
Cosa combinano le parole (ma forse non è colpa loro)
La
realtà virtuale
di Lucio Klobas
(disegno di Stefano Navarrini)
Strofinando
con vigore due vecchie parole rinsecchite accende con la parola fuoco il
fuoco (quello vero che brucia, ustiona e tutto il resto, per cui dici che
fregatura mi sono scottato le dita!), con il quale incendiare la casa, la
parola casa, che brucia effettivamente come fosse di carta, o di altro
materiale ancora più infiammabile: erba secca, plastica vecchia, trucioli
di legno. In pochi attimi la parola casa va in fumo e con essa tutta una
serie di parole minori ma di grande utilità pratica: sedie, tavoli, letti,
sgabelli, ecc. L’espressione desolata, Non è rimasto niente! la dice
lunga circa il luttuoso evento e lascia fortemente sgomenti e straniti.
Il
fumo contorto dell'incendio
sale in alto (la parola fumo e la parola alto spiccano il volo), mentre
qualcuno (qualche lettore pignolo? qualche passante ansioso?) grida a
squarciagola: Al fuoco! Al fuoco!, e si cura di mettersi in salvo appena in
tempo grazie a dio. Appena in tempo!, ripete accaldato ma con evidente
soddisfazione, potevo rimanere intrappolato nelle fiamme e morire all'istante! Quando torna la calma (la parola calma) si fa la conta dei
danni patiti, si vede quali parole sono bruciate irrimediabilmente nel rogo
(le parole legno, paglia, cartone, carbone, stracci, ecc.), e quali si sono
salvate
(ferro, marmo, cemento, mattoni, e simili), poi si fa la lista delle parole
danneggiate e in parte recuperabili (bicchieri, vasi di terracotta,
pavimenti, e così via), infine si mette nero su bianco, si fa la nota
definitiva, si riassume la situazione. Un disastro.
«L'incendio avviene a parole e per spegnerlo si usa
la tradizionale e sempre utile parola acqua»
Naturalmente
l'incendio, per quanto doloso
e di evidente origine criminale, avviene a parole (come tutti gli incendi
che scoppiano per gioco), e per spegnerlo si usa la tradizionale e sempre
utile parola acqua, una due tre volte, quanto basta, gridando, Acquaaa!,
fate in fretta con quell'acqua!,
qui brucia tutto!, muovetevi pelandroni!, siete dei sacchi di merda! In
questi casi è buona norma spegnere sul nascere gli incendi (la parola
incendi) e poi eventualmente dedicarsi a cose più utili, più edificanti e
vantaggiose, come il giardinaggio e le corse al trotto.Viceversa sono
ritenuti pericolosi i ritorni di fiamma (anche quelli sentimentali,
soprattutto quelli, parliamoci chiaro) ma ciò accade sempre più raramente
e con danni irrisori; colpiscono in prevalenza gli ingenui, i creduloni, gli
sprovveduti, i sognatori, le anime candide di tutte le razze e paesi.
Comunque i ritorni di fiamma non vanno presi alla leggera, lasciano sempre
brutti segni sul corpo e sullo spirito (cicatrici): di solito piccole
escoriazioni guaribili in sette giorni, salvo proroghe.
Spento
l'incendio di carta con una possente soffiata (con la parola soffiata),
restano a terra gli spezzoni anneriti delle singole parole che non si sono
accese perché eccessivamente umide o bagnate. Sulle cause recenti e remote
dell'incendio rimbalzano
pesanti responsabilità, sicché tutti vorrebbero tirarsi fuori, declinare
la propria innocenza (presunta), allora volano parole minacciose che
graffiano l'aria, sanguinano
da sole, si spezzano, si spengono, dicono tutto e niente. Persino la parola
infierire (sei stato tu maledetto!, no, sei stato tu, ti ho visto con questi
occhi!, vorrei morire dannato se non è vero!) diventa dopo un po' noiosetta e ripetitiva, priva di
senso, mentre la parola astio guadagna sempre più consensi tra i presenti,
soprattutto tra le persone anziane. Anche la parola credere ha un suo
uditorio rispettabile e in crescita costante, perché pronunciandola non si
sbaglia mai.
La
devastazione della casa, comunque, è reale (anche i danni sono reali): su
questo punto i fatti e le parole coincidono perfettamente, sembrano la
stessa cosa, la stessa identica cosa. Sembrano a tal punto la stessa
identica cosa che le parole appaiono reali e la realtà parole: si resta
allibiti di fronte a simili fenomeni ottici. Tuttavia le parole, è
risaputo, quando si trovano tra di loro, si parlano in dialetto lombardo, si
raccontano cose strettamente personali, tipo disturbi gastrici, gonfiori di
stomaco, malori improvvisi e roba del genere: amano parlare di malattie (ci
prendono gusto). Perdono giornate intere in confidenze e pettegolezzi da
cortile, solo l'H si salva, perché quella è sempre muta. A questo punto, si cerca
disperatamente il responsabile dell'incendio, il quale, di certo, si nasconde dietro falsi nomi (Andrea,
Luca, Giovanni, Luigi e altri ancora che danno meno nell'occhio,
come Arturo e Cleufe), nonché dietro qualche parola solida e
insospettabile, tipo muro, inferriata, steccato, angolo di strada, balcone
con vista e così via. Senza peraltro disdegnare parole volutamente vaghe,
viscide, elusive come indifferenza, incomprensione, malattia, depressione,
lassismo. Nondimeno le notti passate dal responsabile dell'incendio
della casa (vero o presunto che sia) non sono notti tranquille
e riposanti, bensì notti attraversate da sogni devastanti e da visioni
demoniache (tipico), notti terribilmente agitate (come si dice in gergo),
addirittura sconvolte. Invece le notti passate dai non responsabili
dell'incendio, cioè da tutti gli altri, vengono definite normali, intense,
spirituali, sicché il giorno dopo nessuno è nervoso, né irritabile,
semplicemente si sentono tranquilli e anche (perché no?) di buonumore:
canticchiano sottovoce ma non vogliono che si sappia.
«In
simili casi ci sono parole che si muovono da sole»
In
simili casi ci sono parole che si muovono da sole spinte da cieca forza
interiore, come farfalla, camminare, saltare, fuggire, correre, ecc., e
parole che stanno ferme dove sono, quasi inchiodate, come montagna, stelle,
morire, pietre, prato, ecc., poi ci sono le parole miste, un po' si muovono
e un po' stanno ferme, come leone, podista, camionista, massaia, lepre,
ecc.; ma la parola responsabile (quella che più interessa a noi, l'unica
che conta realmente in questo momento), risulta ai più ancora un concetto
astruso, un inutile arcaismo, un difficile forestierismo, e come tale
porrebbe significare tante cose anche se in realtà non va oltre un generico
richiamo al senso di responsabilità di ognuno di noi.
Allora
mi sono detto: forse il responsabile di tutti questi guai sono io in
persona, ho bruciato la casa (a parole), ho subito danni rilevanti (a
parole), ho chiesto persino scusa (a parole), mi sono impegnato a non
rifarlo più (a parole), ho giurato a me stesso di cambiare vita (sempre a
parole). Purtroppo non avevo altre possibilità: o bruciare o essere
bruciato, questo è il punto.
Adesso
primeggia vistosa come una montagna la parola pentimento (altra parola
ineffabile di cui però farei uso parsimonioso: non so perché, ma è una
parola che puzza). Dopo di che mi pento veramente, senza peraltro rinunciare
al piacere misterioso del compiacimento interiore che il pentimento ti dà
(la parola pentimento), il che non è poco di questi tempi, ma neppure molto
e allora dov'è il vantaggio? Non lo vedo.
Dimenticavo di aggiungere che nel rogo inarrestabile della casa, vero o presunto che sia, una parte di me è andata in fumo (la più leggera e antica: la più infiammabile: i primi vent'anni diciamo), mentre l'altra parte (la più cospiscua e recente, con tutti gli anni rimasti) è restata intatta o quasi. Da un lato un giusto rammarico, dall'altro una sorpresa e una meraviglia: nell'insieme mi sembra una soluzione equilibrata, non c'è nulla da dire.