Maturità

   

di Raffaele Nigro

                 

(Illustrazione di  Lido Contemori)

 

 

Non sono io l'uomo che incontro da qualche tempo nello specchio. Grigio come mio nonno, le rughe alla fronte e intorno agli occhi. "Zampe di gallina" le dicono gli amici accomodanti. La pancetta borghese e qualche rotolo di troppo sui fianchi. I peli che fioriscono dalle orecchie. Come un orco. Peli lunghi,proprio come quelli che vedevo sulle orecchie del nonno e che il barbiere gli tagliava ogni volta che veniva in casa a sistemargli i capelli. Perché il barbiere veniva in casa, imbavagliava il nonno come un neonato, sforbiciava e radeva e spruzzava brillantina e riempiva il gabinetto di pelurie. Tanto che ho pensato: adesso chiamo il barbiere e mi faccio radere in casa. Ma mia moglie mi ha cacciato via. Ci manca solo un quintale di peli per casa! Ha detto. Fuori, pelandrone!

Mi incontro di mattina sullo specchio, mi saluto come si fa con un estraneo. Ci metto qualche secondo per riconoscermi. E la mente va al Ritratto di Dorian Gray. Dorian fa un patto col diavolo, lui non invecchia e al suo posto invecchia un suo ritratto. Come dire che invecchia la mia immagine riflessa nello specchio.

Il guaio è che i segni del cambiamento li sento soprattutto attraverso il corpo. Chi se ne importa dell'immagine esterna? Una specie di campanello d'allarme me li danno i valori delle analisi, qualche intemperanza alimentare e siamo oltre la Manica con il colesterolo, con le transaminasi, con la glicemia. Poi questa faccenda del psa, che non so che significhi. "Il psa !" mi ripete preoccupato qualche amico. So solo che riguarda la prostata. Attorno ai cinquant’anni pare sia più facilmente attaccabile dal cancro. Il bello è che se prima non ci pensavo e non toccavo carni dolciumi frutta secca, adesso ho un chiodo fisso. Più mi vengono proibite cibarie e più la mano corre verso il peccato. Il mio medico, che si chiama Nino Lamorgese, è anche un caro amico. E non c'è niente di più pernicioso che avere un medico per amico. Perché me lo trovo sempre per casa. Me lo trovo sempre a casa di amici. Con gli occhi severi, il dito alzato e il ricettario a portata di mano: questo non va! Quello tu proprio no! No no no! Tieni lo stomaco pulito! Tieni pulito l'intestino!

Non parliamo di dolci. Una volta mi sparavo mezza cassata siciliana da due chili. Mi venivano gli occhi fuori delle orbite, ma mi sentivo un altro. Una specie di superman della tavola. Adesso la faccenda si complica. Cassata quanto basta, una porzione da cristiani. E poca pasta di mandorla. Pochi bignè alla crema e non parliamo di cornetti e cioccolati. Nel latte il dolcificante e l'orzo al posto del caffè. Forse per questo ho incentivato i viaggi. Perché così non sono sotto gli occhi censori di moglie e parenti, sono fuori della portata del Lamorgese Nino. Secondo il quale tra i quarantacinque e i settanta il rischio infarto è altissimo. Specie con la vita sedentaria che facciamo. Eppure, anche quando sono solo, c'è una specie di Cerbero che non mi abbandona. Se ne sta acquattato dentro me, come un gufo sulla mia spalla o come un serpente arrotolato dentro la cassa toracica. Sta lì, pare inesistente. Invece è lì. Tu allunghi la mano e lui ti da un buffetto, una bastonata sulla nuca, ti infila un dito in un occhio, una zannata sulla mano. Ecco, la maturità è questo guardiano che ti censura continuamente e ti ripete: Sei bello grande e hai bisogno della balia? Vergognati!

Io un po' mi vergogno. Mi vergogno per qualche istante. Poi mi metto una benda sugli occhi e naufrago in un mare di dolcezze, di sapori, di trasgressioni. La bellezza della maturità sta forse proprio nelle continue conquiste per trasgressioni. Perché ciò che si perdona a un bambino o a un adolescente o a un giovanotto non lo si perdona né lo si permette a un maturo. Perché per i primi la regola è l'irrazionalità, per un maturo la testa a partito.

Un uomo maturo può finalmente accedere a quasi tutto, ma quasi tutto gli viene impedito dalla natura, dall'autocontrollo, dalla maturità e dai parenti, che ti tengono d'occhio, dai medici curanti, che hanno la ricetta pronta. Ti allungano la vita ma ne fanno un ospedale perpetuo. Chili di pillole. Lenzuoli di analisi. Palestra e prelievi. E divieti.

Un altro problema della maturità è che ho cominciato da qualche tempo a perdere colpi anche sulla prestanza virile. E' una faccenda che tengo nascosta. Anche a me stesso. Un segreto! Mi piglio in giro. Ma alla prova dei fatti arrivo spaventato, preoccupato. Perdere colpi significa azzeccare brutte figure, e dover cercare ogni volta pretesti. Del tipo: sono stanco. Ho troppi vermi per la testa. Non sai quanti problemi in questo periodo! Le mogli sono pazienti. Sono comprensive le mogli. Mi attraversa raramente l'idea di una trasgressione. Anche se il mio medico magnifica le pillole azzurre.

Il problema vero sono io, dunque, è il mio corpo. Perché non ci sono pezzi di ricambio. Si può andare avanti solo a carburante arricchito. E il corpo è come l'automobile. La prendi e fuggi via. Poi se devi parcheggiare in centro ti pigliano le madonne. Ti accorgi che esiste. Come ti accorgi che esiste quando al mattino non parte. Quando sei fuori città e ti lascia per strada.

Da qualche tempo tuttavia noto anche i vantaggi dell'età. Proprio due giorni fa tornando in autobus dall'università una ragazza si è alzata per offrirmi il posto a sedere. Forse ci conosciamo, ho pensato, sarà la figlia di Tizio o di Caio. Non ci conoscevamo. Lo faceva per rispetto. Il rispetto per me? Mi sono guardato allo specchio Appena a casa. Ho capito l'abisso di anni che mi separava ormai dall'età della fioritura. Ho cominciato a scorrere i casi di uomini maturi le cui compagne sono molto più giovani, attori come Richard Gere, Michael Douglas. Non è il mio caso. Vengo da un mondo contadino che mi ha dato regole calviniste. Tutta una solfa morale. Anche se avere una comare, trasgredire, separarsi, nuotare tra i letti è ormai affare di tutti i giorni. Come lavarsi i denti e sputare nel water.

Ma gli anni che si accumulano presentano un conto favorevole nelle richieste di consigli che spesso qualche spicchio di mondo mi chiede. E' incredibile. Fino all'altro ieri parlavo e sembrava che parlasse un cretino. Oggi riesco ad avere attorno delle orecchie attente. Che strana fortuna mi è capitata. E' vero che trionfa un giovanilismo spaventoso, che tutti vogliono tingersi i capelli e stirarsi le rughe per cacciare via qualche anno. E' vero che la tivù è piena di belle figlie e di marcantoni, che l'attenzione di questa società sembra rivolta solo agli undertrentenni. Ma è un'apparenza. La società è gestita, dominata, diretta e sfasciata da quelli come me, quelli della mia età. Guardate al Parlamento. Guardate ai luoghi del potere industriale. Sono tutti uomini con almeno quattro decadi sulle spalle. Fanno e disfanno a proprio piacimento. E fanno credere che comandano i giovani.

Mi accade talvolta di fissare una ragazza. Sono diventate tutte belle, slanciate, appetitose. Le fisso come avessi diciotto anni. Ma è un attimo, perché immediatamente l'io critico, quella specie di ufficiale della Gestapo che controlla le mie azioni mi ricorda che diciotto anni non li ho più da un pezzo, che due età ormai mi guidano, come i cavalli della biga di Platone, una giovanile, una specie di cavallo bianco, e ce l'ho dentro, nascosta e una più adulta, il cavallo grigio, che è quella che si vede fuori di me, ha la mia pelle, le mie rughe, i miei capelli, la mia statura. Sono l'io che tutti conoscono e che tutti salutano e riveriscono. Bisogna costantemente metterle d'accordo, fare in modo che l'una non faccia sfigurare l'altra.

Fortuna che i tempi sono cambiati, ormai si è vecchi a cent'anni, mi consolo spesso.

Tuttavia non nascondo che ho cominciato da tempo a praticare una sorta di algebra esistenziale. Conto gli anni probabili che mi restano da vivere. Mi attesto su una media di ottanta. Altri venticinque. Non sono molti. E non sono neppure pochi. E' una pratica che ho imparato da Tomasi di Lampedusa. Don Fabrizio Salina contava gli attimi di esistenza piena che aveva vissuto. Io conto il tempo, tutto, buono e brutto, che dovrebbe toccarmi ancora vivere. Un terzo se ne va per dormire e un terzo per fare chiacchiera e stare in coda agli sportelli e andare e venire dal mercato. Otto anni. Solo otto anni mi restano per scrivere, per dedicarmi a me stesso, alle cose che amo. E di tutto questo chissà quanto poco da trascorrere con i miei cari, con i miei amici. Ecco, diciamo che ho riconsiderato da quando ho superato lo steccato di mezz'età, il valore del tempo. Prima lo trattavo come l'acqua del rubinetto. Adesso lo tratto come fosse vino. Penso che più in là imparerò a centellinarlo come olio.

Mi rendo conto guardando al tempo trascorso che filo verso una sorta di rassegnata accettazione dello stato delle cose. Ciò che di bello e importante dovevo fare, forse l'ho già fatto. Lo slancio viene con l'età, con la giovinezza, come le piante in primavera e dunque, come dice una canzone, "chi ha dato ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto ha avuto". Ma questa malinconia, questa sorta di fatalismo o di stanchezza del produrre e del vivere per fortuna arretra quando penso a taluni autori che attorno ai sessant’anni sono emersi con prepotenza o che a novant’anni erano ancora geniali. Tre per tutti, Chaplin, Bufalino e Picasso. Allora mi dico: c'è tempo. Domani ti svegli e maturano i semi del romanzo che aspettavi da sempre. Maturano le idee che ti si erano affacciate alla mente anni fa. Domani le azioni saliranno. Domani, come dice Rossella O'Hara di Via col vento, è un altro giorno.