
Dizionario di idee antiche e moderne
La pelle dell'ombra (4)
di Joel Gayraud
(traduzione di Gabriele Pedullà - disegno di Elena Terrin)
Cielo
e terra.
La
Chiesa, tutta presa a imporsi; sulla Terra, non ha mai
avuto il tempo di cristianizzare la volta celeste. Le
stille, i pianeti, le costellazioni e perfino i giorni e
i mesi del calendario, salvo la domenica ielle lingue
neolatine, hanno continuato a portare i nomi di antiche
divinità pagane, di origine babilonese, greca, romana,
o le denominazioni di astronomi arabi, malgrado la
natura di infedeli. E’ solo all’epoca della
controriforma che si è cercato senza successo di
affibbiare alle costellazioni nomi com4patibili con i Vangeli.
Questo tentativo infelice arrivava troppo tardi, in
un’epoca di reazione in cui la Chiesa avrebbe
conservato ancora per
pochi secoli il poter temporale e in cui tutto il suo
potere metafisico era già estinto. Fino allora le
preoccupazioni politiche avevano avuto la meglio sulle
questioni simboliche e quando ci si è accorti che
quelle meritavano di essere considerate a loro volta un
obiettivo politico, era ormai troppo tardi e
l’edificio politico era già interamente corroso
dall’interno, sul punto di crollare.
Visioni
paradisiache.
L'aspirazione
cristiana a un aldilà paradisiaco è dominata dal paradigma
della visione: nella lingua della teologia lo stato di felicità
riservato ai beati è detto visione beata o visione in Dio. Per il
cristiano questo è il solo modo di considerare la felicità celeste
usando termini correlati all'esperienza percepibile. Altri sensi
avrebbero potuto servire allo scopo altrettanto bene: per esempio
l'udito, la beatitudine che consiste nell'audizione perpetua della
musica delle sfere, cara alla tradizione platonica, o ancora
l'olfatto, come nella cosmologia di Fourier, in cui i pianeti si
riproducono attraverso l'emissione di aromi cosmici. Nemmeno i sensi
apparentemente più materialistici del tatto e del gusto rifiutano per
forza una sublimazione teologica. Non si potrebbe immaginare un
paradiso in cui ogni eletto si esaltasse in papille spirituali
percependo in eterno la soavità del tiramisù, il profumo della
salciccia di maiale, l'aroma dei vini di Beaume? O un altro in cui la
pelle dei loro corpi gloriosi fosse oggetto di eterne carezze
prodigate dalle piume
degli
angeli o dalle mani infinitamente esperte di demoni pentiti, riciclati
per la buona causa? Ahimè, no, è la visione che ha la meglio su
tutto, perfino nella versione edulcorata del cattolicesimo decadente
di oggi: secondo le ultime direttive conciliari gli empi non avranno
più nemmeno diritto all'arsenale cocente delle torture infernali ma
vedranno il loro castigo riportato a una semplice privazione, quella
di una simile visione in Dio e contemporaneamente saranno privati del
dubbio privilegio di essere eternamente inclusi nel suo campo visivo.
Niente altro che questo, sfuggire allo sguardo panottico della divinità,
basterebbe a rendere caduche le condizioni della scommessa pascaliana.
Non solo non c'è alcun vantaggio a credere, ma, se ci fosse
possibilità di scelta, questa consisterebbe piuttosto
nell'abbracciare senza esitazione l'empietà. Perché se non credo
alla realtà dell'aldilà, ammettendo che mi sbagli, io, l'empio, mi
sottraggo al tempo stesso all'occhio del Signore e alla visione in
Dio, attività sicuramente tanto monotona e barbosa quanto passare
ventiquattro ore su ventiquattro piantato davanti al proprio
apparecchio a guardare la stessa serie televisiva ripetuta
ininterrottamente.