che un'alba ci ucciderebbe, se non avessimo un'alba dentro di noi. Molti
hanno perduto il senso dell'alba. Come hanno perduto del tutto la
capacità di entrare nelle catene di simboli che governano la nostra
anima. Oggi sento tanti parlare del mito, io che quando pronunciavo,
pioniere avventuroso, la parola "mito"
venivo martirizzato negli Anni Settanta. Ma forse sono ancora pochi a
cogliere il legame sotterraneo tra il mito e la rinascita vitale dello
stesso linguaggio. Si coniuga il mito al passato. Bisognerebbe farlo al
futuro, in questa Europa moribonda. E capire che alba vuoi dire, per un
individuo, per una civiltà, fedeltà al ricominciamento, alla
ribellione, all'utopia, alla speranza, al progetto di un futuro di luce.
Almeno io la penso così. E per questo la parola "alba"
è tra quelle che pronuncio con più rabbia e più dedizione.