
Nel ricordo dell'autore della "Ragazza carla"
La caduta del Fascismo
di Elio Pagliarani
(nelle foto: alcuni momenti della liberazione di Milano)
Io
nella seconda guerra mondiale; anzi la seconda guerra
mondiale io in quella dentro. Primo ricordo: dissi o
scrissi a Tertulliano, nel '39-40, cioè nei miei
dodici-tredici anni, di essere assolutamente contrario
alla guerra, che per noi Italiani sarebbe andata male in
ogni caso: se avessero vinto i Tedeschi saremmo
diventati non più che loro vassalli (come avevamo già
cominciato ad esserlo con le leggi razziali del '38: ma
questo lo penso ora), figuriamoci se avessero vinto gli
alleati. Mi stupii anche allora di aver adoperato il
termine "vassalli", così vecchiotto. Ricordo
anche che una volta pensai che la guerra avrebbe portato
alla svalutazione della moneta e quindi sarebbe stato
bene possedere delle azioni e scelsi dentro di me le
Eridania, zucchero e alimentari: non sarebbero crollate,
la gente mangia sempre (occorre dirlo che in casa mia né
allora né dopo si sono m ai viste, nemmeno per vedere
come sono fatte, quel tipo di azioni, alimentari e non
?).
Quando ci trovammo dentro, nella guerra, la mia prima attività specifica, cioè collegata, dovuta alla guerra, consistette nel portare sacchetti di grano a macinare, a farne farina per pane e pasta (grano da macinare che compravamo a buon prezzo dagli zii poi tutori di mia mamma diventata a sette anni orfana di entrambi i genitori; questi zii erano mezzadri di un buon podere a Riserba a monte). C'erano dei mulini che macinavano clandestinamente trattenendosi il compenso con una modesta parte di farina macinata.
Non
ho mai saputo e non so in che cosa consisteva la
clandestinità di quella operazione: so che non la
effettuavano tutti i mulini e che questi non erano
sempre gli stessi; dove si trovassero non era difficile
capirlo: bastava addentrasi un po' nella campagna più
fitta e a un certo punto, facilmente ci si imbatteva in
un mucchio di gente che faceva la fila: erano quasi
tutte donne, e qualche ragazzetto come me: io in
bicicletta portando ogni volta tra i venti e i trenta
chili di grano. Talvolta la fila scorreva rapida,
talaltra era lentissima, nel qual secondo caso io, nel
'41-42, mi arricchivo di qualche esperienza teorica del
mondo. Per preciso esempio: a un certo punto mi accorgo
che c'è, se non proprio una lite, un battibecco
risentito fra due donne o tre: a una sarebbe sfuggita la
parola "cazzo"; un'altra l'avrebbe
rimproverata dicendole: "... poi stavi parlando con
una dell'Azione cattolica...”, ma si ebbe questa
precisa risposta gridata: "Perché, a lei non gli
piace? Io ho vent'otto anni, lo conosco da quattordici e
mi ci trovo benissimo!”.
Un altro ricordo preciso è dell'inverno '42-43 in treno: l'inverno
andavo a scuola a Rimini in treno e ogni tanto si
formavano, fra noi studenti di Vìserba, Bellaria,
Cesenatico che andavamo a scuola a Rimini, dei crocchi
nei quali io stavo più spesso zitto, ma quasi sempre
attento e curioso: in questo contesto sentii affermare
gravemente da un ragazzo magro e pallido, ma già
grandino, di due o tre anni più grande di me,
notoriamente cattolico e frequentatore del Vescovado di
Rimini (non so proprio a che titolo) che ormai avevamo
perso la guerra (probabilmente si riferiva alle
conseguenze della battaglia di Stalingrado, ma questo
allora non lo sapevo e comunque non mi pare che quel
ragazzo di Cesenatico
lo avesse precisato). Comunque mi fece un certo effetto
sentirmelo dire in quel periodo in quel contesto.
Io
per me passavo il tempo libero dal poker, al
ramino-pokerato, al bridge e a dare ripetizioni private
anche ben pagate. Una sera del luglio '43 stavo giocando
a bridge a Viserba, in un modestissimo appartamento
affittato da una contessa modestissima, se non proprio
del tutto fasulla, i giocatori eravamo in quattro: la
padrona di casa, un ufficiale di marina comandante del
porto di Zara (mi pare) o comunque di una città
dall'altra parte dell'Adriatico, e una signora davvero
di tutto riguardo, la signora Ragghianti, moglie
dell'addetto militare italiano a Tokyo e madre di
Luciana, allora bella ragazzona simpatica alla quale
stavo dando ripetizioni di filosofia, ricavando trenta
lire all'ora (cifra superba e obbrobriosa che i
professori dei licei di Rimini, o forse solo
quelli di greco o di matematica potevano sperare; ma
avevo anche ripetizioni a cinque lire l'ora, mi pare).
Giocando si chiacchierava anche di politica e per
esempio l'ufficiale di marina diceva che c'erano navi
che non ubbidivano agli ordini superiori, di aver
litigato pochi giorni prima col comandante di un
cacciatorpediniere che era entrato nel porto
contrariamente alle sue disposizioni evitando per puro
caso di scontrarsi con altre imbarcazioni, quando a un
certo punto sentimmo delle esplosioni di grida in una
stanza accanto alla nostra dove Luciana e altri ragazzi
stavano ascoltando radio Londra (o radio Toulouse) con
la notizia che il re aveva cacciato Mussolini dal
governo e nominato al suo posto il maresciallo Badoglio.
La sorpresa fu enorme, una vecchia generalessa che
assisteva semplicemente al nostro bridge svenne e la
padrona di casa si affrettò a cercare i Sali, la
signora Ragghianti rimproverò la figlia di non urlare,
se vuoi parlare che parli a bassa voce e se ricordo bene
la prima nostra conclusione fu che non erano notizie
attendibili, ma pochi minuti dopo anche la radio
italiana diede quella notizia. Quando ritornai a casa
mia a mezzanotte passata c'erano i nostri bagnanti, cioè
chi aveva preso in affitto per l'estate un mezzo
appartamentino in casa nostra (una camera e cucina), dei
siciliani che poche settimane prima, una o due, avevano
saputo che l'isola loro e casa loro erano state occupate
dagli angloamericani: per loro quella notizia voleva
dire che la guerra era verso la fine e che probabilmente
alla fine dell'estate sarebbero potuti ritornare a casa
loro; li trovai che cantavano marito e moglie e
cantavano tutta la notte, mi disse poi mia mamma, con
gioia vitale canzoni bellissime.
L'indomani
mattina con Corrado andammo a Rimini in bicicletta a
vedere la gente che festeggiava la caduta del fascismo:
la gioia più grande, autentica, doveva essere quella
per la sperata fine della guerra, mentre il peggio per
noi, cioè per chi non era soldato, doveva ancora
venire: mi ricordo ancora benissimo che il solo
comunista Notorio di Viserba, un autista di taxi (erano
due, originariamente, i comunisti di Viserba ma uno di
essi, convocato nella loro sede dai fascisti di Viserba
era morto per percosse il giorno dopo all'ospedale di
Rimini - la sua vedova coraggiosa e orgogliosa, diventò
per tutti a Viserba, "la vedova" tout court)
gridava pressappoco "Contenti burdel" cioè
ragazzi, "che la guerra è finita", ma io che
l'ascoltai dissi a Corrado pressappoco "Purtroppo,
ho paura che non sia vero nulla". Al ritorno da
Rimini continuavamo a gridare alla gente "Viva
l'Italia, Viva il re"; a Viserba imboccando la
strada di casa nostra (abitavamo vicini Corrado e io) lo
ripetei "Viva l'Italia, Viva il re" a uno
degli ultimi incontrati che guardandoci fisso, mi pare,
rispose severo, mi pare, "Viva l'Italia"
soltanto; e a me venne il sospetto che volesse
significare che non era la stessa cosa e ci pensai su,
all'inizio del pensiero e dell'incontro un po' scocciato
ma nel giro di pochi secondi pensai che aveva ragione
lui e che eravamo stati sciocchi.