Disoccupazione intellettuale e nuove professioni


L'assaggiatore di parole

 

 

di Paolo Albani

Salvatore Mastropasqua ritirò da un negozio di timbri, dietro piazza dei Martiri a Napoli, una targhetta in bronzo, formato rettangolare. Era raggiante, cosa che non gli capitava da tempo. Almeno dal giorno in cui, sfiduciato, si era iscritto nelle liste dell'ufficio di collocamento, disposto - sebbene si fosse laureato a pieni voti, trenta e lode, all'Università di Roma «La Sapienza»,- ad accettare qualunque tipo di lavoro, anche manuale, di fatica (era un ragazzotto alto, prestante), disposto persino ad andarsene a lavorare fuori città.

Sulla targhetta satinata era inciso in alto il suo nome:SALVATORE MASTROPASQUA e sotto, a caratteri un po' più pccoli, sempre in stampatello, questa dicitura: ASSAGGIATORE DI PAROLE.

L'idea di Mastropasqua era di aprire, per il momento da solo (un socio, magari, se lo sarebbe preso dopo), uno studio professionale per l'«assaggio delle parole», un'attività - in un certo modo paragonabile a quella del sommelier - da esercitare in ambito letterario, al servizio prima di tutto degli scrittori, ma anche, più in generale, di coloro che, dalle parole, dalla scrittura, traggono una fonte di reddito per vivere.

Il lavoro dell'«assaggiatore di parole», da cui Mastropasqua sperava di cavarne fuori un po' di soldi almeno per due, tre anni (il tempo necessario a finire un romanzo iniziato prima della laurea), consisteva dunque nell'individuare le parole responsabili di scalfire l'efficacia espressiva di un testo, di renderlo indigeribile, di stravolgerne la combinazione alchemica dei suoni, delle pause, la magia della struttura narrativa.
Quanto alla tecnica per «assaggiare le parole», Mastropasqua l'aveva descritta, dopo una lunga serie di verifiche, collaudi, affinamenti, calibrature olfattive, in un promemoria, una specie di libretto delle istruzioni a uso personale, che, dopo un preambolo sulle finalità di quel nuovo mestiere, entrava subito in argomento spiegando che: 

 «Quando nel testo s'incontra un ingorgo sintattico, un'ostruzione spiacevole dal punto di vista della musicalità, o anche solo della semplice comprensione, bisogna interrompere la lettura, prendere le parole sospette, quelle non facili da mandare giù, che mostrano di amalgamarsi male nel testo, e mettersele in bocca. A questo punto inizia la parte più delicata del lavoro, la più complessa. Per individuarne esattamente il sapore, che è la somma di più elementi costitutivi, occorre rigirarsi le parole fra la lingua e il palato, gustarsele delicatamente come se fossero un bonbon, approntando l'operazione con grande amorevolezza».

Mastropasqua prese in affitto con pochi euro, nei pressi della stazione di Mergellina, una cameretta senza bagno, né finestre, al terzo piano di un palazzo fatiscente. Aveva intenzione di piazzarsi lì e di trascorrervi gran parte delle sue giornate, seduto dietro una scrivania su cui apparecchiare i fogli dei testi da prendere in esame, disponendoli come leccornie uno accanto all'altro. 
 Quella cameretta sarebbe diventata il suo ufficio, la sede della prima agenzia di servizio per l'«assaggio delle parole».

«Non appena si trova una parola insipida, che suona strana, dissonante,» - si leggeva ancora nel promemoria del Mastropasqua - «bisogna estrarla fuori dal testo, sollevarla in alto con una pinzetta (è sufficiente una di quelle che servono a strappare le sopracciglia), facendo attenzione a non romperle i filamenti ortografici, che le parole, sottoposte a sollecitazioni di ogni tipo, sono oggetti fragili, malsicuri. Dopo alcuni gorgoglii ben calcolati, e una serie di rotazioni da un lato all'altro della bocca - le gote, in questi momenti, si gonfieranno, proprio come accade a un sommelier mentre sorseggia del vino o a un trombettista di jazz quando soffia dentro al suo strumento (avete presente Louis Armstrong?) - si sarà in grado di decifrare il sapore delle parole selezionate, e dal sapore, per via diretta, cioè basandosi sulla propria competenza olfattiva, risalire alle loro qualità intrinseche, al loro grado di vigore, di limpidezza, di armoniosità».

Non sarebbe giusto ridurre il servizio fornito dal Mastropasqua a un lavoretto di routine, o ancora peggio identificarlo con quello di un semplice correttore di bozze. Al contrario, la sua era, sotto ogni aspetto, una prestazione altamente qualificata, di responsabilità. 
 Se qualcuno - prendiamo il caso di uno scrittore - si fosse affidato alla sua consulenza, come esperto nell'«assaggio delle parole», ne avrebbe sicuramente ricevuto un enorme beneficio: avrebbe potuto effettuare dei cambiamenti radicali all'interno del proprio testo, intervenire su di esso in profondità, migliorarlo in quei punti dove più necessarie erano le correzioni e renderlo con ciò, alla fine, più stuzzicante, appetibile.
Nonostante le belle intenzioni, e l'entusiasmo che non gli mancava, trascorsi appena due mesi dall'apertura dell'ufficio di «assaggiatore di parole», Mastropasqua si ritrovò di nuovo disoccupato.