Il dramma di un Parcheggio sbagliato

Seconda fila

di Silvia Ziche

 

Cinque e mezza, sei. La stagione e quella che prelude all'estate, quella in cui Milano comincia ad avere l'alito pesante. Giovanni, la schiena appiccicata al sedile della sua Opel Astra grigio metallizzato, ritorna dal giro dei clienti importanti, quelli di riguardo, che il settequaranta glielo si confeziona a domicilio. Semaforo rosso. E' tardi. Veronica, sprecata allo sportello del Credit (almeno per la parte di sopra: quella di sotto Giovanni non l'ha mai vista), ha accettato un aperitivo con lui. E' necessario un rapido passaggio in ufficio, da qualche parte ci deve essere la camicia pulita che gli ha rifilato sua moglie («e se poi ti macchi con il sugo?»). Semaforo verde. Freccia a destra. Via Volta, imparcheggiabile. Passa davanti al civico numero sette, ove è ubicato il suo ufficio, ventidue metri quadri, di commercialista. Prosegue, incanalato tra altre auto strombazzanti. E' tardi, tardi, tardi. Farà il giro dell'isolato, sperando in una buona sorte che non ha mai dato segno di essersi accorta di lui. Largo La Foppa, via Moscova, Bastioni di Porta Volta: duecento metri in tutto, tre semafori, traffico. E' tarditarditardi. Di nuovo via Volta. Giovanni, miope munito di lenti correttive, incolla la fronte al parabrezza e scruta attento, ma di parcheggi non se ne sono materializzati. S'impone una seconda fila. Lo fanno tutti, lui non l'ha fatto mai. Troppo ansioso. Ma Veronica. Ci metterà un minuto.

Si sta frettolosamente sciacquando le ascelle quando squilla il telefono. Potrebbe essere Veronica. E' indeciso, ma decide e risponde. Mossa sbagliata. E' Evelina, sua moglie. E' depressa, che novità. Per ricordarsi com'è quando sorride, Giovanni deve ripensare alle foto del matrimonio, immagini sbiadite di vent'anni prima, poco spontanee. Faticose, probabilmente, per Evelina, che i muscoli preposti al sorriso doveva averceli atrofizzati già da prima. Giovanni incastra la cornetta tra il collo e la spalla, e mentre annuisce distratto disseminando mugolii e interiezioni attinenti a un discorso che non sta seguendo, cerca di asciugarsi il petto e le braccia. Rimpiange di non aver mai fatto niente per mimetizzare il suo colorito bianco-verdognolo e il ventre molliccio, incongruente nel torso rachitico piantato su due gambette da pollo. Si infila la camicia pulita sempre annuendo, incontra qualche difficoltà a non introdurre nella manica sinistra anche il cavo del telefono, ma alla fine ce la fa. Ora cerca di trovare un varco nella frana di parole e concetti sconnessi della moglie, per cercare di arginarla e dirle che ha da fare.

Disegni di Riccardo Cecchetti

Niente varchi, niente crepe nel monolite della sua cupezza. Veronica. Un clacson dalla strada. Veronica, e tardissimo... Giovanni non sa più che cosa fare. Vuole Veronica, parte di sopra e parte di sotto, ma un enorme senso di colpa nei confronti della moglie lo inchioda a quel telefono. E' a disagio, immagina Veronica che già da un quarto d'ora lo aspetta davanti al bar Giamaica, in via Brera. Un clacson insiste giù in strada. Giovanni, disabituato a essere in torto, che rispetta il codice della strada, che non ha l'allarme antifurto sonoro per non disturbare (e che non chiude mai una telefonata per primo per timore di essere scortese), che mai in vita sua prima d'allora aveva parcheggiato in seconda fila, registra sbadato il fastidio. E' troppo impegnato a soffrire perché non è con Veronica. E già che c'è, un po' soffre anche perché non riesce a soffrire per l'abisso di dolore da cui sua moglie tenta di mettersi in contatto con lui. Non identifica quel rumore di fondo come qualcosa che lo riguardi.

Sbircia l'orologio. Vede Veronica che se ne va. Triste? Arrabbiata? La chiamerà poi a casa. Sarà sull'elenco, gli pare di aver capito che vive sola. S'inventerà una balla. Lei lo perdonerà, lo inviterà a casa sua. Sarà ancora più bello: luci soffuse, brandy, musica. Niente a che vedere con un aperitivo imbarazzato tra la gente, a contendersi le olive sul bancone. Ancora lo strombazzare isterico dalla strada. Giovanni suda (già sciupata la camicia pulita), e un tarlo si insinua tra lo struggente desiderio di Veronica e il paralizzante dovere coniugale. Evelina è in lacrime. Deve cambiare registro al pilota automatico, e il momento delle negazioni, sempre buttate lì a casaccio: ma no, ma dai, tesoro non fare cosi... Il clacson diventa una trivella che squassa il malessere di Giovanni. E Giovanni finalmente realizza che un disastro si sta per abbattere su di lui. Tra un «mmh» e un «nonono tesoro che dici» si affaccia alla finestra di quinta, tenendosi nascosto. E' proprio la sua, la macchina che blocca il bolide di un individuo massiccio e imbufalito, che pigia tutto il suo peso e la sua rabbia sul clacson. In piedi, con lo sportello aperto, lancia sguardi assassini tutto intorno. Centra anche il primo piano di Giovanni che, spaventato, abbassa la veneziana. Potrebbe fermare Evelina, spiegarle la situazione («ma tesoro cazzo non metti mai la macchina in seconda fila perché l’hai fatto tu mi nascondi qualcosa»), dirle che sarebbe andato a spostare la macchina e poi si sarebbe fiondato subito a casa, da lei, l'avrebbe consolata e le avrebbe fornito (parziali) spiegazioni. Così tutto si sarebbe sistemato. sfuriata per i pochi. Poco male, era abituato ad abbassare le orecchie. Ma Veronica. Veronica che forse lo sta ancora aspettando lo fa aspettare. Il tizio giù in strada da il peggio di se. Gli inquilini dei palazzi vicini gli intimano di finirla. I commessi dei negozi escono urlando, contrariati. Lui ribatte, urlando che se gli consegnano il mentecatto che gli impedisce di andarsene la finisce e lo finisce immediatamente. Giovanni suda e si contorce. Evelina soffre, e dopo un’ora e sei minuti interrompe la telefonata («vieni a casa ora? Ah no, già, i settequaranta, dovrai recuperare il tempo che ti ho fatto perdere io, scusa, scusa, scusa, sono sempre così inopportuna…». Ma no, tesoro. Che cosa dici.

Giovanni guarda fuori da una fessura delle veneziane. L'energumeno, due metri buoni di giovinezza ruspante e muscolosa in camicia a quadri e jeans, è infuriato oltre misura, e non fa niente per nasconderlo. Giovanni ha paura. Si sente un verme, sa che ha torto marcio e ha paura. Pensa che forse il tizio si stancherà, andrà un attimo a prendersi un caffè, e allora lui sgattaiolerà giù e partirà sgommando. Prende l'elenco del telefono. Cerca di ricordare il cognome di Veronica! Qualcosa con la C, forse Canfora. Non c'è nessuna Veronica Canfora. Posa l'elenco del telefono.

Il tizio è sempre là sotto, strepitante. Giovanni, pallido, non riesce a decidersi ad affrontare le sue responsabilità, si siede per terra, sotto la finestra, si preme forte i palmi delle mani sulle orecchie, e cerca di pensare. Poi si alza in ginocchio e lancia un'occhiata rapida, pavida. La belva sta prendendo a pugni il cofano della sua macchina. E' giusto, ha infinitamente ragione. Si risiede sotto la finestra con una lentezza e una calma quasi zen. Ha deciso. Aspetterà che il carro attrezzi porti via la sua povera auto. Pagherà la multa. Espierà la colpa. Ma, per niente al mondo affronterà quell'individuo. Neanche per Veronica. Neanche per... Ah. Veronica. E la sua calma non è più molto calma né molto zen. Uno spasmo languido lo scuote nel profondo. E se si fosse innamorato? Può essere, non si ricorda più che cosa si prova. Avverte un dolore che gli impedisce di udire il clacson e le urla provenienti dalla strada. Sente un disagio che non ha niente di terreno. E' struggente e sublime. Totale. Copre tutte le miserie della sua esistenza. Lo fa sentire vivo, ma è una cosa che dura un minuto. Poi di nuovo pensieri a spirale, che tirano verso il basso.

Sono le otto. Veronica se ne sarà andata da un pezzo. Rumori dalla strada. Giovanni esce dal suo torpore e guarda. Giusto in tempo per vedere l'energumeno che, affabilmente e con calore stringe le mani ai vigili urbani che stanno liberando la sua auto. Poi saluta sorridendo il commesso del negozio di cravatte, e ringrazia la pasticcera, che raccoglie su un vassoio i resti di uno spuntino. Sono rimasti nei loro negozi oltre l'orario di chiusura, e non sembrano contrariati. Si salutano da vecchi amici, poi il tizio sale in macchina, saluta ancora una volta e parte. Tranquillo. Veronica, uno come lui, lo avrebbe aspettato.

Giovanni si alza, si ricompone. Non sente più niente: dolore, amore... Niente. Non è successo niente. Pensa alla lunga serie di mezzi pubblici che dovrà prendere per arrivare fino a casa. Pensa che non sa dove hanno portato la sua macchina, si dovrà informare. Non pensa più. Spegne le luci, esce, chiude la porta a chiave e poi abbassa la maniglia, per verificare. Scende le scale, è in strada. Passa un taxi, libero. Giovanni lo guarda e poi si avvia lento verso la fermata dell'autobus.