I migliori poeti della nostra vita

 

La poesia onesta

 

di Massimo Raffaeli

 

(disegno di Stefano Navarrini)

 

 

In un Caffè letterario del recente Salone del libro, a Torino, si discuteva sulle sorti dell'attuale poesia italiana. Dietro al tavolo in cinque, tra scrittori e critici dell'ultima e penultima generazione, di là un ottantina di volonterosi e peraltro compitissimi spettatori. (Piuttosto che in un caffè sembrava di parlare in un hangar dell'aeroporto di Caselle, tale era il rimbombo e quantità di suoni fuoricampo. Tunt’era magnifico, non altro perché allegorizzava il contesto dell'attuale poesia, che appunto prende la parola nel rumore di fondo. Situazione tipicamente postmoderna, c'era poco da fine.) Ai cinque era chiesto di leggere, cadauno, testi di autori ritenuti degni dell'attenzione che merita l'originalità, ma oltre lo spartiacque del 68, che in Ialia significa Gnuppo 63 (vale a dire: l’inizio della fine, una conclusione, un deserto, una discarica? O che cos'altro?) Le  poesie erano belle e corrispondevano ad autori già riconosciuti, in alcuni casi eminenti (Pagliarani, Zanzotto, Scataglini, Neri, De Angelis, Lolini, ma anche Pusterla, Frasca, la Donati). I cosiddetti relatori (perché erano soltanto lettori, anzi latori di testi) si guardavano bene dal raggruppare i poeti, dall'ordinarli e, tanto meno dal classificarli: ciò risulta oggi impossibile per l'annosa scomparsa sia dei benefici della consorteria sia del predominio di poetiche forti e condivise. A Torino, era chiaro a chiunque che ordinare/raggruppare/classificare sarebbe un abuso, non si trattava di rinuncia, o dismissione, ma, per quanto paradossale sembrasse, del solo gesto intellettualmente fondato, persino di un atto dovuto. All'opposto, chi fosse tentato di farlo, avrebbe riannodato sotto traccia la dialettica duale (Grande Stile/Avanguardia, Ordine/Disordine, Cosmo/Caos) che proprio il 68 e i guastatori del Gruppo 63 avevano inteso liquidare una volta per sempre; così, sarebbe stato altrettanto ridicolo un semplice beni dicebamus. Eppure i testi esistevano, erano poesie, non dei centoni o le battaglie postdatate del Secolo Breve. (Se ne scrivono ancora, diceva sibillino, e in anni non sospetti, Vittorio Sereni...) Però a tutti era chiara una cosa: che oggi, qui e ora, scrivere una poesia equivale a scommettere sul poterla scrivere davvero, senza più l'alibi di un gruppo e il paracadute di una poetica. Dunque se ne scrivono ancora, ma in solitudine e, come si dice, in caduta libera. Non si può essere "autentici" (tutto è stato detto e scritto, o così sembra; la bloomiana "angoscia dell'influenza" da epidemica qual era, è divenuta ormai endemica), tanto meno si può essere, senza pagare un pegno suicida, neo-qualcosa (i neo-orfici scambiano la cartapesta con il marmo pario, i neo-neoavanguardisti somigliano ad àrcadi del tecnologico le cui presunte trasgressioni sono tuttavia obbedienze accademiche, i neo-dialettali simulano un calore domestico scomparso coi vecchi focolari). E allora? I versi letti a Torino apparivano "belli" in quanto evitavano la trappola, ed erano "nuovi" senza essere per forza absolument modernes, viceversa “normali" senza essere anacronistici: Si sentiva in essi una fondatezza, una tangibile necessità espressiva. Bastavano a se stessi. A modo loro, e magari senza volerlo, incarnavano l'utopia di un maestro del Novecento a lungo sottovalutato e vilipeso quale periferico e ritardatario. Scriveva costui, cioè Umberto Saba, in una pagina del 1911: «Ai poeti della generazione presente resta da fare quello che dovrebbero fare i figlioli, i cui genitori furono malamente prodighi di averi e di salute (...) Così resta ad essi, per condurre un'esistenza utile, generare figli sani, un ritorno alle origini: con un'opera forse più di selezione e di rifacimento che di novissima creazione: resta ad essi quello che finora fu solo raramente e parzialmente compiuto, la poesia onesta.» Vale ricordare che onesta, ora come allora, è da intendersi senza se e senza ma.