
Lettera da New York
La nostra America
di Joanna Scott
( Traduzione di Daniela Daniele - Disegno di Roberto Cecchetti)
Splendida
domenica il 28 ottobre, un giorno che si è rivelato essere il primo vero giorno
di lutto: una giornata di silenzio. Siamo partiti presto e abbiamo guidato lungo
la I-95 senza una cartina, abbiamo imboccato una strada sbagliata e ci siamo
ritrovati diretti al Queens. Mentre attraversavamo il Triboro Bridge alla radio
trasmettevano Billie Holiday che cantava Autumn
in New York.
Che coincidenza!
Mentre
andavamo a zonzo tra una strada e l’altra, il cane si è svegliato. Ha
piantato le zampe anteriori sul sedile accanto al mio e si è appollaiato in
mezzo a noi come se sapesse quello che sperava di vedere.
Abbiamo
attraversato Manhattan fino al Queensboro Bridge e ci siamo diretti al centro
percorrendo la Seconda Avenue. Superata la Quinta Strada mio fratello ha frenato
di botto. L’auto dietro di noi ha fatto stridere i freni. Guarda lì, ha detto
mio fratello: la finestra al quarto piano del suo vecchio appartamento! E lì,
all’angolo, il suo ristorante preferito. Le auto ci suonavano, il cane
abbaiava, e noi abbiamo proseguito attraversando Houston, e l'affollata
Chinatown, giù per Mott Street invasa da bidoni di rifiuti riversati a terra,
direzione Fulton, superando un paio di posti di blocco della polizia che aveva
chiuso le traverse deserte, giù verso il South Street Seaport fino alla zona
est di Wall Street.
Abbiamo
parcheggiato di fronte al Molo 11 e ci siamo diretti a sud. Fuori dalla Engine
Company 4 un pompiere stava caricando degli attrezzi nella sua auto. Accanto
alla porta era stato allestita una lapide: uno scaffale zeppo di berretti da
dalmata per bambini, foto di uomini che si tenevano sottobraccio, candele accese
in memoria, lettere scritte da mani tremolanti agli otto pompieri: Joseph e
Arthur, Scoot L. e Scoor K., Eric, Douglas, Thomas e Richard.
Il
cane ha dato uno strattone al guinzaglio. Abbiamo continuato a camminare. La
brezza portava l’odore acre della scogliera umida. C’era troppa luce per
Lower Manhattan e le strade erano terribilmente deserte. Quando abbiamo
raggiunto Battery Park la campana del Seton Strine ha cominciato a suonare: un
suono strano e dolente, continuo, incessante, ma era troppo presto per battere
l’ora. Mancavano cinque minuti alle nove.
E
poi i rintocchi si sono arrestati e la domenica mattina a Battery Park è
sembrata troppo tranquilla, il cielo troppo blu, i movimenti dell’uomo che
puliva la strada lenti ma affascinanti. Si è fermato per chiederci dove eravamo
diretti. Gliel’abbiamo detto. Lui ci ha risposto che non potevamo andare da
nessuna parte perché lì vicino sorvegliavano l’oro, tutto l’oro, per
tenere lontana la Mafia. Ma continuate, lui ci ha detto, con palese disprezzo.
Andate a dare uno sguardo.
Mentre
attraversavamo il parco, il cane si è avventato sugli scoiattoli. Percorrendo
lo stretto marciapiede, ci siamo diretti al nuovo grattacielo Residence e alla
zona vicina a Battery Park. In uno di quegli edifici una cara amica di nostra
madre, Ruth, aveva vissuto per anni. Nostra madre ci ha detto che a lei non va
di parlare dell' 11 settembre, ma ci ha anche detto che nelle ultime due
settimane i volontari le avevano procurato un frigorifero nuovo e le avevano
spolverato i libri uno a uno.
Abbiamo
proseguito. La quiete aumentava ad ogni passo. Una donna con una mascherina da
chirurgo ha attraversato la strada. Due ciclisti, poggiate le biciclette a un
capannone, studiavano una cartina. Siamo rimasti sorpresi
che non ci fosse più gente. Nastri
gialli e blocchi
segnavano il confine della polizia, delimitando
vicoli e cortili. Un cancello di ferro battuto era stato buttato a terra di
traverso e piegato. Un casco di protezione era stato affisso a un asse sotto le
parole in rosso: DA INDOSSARE. I rami caduti da un albero penzolavano sulla
strada. Le finestre rotte degli edifici circostanti erano state sostituite da
pannelli di compensato. Mentre camminavamo lungo West Street abbiamo visto le
lunghe braccia rosse delle gru e lo scheletro barcollante
apparso in tantissime
foto. Da un’autobotte dei pompieri usciva un flusso continuo
e silenzioso d’acqua.
Dall’ammasso dei pezzi di acciaio e dalla fuliggine
fuoriusciva vapore
bianco e dal vapore fumo grigio.
C’era
troppo sole e tutti si muovevano con una lentezza infinita. Un gruppetto si era
raccolto attorno a un poliziotto davanti alla Gateway Plaza.
Parlavano a bassa voce,
un mormorio
di reazioni e
di congetture. Alcuni piangevano.
Il poliziotto ci
ha detto che ogni volta che i pompieri riuscivano a
liberare una trave, si sprigionavano
altre fiamme. Era
il suo primo giorno sul
luogo del disastro. Mi ha chiesto cosa scrivessi sul mio taccuino. Gliel’ho
detto. Lui mi ha risposto: sta
guardando degli edifici
che non erano stati concepiti per cadere.
Gli
avvisi sotto le impalcature vietavano foto. Un furgoncino di aiuto della Croce
Rossa circolava
per le strade. Tutto
era ovattato, sobrio, distorto. Solo il nostro cane sembrava esistere nel tempo
reale. Tirava il guinzaglio, ci tirava oltre una transenna nella zona riservata.
Un uomo con un casco di protezione ci faceva segno. Possiamo andare di qua? Gli
ho chiesto. Lui ha detto, continuate. Siamo andati oltre, girando attorno a una
voragine così grande e insensata che non si può descrivere. Abbiamo
attraversato il labirinto di nastri gialli con su scritto attenzioneattenzione-attenzione.
Cercavamo la prova che tutto fosse realmente accaduto. Abbiamo lasciato le
impronte sulla cenere.
Sulla
strada di ritorno a Broadway e Liberty, dove gli edifici lungo il blocco più a
ovest hanno formato un corridoio che conduce direttamente al luogo del disastro,
una donna che voleva allestire una bancarella stava discutendo con un
poliziotto. Gli avvisi proibivano ogni tipo di foto o di video. A Wall Street i
senegalesi vendevano le magliette e i maglioni con la scritta I Love NY. Un uomo
che camminava davanti a noi ha sollevato il figlioletto sulle spalle. Una
guardia di sicurezza ciondolava senza tregua. Le impalcature coprivano gli
edifici lungo il lato sud dell’ultimo blocco di strada. Una giovane era seduta
su una grata sotto un tratto dell’impalcatura, i suoi pochi averi sparsi
attorno, il volto coperto dalla cenere grigia del gesso.
Voleva
parlare. Voleva dirci che il suo viso era ruvido. Ruvido? Sì, ruvido, proprio
così, e lei aveva bisogno di soldi, ma aveva abbastanza caldo, ci ha detto,
indicando la grata di aria calda. Ha arrotolato i soldi che le abbiamo dato e se
li è ficcati nella tasca della giacca. Dopo non ha più voluto parlare. Ci ha
fatto segno di andarcene, indicandoci che aveva da fare. Ha tirato fuori un paio
di forbicine da cucito e ha allungato la mano a prendere un pezzo di rayon rosso
vivo. Mentre tornavamo all’auto, lei ha continuato a fare ciò che aveva
iniziato, dividendo con maestria la cucitura del tessuto con la punta delle
forbici, aprendolo punto per punto.
Se
questo fosse un romanzo spiegherei come ci siamo avviati e poi voltati solo dopo
pochi passi per guardare indietro. Ma la donna era scomparsa, assieme ai suoi
stracci, e dietro l’impalcatura le ombre erano vuote.