
C'era una volta...
La mano morta
Racconto di Raffaele Nigro
(Illustrazione di Mauro Cicarè)
Quand'ero piccolo, sentivo dire a Cenzino che gli piaceva andare a cinema la domenica pomeriggio per fare la mano morta. A quell'ora c'erano molte coppie. Il nostro era un clima molto proibitivo, morigerato, pieno di gelosie ed era permesso alle ragazze soltanto andare a cinema alla prima proiezione. Per le nove tutti a casa, che c'era buio pesto e al buio si fanno le cose sporche. Cenzino si in infilava nella calca e si faceva pressare come la carne a punta ci coltello nella budella di porco. Questo Cenzino era magro, di statura media, ma aveva una mano come una pala meccanica. Proprio una bestia di mano. Se ti dava un buffettone ti pigliava dal collo alla tempia e ti faceva avvitare tre volte sulle gambe. Eppure era magro, ripeto, un chiodo. Ma aveva una forza scattante, come una pila elettrica e le mani a pala.
«Tutti ti spingono e ti pigiano, tu nuoti dentro la folla, ti porti dietro a una ragazza, cuccia cuccia a lei, metti la mano nella tasca e la tieni la, come una braciola, una lingua di vitella morta. Non la devi manco avvicinare alla gonna, ti lasci spingere e affondi tutto quanto dentro la carne». «Ebbe? E la mano muore?» «Muore muore. Ma resuscita da un’altra parte».
Cenzino parlava cifrato. Ma io pensavo veramente che la mano apparisse sotto un piede o sul ginocchio mentre seccava alla fine del braccio. Debbo dire che l’idea di una mano secca, come una foglia appesa a un albero, non mi piaceva tanto, ma si sa che certe cose vanno provate.
Io andai a cinema. Per la verità ci andavo solo di domenica. Alle quattro. C'era una calca pazzesca e tutti pigiavano. Pigiava pure Cenzino, anzi lui si lasciava pigiare e anch’io mi lasciavo pigiare, come quando sei nell'acqua e ti entra dappertutto, ti spinge e ti risucchia. E così era la folla, ti penetrava, ti spingeva di qua e di là e soprattutto ti schiacciava contro altra folla e tutti pressati contro il botteghino. Io non ce la facevo manco a respirare, affondavo nella tromba di cappotti e di fiati, non vedevo l'ora di uscire da quell'imbuto. Ma Cenzino se ne stava ore e ore. Arretrava nella calca. Io ero già sotto le tende di velluto che ci separavano dalla sala di proiezione e lui era ancora nel cuore della battaglia, come Ettore di Troia morto e sepolto. Si godeva quello strano film già prima del film. Le sua pale meccaniche affondate dentro le tasche oppure appoggiate da qualche parte, come volesse difendersi dall'assedio di culi tette e cosce. Quasi offeso. Proprio non capivo dove stesse tutto questo gusto. Ma Cenzino faceva il furbo e non mi spiegava. Cosi che, guardando le storie della famiglia Adams in televisione, capii finalmente che la mano morta è una mano staccata dal corpo, una mano dotata di propria volontà e di propria discrezionalità. Una mano che gira per casa, per le vie della città, ma ha capacità d’azione solo quando non ci sono occhi indiscreti. Per esempio nella folla. Per esempio nel buio pesto. A cinema. A teatro. Sui pullman. Quando nessuno la vede. Come uno spettro, Come uno zombi. Se no,che mano morta è? Ma un po’, quella mano che se ne andava per conto suo,mi faceva impressione.
Una
domenica accadde un fatto che cambiò qualcosa nella gestione delle mani
di Cenzino. Durante un corpo a corpo a due metri dal botteghino del
cinema Enal, io sentii nella calca l'urlo di una signora, diciamo una
ippopotama col culo a betoniera e subito dopo, nonostante la
compressione, vidi che un pugno, sicuramente dell'elefante che
accompagnava l'ippopotama, risorto dal carnaio si abbatteva come una
martellata sul cranio di Cenzino. E a questo primo seguivano altre
randellate che fecero subito il largo attorno al martello pneumatico dell'elefante e alla
capocchia di chiodo del mio compagno. Cenzino si era piantato nel
pavimento come un palo di cuccagna. E non reagiva. Non rispondeva alla
provocazione ne si riparava. Perché a fare la mano morta sull'ippopotama
gli era accaduto che le mani fossero morte entrambe. Proprio come
ammoniva mia madre, che l’angelo della buona condotta, passando dice
amen e ti combina un guaio. A Cenzino, per esempio, aveva seccato le
mani. O almeno credo, se gli erano rimaste incollate alle natiche
sopradette.
Passarono un po' di anni. Diciamo dieci dodici.
Il 1966 fu un anno un po' bello e un po' brutto. Credo fosse proprio il 1966 e non avevo ancora vent'anni. Dice brutto perché ero stato rimandato in matematica, alla quinta liceo. Mi rimandavano sempre in matematica. Ero bravo in disegno e in latino, così così in italiano e storia. Ma in matematica ciuccio e capadiciuccio.Bello perché quell’anno i miei compagni decisero di godersi l'uscita dal liceo con un viaggio premio a Rimini. Io non avevo diritto a premi, tuttavia mio padre disse che per lui ero bravo lo stesso. tant'è vero che facevo dei disegni fantastici all'inchiostro di china e sapevo leggere i versi latini come canzoni, saltellando sugli accenti. Come faceva ad essere ciuccio uno che sapeva fare quella roba? C'era stata qualche incomprensione. Era mancato il sostegno giusto al momento giusto. Ma si rimedia a tutto, chiuse. Mi diede ventimila lire. Altre cinque ne rimediai da mamma e via.
Il bello di Rimini è che la festa comincia appena sei in stazione. C'e un'atmosfera da paese dei balocchi, fiori, bandiere, pullman e auto sportive. E grandi perchie. Noi eravamo in sette. Sette imbranati che non erano mai usciti casa eccetto forse Pierpaolo Fabbri, che era nato a Pesaro ma che si era trasferito al mio paese con mamma e papà, un capoccione dell’Ente Riforma. Pierpaolo aveva in bocca una bella lingua. Tutta sibillante. Mi piaceva soprattutto quando diceva la parola «ssorbole», o il verbo «ma ssenti», col potenziamento delle esse iniziali, roba che faceva pensare nella pronuncia alle Esse Esse naziste, oppure quando diceva «ma va là patacca».
Insomma con questa compagnia mi impataccai nel primo pullman di Rimini. Che era strapieno di tedesche sangue e latte, che straboccava di tette e culi e prosciuttoni con minigonne ascellari e hotpants e costumini nastriformi e profumi di creme e doposole. Affogai tra palle da rugby che mi inchiodarono ai finestrini e per difendermi non ebbi di meglio che opporre le mani. Per mantenere le distanze. Per evitarmi di perdere l’equilibrio. Per difendere da me le stesse tedescazze prosciuttose e quei corpi di gommapiuma che mi soffocavano loro malgrado, quei palloncini di gomma che rischiavano di scoppiare alle punte di spillo delle mie voglie non solo estive. Le bambolone non reagivano, restavano acquattate sulle mie mani e contro il mio corpo, come salamandre di lattice. Le mie mani morivano e resuscitavano, man mano che il pullman si accalcava si ingorgava si inzeppava.
Restai tutto il giorno su quell’autobus, tra sudori e ciufoli profumati e quando decisi di scendere alla fermata della mia pensione "La conchiglia” di Marebello mi accorsi che era accaduta una strana metamorfosi, un miracolo o un disastro. Avevo anch'io le mani larghe e piatte, due pale meccaniche, come quelle di Cenzino. E la stessa disgrazia era capitata ai miei compagni. Due manone extra-large che per tornare alla misura normale ce ne volle, giorno per giorno, mentre dalla catalessi passavano a un lento e difficile rinvenimento.