La caratteristica saliente di questo linguaggio è l'estrema ambiguità 

 

 


Il grotriandese

 

 

di Paolo Albani

(illustrazione di Stefano Navarrini)

 

 
All'inizio del secolo XIX l'esploratore polacco Stefan Norwid (che poco prima di morire intrattenne un breve, ma intenso rapporto epistolare, con Malinowski) fu uno dei primi  a entrare in contatto con i Grotriandesi, una popolazione negroide abitante su una striscia di isole coralline allungata nell'oceano Pacifico fra le Filippine e la Nuova Guinea. Organizzati in clan esogamici matrilineari i Grotriandesi sono dediti, come tutte le popolazioni di quell'area, all'agricoltura, in particolare tuberi, all'allevamento di maiali, usati anche per sacrifici, e alla pesca, soprattutto perlifera;
Con la sua spedizione sbarcò a Pukal, la più appartata e minuscola delle isole Grotriand, il 21 giugno del 1823 e vi soggiornò per circa quattordici mesi, accampato ai margini del villaggio di una tribù che lo accolse amichevolmente. Gli indigeni di Pukal, che non avevano mai visto un bianco, dettero a Norwid il nomignolo di ghai kol, cioè «figlio della brace incandescente», per via del colore rossiccio della sua folta capigliatura.
Gran parte del diario che Norwid tenne su quella esperienza è dedicata a una minuziosa descrizione del linguaggio dei Grotriandesi la cui caratteristica è l'estrema ambiguità, analogamente alle parlate degli indiani d'America e dei Papua, si basa su «un sistema di articolazioni spericolate. Poiché uno stesso termine ha molti significati in grotriandese - ad esempio fratiak può significare «stupido», «sagace», «mezzacalzetta», «stuzzicante», «chiacchierone», «perdigiorno», «irresistibile», «porco», «rubacuori», «pianta grane», «ladro di serpenti», «pancia che gorgoglia», ecc. - i Grotriandesi hanno una forte predisposizione verso i giochi di parole, atteggiamento che si traduce nella incessante creazione di indovinelli, filastrocche, canti con doppi sensi, alcuni dei quali a sfondo erotico. 
Un'imprecazione diffusa fra i Grotriandesi è «Pegh roa niat serli». Pronunciata puntando l'indice verso qualcuno, significa all'incirca «Che il cielo possa abbassarsi fino a schiacciare la punta del tuo naso». La stessa frase, detta allargandosi in un sorriso che lasci ben scoperta la dentatura frontale, bianchissima, e ponendo le mani sui fianchi, assume un altro significato, e cioè «Che Lugim possa trasportarti in cielo e cullarti fra le sue braccia di nuvole», dove Lugim è il dio grotriandese del vento, uno dio buono che aiuta le persone a sollevarsi, sia fisicamente che mentalmente, è anche, se invocato a sproposito, il dio della tempesta, un Dio implacabile, collerico, punitivo.
«Ben presto ho scoperto a mie spese», annota Norwid il 3 settembre 1823 in una pagina del suo diario, «che bisogna fare attenzione a rivolgersi a un Grotriandese con la frase «Nuga rid blanfesa». Infatti, prima che il sole sia tramontato dietro il profilo delle montagne sempreverdi o del cono minaccioso dell'unico vulcano dell'isola, la frase significa «Ti sei alzato bene, oggi?»; al contrario, dopo il tramonto, la stessa locuzione «Nuga rid blanfesa» si veste di un contenuto apertamente ostile, poco affettuoso, e cioè: «Che fai ancora qui. Vattene a dormire, fannullone!"».
 «Un giorno», scrive Norwid il 7 aprile 1824, «me ne stavo seduto sopra una pietra, da solo, immerso non ricordo più in quali pensieri, all'ombra di un banano per mitigare i vapori del grande caldo, quando d'un tratto un piccolo grotriandese, seminudo, mi passò accanto di corsa e mi urlò: «Karilù, ghai kol». Più tardi chiesi a un anziano il significato della parola "karilù" che non avevo mai sentito. Per tutta risposta, questi mi chiese se il bambino portava una piuma in testa, perché, se per caso non la portava, si era semplicemente limitato ad augurarmi: «Buona giornata, figlio della brace incandescente!»; se invece aveva una piuma infilata fra i capelli, stretta da un laccio sottile, allora: "La parola karilù", mi disse il vecchio ridacchiando sotto una lunga barba bianca cui erano appese delle conchiglie a forma di spirale, "non si può ripetere, da quanto è sconcia"».
Prima di entrare in una capanna grotriandese è buona regola fermarsi sulla soglia della porta, battersi il petto due volte con la mano destra in segno di amicizia e chiedere a voce alta: «Puca lo?» (È permesso?). A questo punto, dall'interno della capanna, vi risponderanno «Tet mua fri» (Avanti, prego) oppure «Tet mua fri» (Siamo occupati, ripassate più tardi), a seconda che «Tet mua fri» sia seguito o meno da una leggera eruttazione.
 La morale, se così possiamo chiamarla, dei Grotriandesi s'ispira a un principio elementare, che ha la forza travolgente e persuasiva di un aforisma zen: per un Grotriandese è «bene» («otalim») tutto ciò che si accorda in modo armonioso al colore inconfondibile delle perle; è «male» («otalim») tutto il resto.