
Silenzio
di Renzo Rosso
(disegno di Tiziana Cerri)
Quando
il
silenzio come ogni altro termine di uso comune e
frequente in realtà ha un ampio spessore di significati
che anche se catalogati e messi nella loro somma non
esauriscono il pensiero che lo nutre dai suoi quattro
punti cardinali: il nord dei ghiacci perenni, il sud dei
deserti di sabbia, l'est della taiga e l'ovest degli
oceani. Perché poi di per sé non avrebbe una
cittadinanza, e si alza dal dormiveglia dei dizionari
solo quando è ospitato dall'uomo, che lo ravviva nelle
sue frasi interne o nelle sue solitarie percezioni. Le
quali, a loro volta, sono messe in crisi dal fruscio dei
pensieri articolati e della innumerevoli e spesso
vigorose sensazioni. Sembra che per una sua ortodossia
non rimanga che il sonno, che peraltro nella sua vicenda
iniziale ancora esente da sogni trova una sua
testimoniale conferma solo nei pallidi monasteri di
clausura dei lavori notturni che lo stridio esterno lo
trasformano in una soffice parete di assenza e di
solitudine confortante. No, il silenzio, senza cascare
in un gioco di parole, si nutre esclusivamente del
rumore e delle sue innumerevoli coordinate, ed è dunque
fatto di nessuna sostanza e di una qualità puramente
passiva. Che tuttavia irretito da un paesaggio stordito
o vissuto come scopo, desiderio, estremo bisogno,
possibilità ritmica di un dialogo teatrale interrotto o
di un disegno narrativo che alluda a un mutismo
espressivo sfiora una sua autorevole e illusoria realtà.
D’altra parte come potremmo imbatterci in lui se nelle
fondamenta stesse di quella scarica solare del nostro
pianeta, e in seguito nel suo sviluppo, che ci siamo
illusi di poter dominare e civilizzare, vi è stato in
prevalenza un dispendioso e feroce concerto di urla
piroclastiche, di venti da corsa o di maremoti a
squarciagola?
Nella mia memoria ho un solo episodio nel
corso del quale il silenzio mi ha. gratificato di una sua presenza
perentoria: ero stato sottoposto a una anestesia a base di cloroformio
numerato per consentire a un chirurgo un intervento nella parte bassa
del ventre che mi liberasse da una peritonite. Non so dopo quanto tempo
mi svegliai, ovviamente rimbambito: accanto al mio letto c’era
infermiera, le chiesi dell'acqua, me ne versò tra le labbra un
cucchiaio e ricaddi in un sonno assetato, nel corso del quale assistetti
impotente a uno spettacolo basato su sinistri rettangoli colorati che si
divoravano reciprocamente in un perfetto e agghiacciante silenzio. La
lenta guarigione me lo tolse dalla mente fin quando .sedici anni più
tardi riemerse dai fondali presentandosi nella veste lacerata e sudicia
di una angoscia stordente: mi veniva addosso all'improvviso, per la
strada, all’università, e a tutte le ore del giorno e della notte, a
distanza di un giorno, di dieci, di un mese. E durò quasi due anni fin
quando una sera d'estate che mi trovavo a Trieste e stavo camminando
lungo il lato destro del cosiddetto Canal Grande, quelle, fasce cromate
e ingorde mi
costrinsero
a fermarmi: ma il loro silenzio venne inghiottito dallo sciacquio
dell'acqua tra le due opposte file di barche, la memoria sollevò il
proprio sipario e rividi quella materia impalpabile e tormentosa nella
sua origine, in quel penoso imbuto dell'anestesia (e di “paurosa”
clinica triestina)