
L'anima dei calzini
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Nel 1935, a Vienna, il professor Peter Kien, illustre studioso di sinologia, nonché appassionato bibliofilo, custode di una biblioteca personale formata da più di venticinquemila volumi, mise a punto le basi di una nuova disciplina da lui coraggiosamente denominata Caratteriologia dei pantaloni (Charakterologie nach Hosen). Scopo di questa insolita materia, come si arguisce dal titolo, è dedurre da una serie di dati sui pantaloni (colore, tipo di stoffa, pregio, altezza dal suolo, buchi, larghezza, rapporto con le scarpe, macchie e loro natura) il carattere e la professione di coloro che li indossano.
«Appendice
delle scarpe»
All’argomento Kien si applicò per un lungo periodo condensando alla
fine i suoi sforzi in un saggio corredato da un’«Appendice sulle scarpe»
(«Anhang über die Schuhe»), scritto – come lui stesso c’informa -
«con la massima facilità nel giro di tre giorni». I pantaloni tipici del ladro assassino - osserva Kien nel suo studio - sono sformati alle ginocchia, soffusi del riflesso rossiccio del sangue ormai sbiadito, animati da sgradevoli movimenti compiuti al loro interno, viscidi e logori, gonfi, scuri, ripugnanti. Qualche anno dopo la pubblicazione dello scritto di Kien, e forse - come alcuni sostengono - da esso influenzato, appare sempre a Vienna un libretto del filosofo e pittore Gottfried Schlimm intitolato L’anima dei calzini (Die Seele der Söckchen), riscoperto grazie alla premurosa e infaticabile passione per la cultura mitteleuropea di Alba Frosini, docente di Letteratura e Lingua tedesca all’università di Bologna, che ne ha curato la traduzione italiana presso l’editore Rumma di Ancona (pp. IX + 67, Euro 18,00).
«Dipinse solo e sempre calzini»
Per tutta la vita Schlimm ha inseguito tenacemente un unico modello di perfezione. Un modello che lo ha portato per tutta la vita a dipingere calzini, sempre e solo calzini, al pari di ciò che fece, molti anni più tardi, Clément Cadou con i mobili (cfr. il saggio di Georges Perec, Ritratto dell’autore visto come un mobile, sempre). Calzini nelle posizioni più disparate: sopra una sedia; dentro una cesta di panni sporchi; sul pavimento o sopra un letto in disordine; appesi a un filo, come ginnasti a testa in giù, tenuti |
Illustrazione di Mara Cerri |
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fermi dalla presa sicura delle mollette; abbandonati in un viottolo di campagna; messi ad asciugare vicino a una stufa a legna; arrotolati dentro un paio di scarpe nere, imbrattate di fango; oppure sporgenti da un cassetto semiaperto, nuovi, con il cartellino di vendita ancora bene in vista.
«Soltanto calzini di genere mascile»
Misteriosamente, soltanto in due tele i calzini non hanno il ruolo di protagonisti, ma s’intravedono di lato o sullo sfondo, seminascosti dietro insignificanti nature morte - vasi da fiori, bottiglie o pesci con gli occhi tristi e spaventati. Nella loro evanescente fisicità (cotone, seta, lane, refe, filaticcio), le raffigurazioni di Schlimm ci mostrano sempre rigorosamente calzini accoppiati in perfetto e di genere maschile. Su quest’ultimo dettaglio, la Frosini non nasconde un bonario disappunto sottolineando come la misoginia che traspare dai calzini dipinti da Schlimm, insieme al fatto, anch’essa denso di reconditi significati, che non esistono frinzelli nell’immaginario calzinesco del pittore viennese.
«Il calzino desolatamente orfano»
Se è vero che i calzini hanno un’anima - scrive Schlimm cercando di dare un senso alla propria ossessione - questa si manifesta nella loro inconfondibile forma, lunga e corta, nella trama dei disegni che ne abbelliscono lo slancio, nei colori, nella morbidezza avvolgente del loro tessuto, che è poi il loro vissuto, fatto di giri a rovescio, di lussuose trasparenze, di odori mal celati, di piccolissime smagliature che, come succede ai bozzoli da cui fuoriescono le farfalle, si tramutano con il tempo in spiragli di luce. Poi conclude lasciandosi andare, in un abbandono melanconico, alla riflessione filosofica l’anima dei calzini si nasconde là dove meno ci si aspetterebbe di trovarla, sul filo impercettibile della loro salda aderenza alle gibbosità del mondo, contatto che ci fa sentire vivi, sebbene precariamente vacillanti e di passaggio.
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