
Mio carissimo figliolo
di
Augusto Frassineti
Mio carissimo figliuolo, io non so se e quando leggerai queste parole del tuo babbo: la cosa è legata alla mia sorte, ed io non so quale sia per essere la mia sorte. Neppure so quello che sto per dirti. Quello che ora mi induce a parlarti è il pensiero della morte, il quale naturalmente ci prende quando i pericoli si moltiplicano o si avvicinano.
Era mio vecchio proposito di lasciarti per i tuoi anni maturi, una breve storia della mia vita, sia per ricordarmi a te sia perché tu vi potessi trovare occasione a qualche utile pensiero o proposito; e questo volevo fare indipendentemente dalla possibilità o meno di morire troppo per tempo. Non l'ho fatto e forse non lo farò perché facendolo dovrei essere spregiudicatamente sincero, e per questo occorre molta forza; inoltre per farlo dovrei prendere amore ed interesse alle mie scarse memorie più assai di quanto non abbia saputo fare fino ad oggi. Quello che ora mi preme è che tu non resti senza un mio saluto se mai la morte mi dovesse prendere prima che tu mi abbia conosciuto abbastanza per serbare qualche buon ricordo di me.
Ora hai nove mesi; sei un bel marmocchio, simpatico, robusto, vivacissimo. Un giorno, quando sarai grande, come tuo padre e come tutti gli uomini ti domanderai quale senso abbia la tua vita, quale la vita in generale, quali le sue origini e i suoi fini. Io ignoro il senso di quella che sarà la tua risposta, non presumo di immaginarlo né posso importene una di mio gusto. Soltanto posso dirti quale fu la mia a me stesso quando mi posi, e per lungo tempo, una tale domanda.
A me fu insegnato anzi inculcato che Dio ha creato il mondo dal nulla e, nel mondo, l'uomo felice, non soggetto al lavoro alle malattie, alla morte. Poi, per un peccato d'orgoglio, l'uomo decadde da quello stato, e, perduto il privilegio di chiamarsi prole divina, fu soggetto al lavoro, ad ogni sorta di mali, alla morte temporale ed eterna. La via per ritrovare l'antico fine e la perduta innocenza è, mi fu insegnato, la via della rinuncia (purificazione) alle cose di questo mondo in attesa di risalire al regno divino dove i giusti vivranno beati in eterno. Di contro al regno di Dio fu imposta nella mia puerile fantasia l'immagine di un orrendo regno di Satana dove gli infedeli (i cattivi servitori) saranno precipitati in eterno. Tutto quello che si doveva credere, fare, pensare volere era già scritto in un libricino che si chiamava catechismo e che mi fu insegnato a memoria.
In breve, fui educato da genitori cattolici in guisa cattolicissima. E l'educazione che mi fu imposta è un esempio per me cospicuo di quanto male si possa fare in perfetta buona fede, quando si batte ciecamente una strada sol perché ci fu indicata per buona, quando cioè non guidi un sufficiente lume interiore e di critica. Intorno ai motivi e ai problemi posti in me da quella mia educazione, da quelle regole e ammaestramenti che io avevo preso e tentavo di realizzare alla lettera mi sono tormentato per lunghissimi anni. Quegli anni di giovinezza e, si dice, di spensierata felicità, furono per me assai tristi e cupi: una sorta di malattia, superata la quale mi ritrovai guarito ma privo ormai delle mie forze migliori e col rimpianto di una adolescenza sbagliata e irrevocabile.
L'assillo della rinuncia totale, l'impossibilità di realizzarla (impossibilità comune a tutti i cattolici ma non a tutti palese o ......) lo sforzo vano di praticare o solo di concepire esattamente il bene assoluto, la carità assoluta, la santità la verità assoluta, il non poter levare gli occhi da terra senza peccare, il non potermi mai tener dentro le regole (perché le regole sono morte e la vita è viva), la riduzione della mia vita morale ad una ossessionante casistica; l'accamparsi, accanto a questi sterili conati di perfezione, e accanto alle fatiche sacramentali, del sesso come peccato, questi furono i miei compagni tristi in quel tempo.
E il mondo, tutto il mondo, perché non coincideva con le mie figure ideali, una cosa assurda e sbagliata (immaginata e non conosciuta), con la quale non credevo di dover porre alcun rapporto che non fosse di astinenza e di penitenza per tutto. Così, mentre restava fuori di me il mondo, come luogo di straniamento e di follia, un altro simile caos maturava dentro di me dove, pur mancando ogni soccorso di menti e di libri illuminati, le astrattezze, le incongruenze dei miei principi mi si facevano sempre più palesi. E la vita mi pareva sempre più incompatibile con quelli, mentre il mio cuore non se ne poteva distaccare. Fui allora cieco e disperato. E questo è durato per anni: né dentro né fuori di me trovavo più alcuna cosa che mi desse un senso e tutto e tutti, tutto ciò che viveva, solo perché semplicemente viveva, aveva ragione senza di me e contro di me. Io dovevo soltanto disparire, - non dovevo più muovermi per non urtare gli altri, per non pestare l'erba, per non tormentare le pietre o calpestare l'insetto, perché tutto, da che viveva, aveva ragione contro di me.
La mia antica sete di rinuncia trovava finalmente un senso, un senso tutto negativo, cioè il suo reale e originario non-senso. E il mio cuore vi si compiaceva in abbietti struggimenti e la mia mente se ne vendicava con malinconici sarcasmi. Poiché frattanto non credevo più affatto ad alcun fine super umano di codesta rinuncia. E la vita eterna aveva per me il difetto di non essere vita. Ero semplicemente perduto.
I miei affetti di allora furono adorazioni. La storia di una mia amicizia in quel tempo, pur legata a motivi intellettuali, se fosse narrata, somiglierebbe, in quanto vicenda di fini sentimenti, ad una o tragica o elegiaca storia d'amore.
Poi venne l'autentica storia d'amore la quale finì come doveva, cioè male. Perché le donne, mio caro, quando non siano stupide o vane o frigide o "cattoliche" non ne vogliono sapere di fare le piante del purissimo angelo redentore. Esse saranno angeli, o più che angeli solo a patto di essere trattate come donne: creature simili a noi, in certo senso più deboli, in altro senso più forti, sempre di fragile carne però, anche se ricche di spirito. Esse non accettano di essere idealizzate praticamente. E sempre visibilmente cercherà in altri una superiore ragione di vita chi non l'abbia in sé stesso già spiegata o almeno latente.
E fu, la fine di questo amore, la fine insieme della mia prolungata adolescenza spirituale alla età di 25 anni. Fu la fine perché fu il limite della disperazione e dell'abiezione; limite al quale si deve decidere se convenga vivere o piuttosto farla finita. E la mia risposta fu ed è che conviene vivere.
Io sono nato allora, perché solo allora pur tenendo fede in qualche modo al mio passato, alla mia storia, tradussi quel passato e quella storia nel linguaggio mio, e tutto misurai con nuove misure che nessuno mi aveva imposto o tramandato; feci o rifeci a me stesso il mio retaggio spirituale e fui padrone di me quanto è dato esserlo ad un uomo.
Nacqui povero anzi poverissimo, privo di forze cioè di affetti e di inclinazioni, consapevole di essere arrivato tardi e di non poter mai recuperare il perduto e darmi un cuore nuovo; tenuto solo da una fredda rabbia e da una fissa e indeterminata volontà di rivalermi.
Volevo veder chiaro in tutto, essere sempre padrone, non avvilirmi più. E tutto quello che tentava di prendermi a la sprovvista per le oscure vie del sentimento, io lo respinsi come una minaccia. E pensavo che se mai il Dio della mia antica fede avesse voluto riprendermi, non mi avrebbe avuto per forza di sventure. Dovevo, se mai, tornare a mente serena, per forza di ragione, liberamente. Questa avarizia nel concedermi, questa incondizionata esigenza di chiarezza e di padronanza, fu il vizio della mia rinascita, portante nella mia vita nuova l'astrattezza antica in altra forma.
La verità è che mi trovavo ora in un mondo meraviglioso, ma troppo a lungo ignorato e non mai prima amato e tuttavia il solo esistente non amando il quale nulla, sapevo, resta d'amabile. Non riuscivo a prendere terra e non potendo spaziare mi restringevo ad una vita libera, ma solitaria, piuttosto parvente che reale. Il mondo era deserto intorno a me, e il mio vivere era piuttosto un sopravvivere. Ché vivere vuol dire operare amando, impegnarsi, stabilire relazioni e vincoli, legarsi alla vita del mondo, consumarsi in quella e per quella tenendo fede a sé stessi.
La mia fiera padronanza era dunque ancora astinenza, padronanza di nulla. Ma quella dignità, quel tener fede a sé, senza il quale nessun seme umano dà buoni frutti, era forte e potevo cominciare.
Da quel povero che ero cominciai dal soldo e dal centesimo. Cominciai, per fare qualcosa, ad immaginare quello che avrebbe fatto un altro e quello facevo, perché nessuna più determinata vocazione mi chiamava ad alcun fine certamente buono.
Poi la finzione prese carne e la buona volontà ebbe il suo premio tardivo.
Ho imparato a guadagnarmi la vita, mi sono fidanzato e sposato. Ho avuto un figlio cui ho dato il nome di mio padre. Amo te, la tua mamma, il mio prossimo. Amo il bene, la giustizia, la bellezza e la libertà e li pratico quanto posso. E questo è tutto quello che si può amare sopra la terra, e non è poco. A questi affetti e soprattutto allo splendido privilegio di eleggere da te la tua strada fra le molte che la vita offre, avrei voluto educarti. E speravo di vedere in te vendicate le mie manchevolezze.
Poiché io non sono un forte e non ho vinto pienamente la mia volontà è normalmente incerta e soltanto se provocata da alternative impellenti e difficili si dimostra fortissima. Lo scontento ancora mi perseguita. Porto in me molta stanchezza con la traccia ancora ineliminata di un troppo lungo errore. Ho ritrovato gli affetti, ma non le passioni che sole fanno piena la vita. A questo punto sono rimasto io. Confido che le mie parole ti raggiungeranno ormai così remoto da queste ansie che tu possa sorriderne sembrandoti esse povere e vane. Ma ciò vorrà dire che non furono né vane né povere, da che ti generarono libero, forte e felice.
Io non ti posso dare la formula della felicità: questo solo ti posso dire: quale si sia la strada che sceglierai importa che tu la segua con tutto il cuore, senza alcuna estrinseca considerazione di astratto benessere o di astratta felicità. Chi cerca la felicità incondizionatamente non avrà nulla. Chi cerca qualcosa per averne felicità e benessere, non avrà la cosa, né la felicità né il benessere vero. Ma chi vuole qualcosa per il suo intrinseco pregio conseguirà (favente fortuna) il suo fine e in esso la felicità.
Alla domanda che cosa è la vita io dunque ho trovato questa breve risposta: vita è per gli uomini vivere umanamente. Poiché la domanda è fondamentale la risposta non poteva essere che semplice. Ma, chi ha scoperto la vita non si tormenterà mai troppo per sapere che cosa essa sia; appunto perché la vede e la vive ed altro non vuole che viverla bene. Egli piuttosto si domanderà ad ogni passo che cosa sia questo o quello, a che giova, cosa significa, quale altra cosa convenga fare. E sarà per lui grande gioia trovare un nome, inventare, volere, giudicare, intendere questa o quella cosa. Poiché ogni cosa vive ed ogni persona; ed ogni intendimento di cose è intendimento di vita e Dio è nella vita.
La tua mamma ti guiderà e ti aiuterà fintanto che ne avrai bisogno. Più tardi essa avrà bisogno di te e tu non le mancherai, se essa non voglia trattenerti dal fine cui ti senti chiamato. La tua mamma non cadrà in questo errore. Custodirai la tua vita fintanto che la tua missione lo richiederà. Più oltre la darai.
Io ho pochi ottimi amici; il più caro e stimabile si chiama Antonio Rinaldi. Tua madre lo conosce e conosce anche gli altri. I miei parenti più prossimi sono tutti brava gente e onestissima, che però ha compreso piuttosto poco della vita umana. Sono per lo più ferventi cattolici e perciò mi considerano un fuorviato. Hanno tuttavia buone doti di mente e di cuore e, a parte le loro superstizioni, meritano di essere amati.
Il tempo e le circostanze non mi consentono di aggiungere altro. E d'altra parte non ho nessuna intenzione di morire tanto presto.
Se dovesse accadere, tua madre ti accompagnerà ed io per suo tramite sarò sempre presso di te.
T'abbraccio e ti benedico
Il tuo babbo
Licata 16 aprile 1943