Un eroe emarginato del mediterraneo

 

Elogio dell'asino

di Pedrag Matvejevic

(traduzione di Silvio Ferrari)

(disegno di Giorgio Vaccari)

 

L'asino viene chiamato con nomi diversi «somaro, ciuco, musso, buriccu» in Sardegna, «sciccu» in Sicilia. Tutti questi nomi non sono meritati, specie quelli dispregiativi. Lui è sempre stato utile nei lavori faticosi che si fanno sulle sponde mediterranee. Serviva a dissodare le sassaie e ad ampliare i prati, a tracciare i sentieri e ad aprire le strade, ad alzare i muretti a far girare i mulini. 

Porta fardelli da entrambe le parti del basto, davanti e dietro. Si arrampica sulle pendici e corre verso le valli, procedendo sulla riva del mare o ben dentro l'interno. Di natura e paziente, avvezzo all’obbedienza. E’ raro che si opponga, ancor più raro che si ostini. E' più facile condurlo che non il cavallo e soprattutto il mulo. Non ha bisogno di essere ferrato, giacché lo zoccolo si comprime sul terreno e s'indurisce. Non serve la frusta a chi lo mena, né lo sprone a chi lo cavalca. Si comporta allo stesso modo se il padrone gli cammina davanti o gli va dietro. Ricorda e riconosce i passaggi scoscesi ed erti come quelli facili e piani.

Se si dimentica per quale via è passato, si ferma e attende di essere nuovamente avviato. Sa scegliere il posto dove porre la zampa sulla pietraia e nel crepaccio per appoggiare se stesso e il carico che porta. Nelle soste non c'e bisogno di legarlo, basta dare un giro alla cavezza attorno alla siepe più vicina resterà lì fino a quando qualcuno non verrà a prenderlo.on sa nuotare, e quando attraversa a guado un torrente, si tiene lontano dai gorghi e rifugge dalle rapide. Talvolta si butta per terra sopra un mucchio di paglia o un cespo di foglie per grattarsi la schiena e strofinarsi la criniera - che è, a quanto pare, uno dei suoi pochi e brevi divertimenti, delle piccole e rare gioie. Non si sceglie da solo la compagna accanto alla quale lo conducono perché la fecondi.

Quando gli mettete addosso un fardello più pesante di quanto possa sopportare, la saliva alla sua bocca si fa densa. Solo allora si arresta e non c'è verso di smuoverlo dal suo posto.  E non lo fa per cocciutaggine o per disobbedienza, ma proprio perché non ce la fa e, forse, per rivolta contro l'ingiustizia che gli tocca patire. Quando raglia non si può dire se esprima allegria o tristezza, se lo faccia per ammonire o lamentarsi. Non chiede lodi né riconoscimenti - gli basta una carezza sul collo o una battutina della mano sulla groppa. Capisce meglio i gesti delle parole.

Talvolta si lancia al trotto come se volesse dimostrare di saperlo fare. Forse fa anche questo per togliersi qualche soddisfazione, non per orgoglio. Altre volte si stacca e si allontana in fretta, non troppo lontano né troppo vicino, quasi volesse restare libero e indipendente almeno per un attimo. Se inciampa e scivola, o succede qualche inconveniente al suo padrone, gli si inumidiscono gli occhi e diventano più luminosi. Chissà come si affligge. Certo, non piange. Rivela stanchezza e impotenza, più che dolore e sofferenza. 

E’ penoso vedere l'asino vecchio sforzarsi di essere così com'era una volta, tentare di tirare il carretto come lo tirava prima, di fare quello che faceva un tempo. Quando perde del tutto le forze e si accascia, cominciano a commiserarlo anche coloro che lo hanno tormentarono di più. Senza l’Asino - comunque lo chiamino nei vari paesi del Mediterraneo – le nostre sponde non sarebbero quello che sono.