
Come nasce un romanzo
La ragazza che non era lei
di Tommaso Pincio
«Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos'è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo sesso, droga e rock & roll?»
Nei giorni in cui ero ancora un bambino spaurito
capitava che mia madre mi portasse con sé
nei suoi irrequieti giri per le vie del centro. Ricordo come mi
incantavo guardando i giovani che allora popolavano le strade. Avevano
capelli lunghi, vestiti colorati e sedevano sul selciato suonando
la chitarra e cantando incuranti della gente
che scuoteva la testa. Per qualche ragione, nella mia mente di bambino spaurito mi ero fatto l'idea che quei
giovani vivessero lì, all'aperto, che
si fossero accampati nelle strade alla maniera degli indiani dei film
western con lo scopo di stare sempre insieme, fare musica,
sorridere, volersi bene ed essere felici. Naturalmente non sapevo che
quei giovani erano hippy vale a dire persone che rifiutavano la società
dei consumi e il conformismo borghese. Né sapevo che i figli dei fiori
erano contro la guerra e che predicavano pace e amore. E non sapevo
neppure che i capelloni sognavano di cambiare il mondo. Ma pur non
sapendo niente di loro ero felice che esistessero.
La
loro presenza nelle strade mi confortava. Pensavo che se da grande fossi
diventato un fallito, se mi fossi rilevato un incapace, un disperato
senza soldi né casa, avrei comunque avuto la possibilità di unirmi a
loro. Mi sarei fatto crescere i j capelli, avrei indossato gli stessi
abiti colorati, suonato e cantato con loro. Temevo infatti che non avrei
mai combinato niente di buono nella. vita e che mi sarei sentito sempre
fuori posto. Ero un esserino talmente gracile e imbronciato che
diffidava
di tutto, perfino dei propri genitori. Gettavo di nascosto il cibo che
mi dava mia madre convinto che fosse avvelenato e scrutavo di sottecchi
mio padre perché una volta lo avevo sentito dire che ero un po' strano
e forse era il caso di farmi visitare da uno specialista. Così me ne
stavo tutto il tempo rinserrato in me stesso sperando che un giorno gli
alieni venissero a prendermi oppure che un insetto radioattivo avesse il
buon cuore di mordermi la mano trasformandomi in un supereroe. Insomma
non ero messo granché bene. Considerate le mie tenebrose prospettive,
diventare hippy rappresentava un'ancora di salvezza più che
ragionevole.
Tuttavia
i tempi cambiarono. Da molti anni ormai quei giovani colorati dai
capelli lunghi sono scomparsi dalle strade. In qualche modo me la sono
cavata anche senza di loro ma oggi, quando giro da solo per le vie del
centro e vedo gente che fa acquisti nei negozi o mangia nei fast food,
mi domando che fine hanno fatto gli hippy. Non essendo più un bambino
ovviamente so cosa è successo dopo i «favolosi» anni Sessanta. So che
da un certo momento in poi la storia ha preso un'altra direzione e so
che il sogno di cambiare il mondo non si è avverato. So che molto è
andato perduto anche se non del tutto. Purtroppo queste cose che so mi
lasciano insoddisfatto perché è con gli occhi del bambino spaurito di
allora che mi pongo certe domande e quegli occhi non sanno che farsene
delle mie spiegazioni di adulto.
Per
giunta, se devo essere sincero fino in fondo, nemmeno l'adulto che è in
me si considera soddisfatto di ciò che sa. Le ragioni sono tante. Basta
guardarsi attorno. L'odierno mondo dell'economia di mercato e delle
guerre preventive è forse il migliore tra quelli possibili? Ma c'è
dell'altro. Non c'è soltanto il mondo con le sue imperfezioni. C'è
anche l'adulto che è in me. Un adulto non meno imperfetto del mondo in
cui vive. Costui non è propriamente cattivo. In teoria nulla gli
impedisce di rientrare a pieno titolo nel novero di coloro che non
farebbero male a una mosca. Ciò nonostante ha i suoi difetti. È
volubile, introverso, spesso si perde in strane fantasticherie e fatica
non poco a guardare in faccia la realtà. Ma soprattutto sente di avere
tradito il bambino spaurito di un tempo. In altre parole si sente in
colpa, crede di aver fatto poco o nulla per impedire che gli hippy
venissero cacciati dalle strade.
È
vero, allora ero solo un bambino. Cosa diavolo avrei mai potuto fare?
Altrettanto vero, però,
è che nella nostra
società ci si aspetta che un giorno i bambini riescano a realizzare i
mondi nuovi
e migliori sognati
dagli adulti. Un compito ingrato, indubbiamente. Nondimeno è un
compito, e io non l'ho assolto. Sono rimasto a guardare la
Storia - la chiamo così per semplificare. L’ho
guardata mentre faceva piazza pulita dei sogni. Di più, molto spesso
non guardavo nemmeno la Storia, ma solo la televisione. Io, un figlio
dei figli dei. fiori me la sono cavata diventando un fantasma del mio
tempo, un perfetto rappresentante della piagnucolosa e adolescenziale
generazione X.
C'è
poi l'altra faccia della medaglia ovvero la possibilità che pure i
luminosi ideali hippy siano stati offuscati da ombre. «Il 1968 fu
l'anno in cui il distacco fra le generazioni venne finalmente allo
scoperto, una sorta di guerra mondiale che trascendeva le antiche
battaglie della Guerra Fredda e del razzismo» scrisse Allen Ginsberg
nel fumoso e convulso linguaggio tipico dell'epoca. Qualunque cosa egli
intendesse con «guerra», certo è che il movimento Peace&Love non
fu solo represso dal sistema. Implose anche in se stesso a forza di
eccessi e violenze. Perché tutti sanno che da un certo momento si passò
dai fiori nei capelli alle P38 nelle tasche.
Chi
ci garantisce dunque che quella fosse davvero la strada per un mondo
migliore? Per quale ragione non si dovrebbero ribaltare i termini della
questione? Quali errori e quali delitti abbiamo mai commesso, noi
bambini spauriti di allora, per meritarci la nostra debolezza di adulti
degli anni Novanta se non quello dì essere figli dei figli dei fiori?
Nel suo diario Kurt Cobain affermava che la
nostra
generazione non ha ma preso niente sul serio «per fare dispetto ai
propri sudici genitori hippy. Tipi tristi, patetici e ipersensibili che
portano sulle spalle il miseri onere
di prendere tutto troppo sul serio mettendo a disagio gli altri».
Visto come sono andate le cose, non gli si può dare torto. Il lato tragicamente ironico è che lui, Kurt, la quintessenza del tipo triste e ipersensibile, un bel giorno si è sentito talmente a disagio da infilarsi in bocca la canna di un fucile e premere il grilletto.
Ecco,
ripensando a quel suicidio e a tante altre cose successe a partire dagli
anni Ottanta, diventa piuttosto arduo ignorare che la Storia si è
portata via soltanto gli hippy veri. Quelli finti invece ne hanno molta
di strada. Uno è stato perfino eletto presidente della maggiore potenza
del pianeta. Dice che in gioventù ha fumato anche una sigaretta alla
marijuana. Senza inspirare però. In seguito, quando era già alla Casa
Bianca, l'hanno messo in croce per una pruriginosa faccenda di sigari.
Cosa se ne dovrebbe concludere? Che le temerarie promesse di quel
decennio infuocato non siano state mantenute? Che siamo stati ingannati?
Che scoperta, ovvio che è così. Ma adesso che dobbiamo fare?
Sentirci in colpa? O incazzarci perché i sogni con cui ci
hanno allattato non erano altro che menzogne?
Ex
fan dei Sixties
Dove
sono i tuoi anni di follia?
Cosa sono diventati i tuoi idoli?
Jane Birkin
Talvolta mi viene da pensare i giovani che
ricordo di aver visto da bambino non erano hippy. Talvolta mi viene da
chiedermi se non me li sia soltanto immaginati, gli hippy. Magari
nemmeno io ero quel bambino tanto spaurito che ho sempre creduto di
essere. Ma quand'anche fosse dovrei farne un dramma? Covare rancori,
sentirmi in colpa, struggermi di nostalgia? E per cosa? Per un tempo che
non ho mai vissuto? Andiamo. Se c'è una cosa che ho imparato a forza di
scrivere storie, annegando scampoli di realtà in mari di finzioni, è
che la letteratura è fatta con ciò che resta e la si fa per chi
rimane. È il suo lato più tenero e umano, probabilmente è anche il
suo limite ma è ciò che la rende essenziale.
Ebbene,
lo confesso, per molto tempo ce l'ho avuta davvero a morte con gli
hippy. Li ho considerati responsabili del fallimento, del mio quanto del
loro. Altro che sentirsi in colpa. Ma per temerari contraddittori
esagerati violenti inventati che possano essere stati quei lontani anni,
resta comunque il sogno di un mondo nuovo e migliore. Poco importa
quanto alto sia il suo tasso di utopia, è comunque un bel sogno e
merita di essere perpetuato perché non riguarda una stagione della
Storia. Non appartiene né ai giovani di allora né agli adulti di oggi
ma a tutti. In quanto a sognare siamo tutti bambini allo stesso modo
Vagheggiare
alternative a un'esistenza normalizzata, alla realtà astratta e iniqua
del denaro, è una tentazione che continua ad accarezzare la nostra
fantasia nonostante i pericoli e i tanti lati oscuri. Del resto ogni
cosa ha il suo lato oscuro. Giusto per fare un esempio: il 1967,
l’anno della famosa Estate dell'Amore che infiammò le strade di San
Francisco e segnò l'affermazione mondiale del movimento hippy, è anche
l’anno in cui un signore inglese inventò un marchingegno capace di
distribuire denaro, solo che non si chiamava ancora bancomat.
Facevo
pensieri di tale tenore un paio di anni fa, quando cominciai a scrivere La
ragazza che non era lei. In verità, pensavo anche al fatto
che tutti i protagonisti maschi i dei miei romanzi precedenti
avevano finito per abbandonarsi al gelido abbraccio della morte.
Mi dissi che dovevo smetterla di trastullarmi con lo stupido tema del
suicidio, ma temevo che in un modo o nell’altro ci sarei
ricascato. Perciò stabilì che avrei scritto una storia con una
protagonista femminile, confidando ovviamente nel maggiore attaccamento
alla vita che comunemente si attribuisce alle donne. Non
era granché come idea di partenza, ma un’altra cosa che ho
imparato a forza di scrivere storie è:
«Diffidate
delle trovate troppo brillanti e sofisticate». Soprattutto all'inizio.
I romanzi hanno spesso la strana inclinazione a complicarsi l'esistenza
da soli.
Così è stato. La storia si è infittita al di là
delle mie intenzioni iniziali. Ho immaginato che il protagonista
femminile che andavo cercando fosse una ragazza giovane e carina. L'ho
immaginata seduta in un fast food qualunque di un posto qualunque di
questo nostro mondo occidentale. Ed eccola qua: a guardarla da fuori,
nel fiore degli anni e della bellezza, si direbbe che non le manchi
proprio nulla. Ma siccome è uno di quei classici giorni qualunque in
cui come niente ci si sveglia con la luna storta, lei non è felice. Non
c'è un motivo particolare. Non gliene importa molto del fatto che
il pianeta sia diviso più che mai tra ricchi e
poveri o che la biosfera sia sempre più
avvelenata. Vorrebbe solo essere ovunque ma non lì.
essere chiunque ma non lei. In pratica vorrebbe
un'altra vita, una vita diversa dalla sua.
Il caso le offre una possibilità. Uno sconosciuto si siede al suo tavolo e attacca bottone. Sostiene di amarla e le assicura che se fuggiranno insieme, lui le cambierà la vita. L'aspetto dell'uomo non è rassicurante, parla in tono esagitato ed è vestito in modo stravagante. Alla ragazza sembra un po' squinternato, probabilmente è un pazzo completo. Buon senso vorrebbe che lo mandi a quel paese ma alla fine accetta di seguirlo. Non sa bene perché, forse pensa di passare una giornata diversa dalle altre, di concedersi il diversivo di avventura. Così salgono sull'auto di lui, vanno in motel e fanno l'amore.
Al
risveglio cominciano ad accadere strane cose. A poco a poco la ragazza
scopre di aver perso la memoria e, a quanto pare, nella notte ha
accettato perfino di bruciare i suoi documenti. Quello che doveva essere
un semplice calcio alla monotonia prende i contorni di un incubo. La
ragazza si trova costretta a seguire l'uomo nel suo vagabondare lungo le
strade di un mondo allucinante fuori dal tempo, un mondo pieno di
insidie dove la radio manda sempre la stessa canzone, i televisori non
si accendono, gli adulti giocano a fare gli adolescenti che scappano di
casa e tutto è ricoperto da spessi strati di polvere rossastra. Lei
sente che quel mondo è irreale ma non sapendo più chi è né da dove
viene, le è di fatto impossibile stabilirlo con certezza. Ciò che sa
con certezza è che vuole tornare a essere se stessa, a casa, nel suo «vero»
mondo, per quanto imperfetto possa essere.
Che c'entrano gli hippy è presto detto. Dopo
averne passate di tutti i colori, la ragazza chiede all'uomo di
raccontarle la storia della sua vita. Si illude che nel passato di lui
ci sia un indizio, qualcosa che possa rimetterla in contatto con la
realtà che ha perduto. In fondo è questo che spiega l'umana sete di
storie: la confortante illusione di trovare la strada di casa. L'uomo le
parla così della propria infanzia e di sua madre, l'irrequieta Kinky
Baboosian, una ex-coniglietta Playboy che dopo varie traversie va a
vivere in comune asserragliata in un fatiscente edificio di Haight
Ashbury, a San Francisco. È lì che l'uomo è nato e cresciuto, tra gli
hippy che ha odiato con tutta l'anima per il loro caotico stile di vita
fatto di amore libero, espansione della coscienza per mezzo di droghe e
un sacco di altre cose. Spesso la madre lo abbandonava per andare chissà
dove e lui rimaneva lì, seduto e imbronciato su un sudicio materasso,
in mezzo a persone che incuranti della sua presenza facevano
tranquillamente sesso sotto i suoi occhi oppure si sballavano perdendosi
in discorsi deliranti.
Ma questo è soltanto; l'inizio della Storia o meglio di quell'intrecciarsi di storie che è La ragazza che non era lei. C'è stato un momento in cui mi sono sentito come la mia ragazza sperduta, preso dal terrore che non sarei mai riuscito a tenere insieme tutti pezzi del mosaico e che il romanzo mi sfuggisse di mano. Bene o male, alla fine sono venuto a capo di un labirinto per una metà totalmente immaginario e per l'altra quasi reale, un'architettura narrativa dove il passato come noi conosciamo si mescola al presente come non vorremmo che fosse. Dovessi darne una definizione direi che è una sorta di «Matrix dei sentimenti», anche se ciò spiega solo in parte le mie intenzioni. Dunque provo a metterla diversamente: forse un altro mondo è davvero possibile, ma siccome non è affatto detto, nell'incertezza cominciamo a liberarci di ciò che non va in questo. In parole povere ecco cosa ho cercato di fare: attraversare lo specchio alla maniera di Alice, andare al di là degli asti di un tempo. Perché c'è stato un tempo in cui vi ho detestati, maledetti hippy. Voi e le vostre patetiche opere incompiute. Ma quanto mi mancate oggi, cielo se mi mancate.
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