Clamoroso exploit della chirurgia di frontiera

 


La cucitura che affratella

 

 

di Paolo Albani

(disegno di Gastone Mencherini)

 

 

L'intervento riuscì perfettamente. Fu un intervento complesso, che durò 34 ore, e, per quanto ben riuscito, mise a dura prova la capacità professionale, ampiamente riconosciuta a livello internazionale, dell'equipe del professor Carlo Smuraglia, primario della Clinica Chirurgica I dell'Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano.

 

All'inizio, quando Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi, lei originaria di un paesino della Basilicata, lui torinese puro, entrambi maestri di scuola elementare, conviventi da più di vent'anni, senza figli, in una villetta di loro proprietà nella periferia di Vigevano, si presentarono nello studio del professor Smuraglia, questi rimase interdetto. La richiesta era insolita, sbalorditiva.

 

Da tempo, con un candore quasi infantile, disarmante, che rasentava la paranoia, i due insegnanti avevano deciso di mettere in pratica un loro "progetto esistenziale", se cosi possiamo chiamarlo, e si erano convinti a tal punto della bontà di quel progetto, che ormai niente sembrava in grado di farli cambiare idea, nemmeno i rilievi critici del professor Smuraglia che pure, nel suo campo (i trapianti), era una celebrità.

 

-  La vostra vita cambierà radicalmente, - disse con aria severa il professor Smuraglia, che non si dava per vinto e insisteva, da medico scrupoloso,  nella sua opera di dissuasione, sottosotto anche un po' infastidito dall'atteggiamento serafico, al limite della sfrontatezza, dei suoi interlocutori. - Ne saranno sconvolte le vostre abitudini. Non potrete più insegnare in classi diverse, ci avete pensato? E avete pensato anche al fatto che sarà più facile trasmettervi le malattie?

 

Ci vollero circa due anni al professor Smuraglia per studiarsi attentamente il caso, insieme ai suoi collaboratori. Poiché Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi appartenevano allo stesso emogruppo (del resto avevano preso la loro decisione anche sulla base di questa circostanza), non si pose il problema di rendere compatibile il loro sangue, questione che avrebbe inevitabilmente escluso l'intervento. Dopo di che i medici stabilirono, fra le altre cose, che la connessione migliore, cioè la linea della saldatura che implicava i rischi minori sul piano emorragico, rischi legati a un possibile distacco dei collegamenti introdotti a livello dei tessuti e delle vene, e che al contempo garantiva la più alta flessibilità motoria, avrebbe dovuto investire, secondo i calcoli effettuati, gran parte dell'estensione delle braccia e delle gambe contigue dei due soggetti, incluso un piccolo segmento dei rispettivi fianchi, in un tratto situato fra la cresta iliaca e l'area del coccige.

 

L'operazione fu un capolavoro di ingegneria chirurgica.  Dopo un lungo periodo di convalescenza, trascorso in un centro di riabilitazione, Alfonsina Lotti  e Giuliano Brogi iniziarono con entusiasmo la loro nuova vita, in quel nuovo stato di apparentamento corporeo.

 

Adesso qualsiasi cosa avessero in mente di fare, li obbligava a uno sforzo comune, a un tempo condiviso, a un livello incondizionato di mutua corresponsabilità. Fra loro non esisteva più una divisione dei ruoli, una situazione per la quale uno dei due si sarebbe potuto abbandonare a un «Pensaci tu, che io sono impegnato in un'altra cosa», oppure a un «Ciao, me ne vado, ci vediamo stasera a cena». Con una manovra non troppo difficile, piegando leggermente il collo di lato e facendo ruotare all'indietro le braccia trasformate in un unico arto, erano persino in grado, nonostante l'incollatura laterale, di darsi ancora dei baci, e di scambiarsi tenerezze, di palpeggiarsi su tutto il corpo - effusioni che battezzarono, scherzandoci su, il «nostro tenero zig zig».

 

Una sola contrarietà, dopo l'intervento, venne a turbare l'esistenza di Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi, che per il resto procedeva in modo affiatato, armonioso. Un gesto che li ferì profondamente, e fu il rifiuto da parte dell’«International Siamese Twins Association» di accettare la loro domanda di adesione, rifiuto motivato con un ragionamento ineccepibile sotto il profilo strettamente scientifico, ma un tantino capzioso, privo di elasticità, sulle caratteristiche acquisite fin dalla nascita, sul primato indiscutibile della natura, e poi ancora sui legami di sangue e storie simili.

 

Loro ci tenevano molto ad essere accettati in quel gruppo, per un fatto di appartenenza, di identità, di sintonia cosmica (valori irrinunciabili al «nuovo stile di vita» che avevano abbracciato), e quando arrivò la lettera dell’«International Siamese Twins Association» che respingeva la loro richiesta, ci rimasero male.