
Figari veneziani
di Pedrag Matvejevic
(traduzione di Silvio Ferrari)
(Illustrazioni di Stefano Navarrini)
Ci sono tanti mestieri, artigianati, botteghe a Venezia. E’
difficile contarli e quasi impossibile descriverli. Non si può
resistere, tuttavia, al fascino particolare dei saloni da barba. Un
tempo facevano concorrenza alle osterie e sostituivano, talvolta, anche
le sagrestie. Le botteghe di barbiere si trovavano ad ogni passo, oggi
sono più rare. E poche superstiti somigliano a quelle di una volta.
Il lavoro dei barbieri non era soltanto un mestiere ma anche una vocazione o perfino una missione o un rito. I loro gesti erano più eleganti dei gesti degli artigiani. Il loro parlare era più raffinato del parlare dei commercianti. Le loro mani erano più mansuete che le mani degli amanti.
Nella bottega di barbiere si poteva venire a sapere quello che succedeva attorno, conoscere quasi tutto sulla città e la sua storia. Talvolta si aveva l'impressione che lì si svolgesse la storia stessa. I barbieri veneziani sapevano raccontare come i veri narratori. Sapevano divertire, consolare, talvolta anche commuovere o turbare i clienti con i loro racconti. Conquistarono ruoli incomparabili sulla scene: in commedie, drammi, melodrammi ed opere liriche. Sono entrati anche nella letteratura anzi è strano che non vi siano ancor più presenti, essendo veri e propri personaggi letterari. Goldoni non poté fare a meno di dedicargli la propria attenzione. Quando i nobili ed i cittadini d'alto rango si tolsero dal cranio la parrucca, al momento in cui cadde l'aristocratica Repubblica che li privilegiava, i barbieri continuarono a mantenere l’appellativo di parrucchieri. E continuarono ad occupare il loro posto sui palcoscenici.
Attrezzi
e strumenti del mestiere, di cui si servivano e continuano a servirsi,
sono semplici e utilitari: il pennello da barba e il rasoio, varie specie di forbici, il
lavamano e l'accappatoio, il pettine e la spazzola. Gli svariati
profumi, ciprie, pomate e lozioni da essi adoperati e le scorrevoli
frasi in lingua italiana e in dialetto veneziano completano
l'inventario. I barbieri più provveduti si esprimevano anche in furlan,
e conoscevano perfino qualche parola slava. In nessun'altra parte
d'Europa, nemmeno a Siviglia, c'erano tanti conciatori di teste, tonsori
e barbitonsori, "figari" di mano lesta e di lingua sciolta,
quanti ce n'erano a Venezia. Rossini conosceva bene i barbieri che
operavano nei pressi del teatro Fenice e non quelli di Castiglia.
Non
c'era una sola galea veneziana di grosso tonnellaggio che, mettendosi in
viaggio per lidi lontani non prendesse a bordo un marinaio incaricato di
sbarbare una parte dell'equipaggio, soprattutto gli ufficiali e il
capitano. La Serenissima ci teneva a che i propri cittadini, sbarcando
in porti e città di altre sponde,
mostrassero una faccia serena. Intorno all'Arsenale erano ogni giorno al lavoro una decina di questi barbieri-marinai.
Alcuni barbieri divennero famosi per la loro maestria, ma nessuno di loro fu eletto doge. Nonostante sapessero tutto della politica - in politica non ebbero successo. Molti uomini politici, invece, erano dei barbieri mal riusciti o irrealizzati. Sono scomparse le vecchie e buone guide turistiche che sapevano indicare dove e quando c’era stata una bottega di barbiere, nel centro della città o in periferia, dalla Riva dei Sette Martiri ai Giardini di Papadopoli.