FOTOBIOGRAFIA DI ALDO PALAZZESCHI

a cura di Simone Magherini

 

Alberto Giurlani (1854-1940). Il padre, Alberto Giurlani , di animo liberate e grande appassionato di teatro, e un facoltoso commerciante fiorentino, proprietario di un elegante negozio di guanti e cravatte in via dei Calzaioli

 

Amalia Martinelli (1858-1938). La madre, donna rigida e intransigente in fatto di costumi, e originaria di una famiglia umbra di Città di Castello.

Aldo Palazzeschi (1885-1974). Aldo (Pietro, Vincenzo) Giurlani nasce a Firenze, in un vecchio palazzo di Piazza Pitti 22, all’una di notte del 2  febbraio

A due anni, 1887. «E va bene, lo ammetto, questa specie di bambolotto impacciato, vestito da femminuccia, sono io, Aldo Palazzeschi, all'età di due anni. Ma ero proprio cosi buffo? La fotografia non consente dubbi. Però ero tanto bellino non le pare? Mia mam­ma stravedeva per me, forse anche perché ero figliolo unico. In casa tutti mi coccolavano».

 

 

A quattro anni, 1889 «A quattro anni aveva tentato [mio padre] portarmi a un circo equestre, a cinque a un melodramma: Il Trovatore, e quindi a un dramma presentendone l'audacia: Il Padrone delle ferriere. Ovunque ero rimasto attento, e più ancora, a quest'ultimo dato che lo spettacolo presentava complesse difficoltà, attento dal principio alla fine senza dar segno di noia o d'incomprensione, né di gioia inconsulta, ma solo di curiosità, d'interesse per quanto accadeva sul palcoscenico che mi appariva il luogo più affascinante e misterioso, il campo di tutte le possibilità, di tutte le sorprese, attento da potermi ricordare oggi il colore dell'abito che le attrici indossavano quella sera».

 

Alla scuola elementare "Emilia Peruzzi" con i compagni di classe (Aldo è il sesto da destra nella fila in alto). «Avevo cinque anni, una sera di primavera, dopo cena [...]. Ecco che girellando cosi sfaccendato ma avido di qualsiasi occupazione, i miei occhi vennero colpiti da una scatola d cerini ch'era in un piattino di porcellana sopra la tavola; [...] presi la scatola e corsi alla finestra colto da uno di quei lampi di bizzarria infantile alla quale non è possibile resistere. Ne appiccicai, con tutta la forza del polpastrello, una ventina al telaio di questa; tutti bene diritti, con la tesina su come tanti soldatini o forse, chi sa, come le candele di un altare; o forse, meglio ancora, come nulla, come avevano voluto il caso e il capriccio del momento; e accesone uno, presto con quello tutti li accesi. […]»

 

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