
aLLA SCOPERTA DELLE SURREALISTE AMERICANE
Il Cancro
di Joyce Mansour *
(illustrazione: Kay Sage, Small Portrait, 1950)
Per lunghi anni non ho capito che questa donna stava morendo. Tutto
in lei vibrava di malattia trattenuta e sotto l'abito vaporoso anche
il suo corpo galleggiava; vecchia, lei era bella di emozioni
sottintese ma, quando sottraeva il suo sguardo al mio e volgeva
altrove la testa avviluppata dal cotone, non vedevo che la sua
gobba.
Sola con la sua gobba mostruosa, Clara abitava la casa più grande
del paese; suo padre, il conte di Deauville, era morto, così come
la madre, di modo che la casa e il parco, gli alberi e i mobili in
mogano, tutto le apparteneva. Ragazzetto muto, ero l'unico
domestico. Le donne trovano sempre qualcuno o qualcosa che le
sostenesse e Clara, la misteriosa Clara che non usciva mai e non
vedeva nessuno, si appoggiava sulle mie esili spalle e si consolava
con me.
Lavoravo coscienziosamente
tutta la giornata; schiudevo gli scuretti pesanti di
polvere, stridenti di disagio come tutto in questa casa dove
anche i topi indossavano i mezzi guanti; pulivo i vialetti sfilacciati, accudivo
il canarino. Anche Clara si teneva occupata. Si vestiva. Ricorderò
sempre la prima volta che l'ho vista nuda, Clara la mia
amante, l'unica donna che avessi conosciuto. Bevevo il mio
latte, una mano appoggiata sulla cornice della porta, il piede già sollevato per
il primo passo indietro, l'occhio nel buco della
serratura della sua camera da letto. Avevo dodici anni. Lei si
guardava allo specchio e non potevo dubitare che sentisse il mio
occhio inquisitore attardarsi innocentemente sul suo corpo;
fortunatamente
i
suoi vestiti di ogni giorno giacevano sulla sedia, fu la loro vista
che mi impedì di svenire; erano gli unici oggetti
inerti e normali della stanza. La gobba, lei, si innalzava,
rosa, dominando il corpo sulle sue zampe di ragno, troneggiando sui
seni oblunghi e le natiche rientranti: una fortezza. La gobba. Non
vedevo che lei, in verità; nonostante abbia conosciuto il resto
nelle folli settimane che seguirono a questa prima visione, la gobba
fu la mia grande scoperta.
Clara lasciò lo specchio e si vesti lentamente davanti a me: non
era pudica; sorrideva, la testa ciondolante sul suo petto: provava
piacere davanti all'evidente giustificazione del suo oltraggio e
alla mia paura. Da quel memorabile giorno non lasciai più la casa
nonostante il forte odore di zolfo che l'impregnava; ero
innamorato della gobba e non vivevo che intorno ad essa.
Clara scoprì l'amore insieme a me; l'accarezzavo timorosamente e
lei osservava con fierezza l'evidenza del mio delirio. Ascoltava la
voce soffocata che gridava in me, inabile ad esprimere la sua più
triste confessione; mi capiva senza parole ed io, pronto a tutto per
piacerle, idolatrarla, fremevo intorno alla sua gobba.
Un
giorno, mi chiese: «Hai paura, piccolo?». Ricatto? Accarezzai la
sua fronte e la morbida attaccatura dei capelli, toccai i suoi seni
che si stropicciavano sotto le mie dita, baciai la smorfia della sua
bocca gonfia, ma piansi di stizza: mi rifiutava la sua gobba. «
Perché mi punisci? Ero così felice, così felice». Leggendo la
disperazione attraverso le mie lacrime, crudele, lei comando:
«Allora, sii uomo» e, con gli occhi chiusi si offrì. Mortificato,
mi gettai sul letto battendo i denti, il mio sguardo che fuggiva
nelle gallerie; non ero più che un pianeta raffreddato.
I dolori più insopportabili sono afoni. Mi rimproverai la viltà,
mi torturai, mangiai tutto il giorno nella vana speranza di
consolarmi; preso dall'angoscia, non osavo più avvicinarmi alla mia
amante. Sapevo che quel corpo era disteso sul divano con tutta
questa carne sulla schiena, e soffrivo nell'essere incapace di
possederla.
La casa era pervasa dell'ardente profumo di marcio e la morte si sprigionava da ogni parte contemporaneamente, senza per questo scoprirsi un nido di selezione. Clara moriva, divorata dalla sua gobba, e la casa scivolava seguendola nella melma del dopo-vita senza un solo sforzo per aggrapparsi al suolo. Io, io sognavo di marchiare il duomo gigantesco dei miei denti, di strofinarmi sulla sua superficie levigata, di andarmene, con le braccia piene di questo tumulo immobile, verso la città dove la vita inizia: Babilonia. La sera, prima di dormire Clara mi descriveva la vita a Babilonia e non avevo chiuso gli occhi prima che le vie fumose, il vento ghiacciato e vergine, le prostitute tutte belle e, beninteso, gobbe, prendessero forma. Lei aveva vissuto molti anni nella città dei miei sogni presso suo padre e una vecchia zia fino alla morte del primo e la sparizione della seconda. Poi, sola, un giovane germoglio di gobba verso la spalla, lei si esiliò volontariamente in campagna per consacrarsi interamente alla medicazione e alla cultura del suo male. E' da allora che la gobba iniziò a crescere seriamente. All'inizio Clara cercava di dissimularla, vergognosa della piena furiosa della sua carne, inquieta per la sua salute; poi iniziò ad amare queste sabbie mobili, sapendo che sotto la pelle un mistero cresceva nel silenzio, nutrendosi del suo sangue, sedentario
Prima della mia
scoperta della donna, se non vedevo in Clara che un'amante poco esigente
e stramba di aggressiva bruttezza, è perché guadagnavo il mio pane
ancora ammantato nel cieco scialle dell'infanzia, insensibile alla
bellezza che si schiudeva sotto i miei occhi; suppongo che mancassi di
immaginazione.
Verso
i tredici anni, sempre incapace di soddisfare Clara, sebbene
torturato dal desiderio della gobba, un mattino mi svegliai
per trovare il mio corpo bagnato di una sorta di sudore
granuloso; il mio busto sembrava mal allineato al mio collo,
strizzai gli occhi, il mio pene si stendeva ai miei fianchi,
rigidamente morto. Clara comprese subito la natura del mio
male e si rallegrò che alla fine il mio desiderio, come un
pesce che risale la superficie dell'acqua avesse infine
squarciato il giorno. «Respira profondamente, mi disse, non
ti preoccupare, ti avviserò quando sarà venuto il
momento».
La gobba contemplò il mio tradimento dall'alto della sua carne. Clara, magra e scialba lucentezza di pelle sotto l'enormità concupiscente della sua gobba, mi prese come un uccello tra le membra di cicala e mi sgranocchiò. E' così che, sbalordito dalla felicità, divenni il Proprietario Perfetto.
E' indubbio che il
desiderio esista indipendentemente dagli esseri; oggi che sono
vecchio e non spero più di rivedere l'oggetto del mio grande amore
adolescenziale, vivo e rivivo ogni istante del mio idillio
continuando da solo le mie esplorazioni erotiche. Nessuno può
comprendere il sentimento di adorazione che fece nascere in me
questa cassa lucida, questo parassita; se il destino la rimettesse
sul mio cammino non so di quale follia sarei capace. Clara si piegò
alla mia passione, un po' stupita della violenza del mio ardore, un
po' gelosa di questa parte di lei stessa che io preferivo ad ogni
altra. Lei dimagriva di giorno in giorno e la gobba s'ingrandiva
altrettanto; le sue mani, lunghe e delicate come delle liane,
tagliavano l'aria con dei gesti spezzati da folle, il suo viso era
sempre nascosto perché il collo si piegava sotto il peso
supplementare e gli occhi, stralunati nello sforzo di vedere ciò
che succedeva davanti a lei, risvegliavano in me la rabbia di uno
Stallone davanti alla distesa selvaggia di una groppa.
Ogni istante della
vita noi lo vivevamo insieme; dormivo nel suo letto, una mano simile
ad una corona sulla gobba; mangiavo con lei sulla grande tavola,
increspavo l'acqua del suo bagno con il mio corpo mingherlino di
fanciullo scortecciato male. Clara era felice; si vestiva con colori
vivi; sorridente - lei che prima non sorrideva mai - la testa
accuratamente inclinata, mi offriva senza farsi pregare la mia parte
di piacere. Ma neppure questo durò a lungo: malgrado la felicità
Clara moriva. Lei era di quelle creature fatte per vivere
nell'oscurità, senza aria, ne' alcun tipo di soddisfazione, in una
cassaforte in banca, una fredda camera o un boccale. Se, lunatica e
scontenta poteva vivere perché non pensava che alla lotta, felice
doveva scomparire.
La gobba, lei, fioriva. I grandi calori le confacevano tanto che
Clara si lasciò divorare senza accorgersene. Potentissima,
immutabile come una roccia, la gobba era per me il simbolo della
vita eterna: questa roccia viveva, impedendomi ogni senso di
orientamento terrestre. Potevo ben vedere la morte sul viso diafano
della mia amante, quasi sfiorarla, ero troppo ossessionato dalla
gobba delirante per pensare di salvare la donna. Egoista, non potevo
credere che con la morte di Clara la parola FINE si sarebbe
inscritta in alcun punto della mia strada; la gobba era la mia vita,
e se Clara, sbiadiva brancolando, non mi mancava perché il mio
amore priapeo era sufficiente a sé stesso. Ma avvenne il disastro.
La morte descriveva i suoi arabeschi capricciosi sempre più vicini
fino al giorno in cui trovai Clara distesa sul ventre, il viso
sprofondato in un orso di peluche, sul suo letto con tendaggi in
velluto. Non ebbi paura perché la gobba sembrava ancora più viva
del solito; sentivo battere un cuore sotto la sua membrana vergine
di ogni altro contatto mortale che quello della mia mano. Clara
respirava appena. La luce oscillava al ritmo di una barca; la donna
assomigliava ad un pupazzo derisorio sotto i suoi capelli troppo
inanellati e il suo occhio lento e miope raspava il mio viso. Senza
pietà le ripiegai la camicia sulla testa. Nuda sotto la lampada, la
gobba si dimenava, la mia mano pesava con tutto il suo peso
addormentato sulla sua cresta; lei bruciava.
Clara morì verso le
quattro del mattino. Il ricordo che serbo di quella notte è quello
di una pienezza che non ho più ritrovato; dei banchi di nebbia
planavano intorno a me; mal ancorato in me stesso, ero come pazzo.
La gobba trionfò
senza proferire gesto; un'ondata d'ombra passò sul corpo, il
rantolio cessò brusca-mente: Clara non c'era più. Io scoprii con
tenerezza il viso della defunta; non le chiusi gli occhi perché la
loro espressione mi piaceva, ma l'adornai con il suo cappello da
città di piume di corvo e velluti di Parma stesi le lenzuola sulle
sue gambe. Un muto non può lanciare un grido di miseria, così non
ho pianto, ma il cuore mi dilaniava il petto e le mani tremavano. La
gobba si raffreddava e il suo potere magnetico vacillava alla base.
Premetti i palmi su essa, la baciai, leccai le sue ferite ma lei si
allontanava, nella fatale indifferenza degli escrementi. Saltai sul
letto per combattere il mio nemico. Durante questo corpo a corpo nel
sudore spremetti la mia gola, volendo imprimere la mia disperazione
sui muri della sua anima; la completa possessione tanto sperata non
era che polvere nella mia bocca: la gobba non mi conosceva più.
Maledetto,
singhiozzante di rabbia, vagai nella casa per tutta la giornata. Il
grosso Satana si inebriava vicino al letto, l'orologio aggiungeva le
trivialità della sua voce ai dolori della mia, la gobba sospirava
come un donnone dopo lo sforzo. Verso sera la mia natura timida e
rancorosa prese il sopravvento: presi il coltello del signor conte
e, senza riflettere, attaccai il parassita. La lama sprofondò
con un rumore di suzione; cerchiata di rosso, ancora aggrappata alla
spalla della
Mi svegliò la
polizia. Il dottore auscultò Clara; egli rovistava nel suo povero
ventre con le sue pinzette, ignorando la gobba bucata, ignorando
anche me. I giornali dichiararono che la mia amante era morta di un
cancro, nessuno si occupo di me nonostante la deposizione poco
favorevole di Satana; la casa fu venduta, la gobba sotterrata.
Da allora vivo tranquillamente con il mio dolore, la lingua infine sciolta e il granchietto incomprensibilmente trovato vicino al cadavere; alcuni giorni ho l'impressione che mi assomigli.
* Traduzione di Verena Alò