
Per il soldato Esposito
squillano le trombe del sud
di Stefano D'Arrigo
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Con questo racconto nel 1947 Stefano D'Arrigo vinse il Premio dei Nove. Da allora non è mai stato ripubblicato
(Questa cronaca, la cronaca di tutte le sommosse nel meridione, è dedicata a un soldato Esposito, designato dalla fatalità a fare da sagoma, in una cert'ora, in un certo luogo, nel turno di un certo tiro a segno. A Palermo e a Messina, a Bari e ad Andria, a Napoli e a Roma, e in altri posti, sulla piazza o davanti al Consorzio Agrario e all'Esattoria, alla prefettura o al Viminale, c'è stato e ci sarà sempre un soldato Esposito, dico un operaio in tuta o in divisa di panno che entrerà nel turno di quel certo tiro a segno, piccola anonima sagoma, "centrata" e ascritta in un punto all’attivo e nel "ruolino" di chissà quale tiratore). «Per un attimo rimase ancora sospeso a un grido isterico di donna» La pallottola dovette colpirlo all'apice del cuore in basso, a quell'estremità che volge dove dicono trovarsi la sede dell'Anima. Quasi contemporaneamente il suo piede destro scivolò sull'asfalto come in una "spaccata" ed egli venne giù a poco a poco, sbattendo di colpo col capo a sinistra sulla pece fatta molle dal gran caldo d'agosto. Per un attimo rimase ancora sospeso a un grido isterico di donna, a un basso clamore di voci e di visi fitti su di lui come le maglie di una rete che gli fosse stata gettata addosso; per affondare poi, a capofitto, nel verde morbido e profondissimo di un ippocastano piantato al centro della piazza come in un cielo alla rovescia. Afflosciatosi per terra, il soldato Esposito, più nulla udì nella piazza, se non il crepitio dei mobili e delle carte dell’Esattoria arse dal fuoco, ma anche questo presto cessò. Quella
morte aveva provocato un assurdo silenzio. Un silenzio così pieno e
improvviso che d’un tratto ognuno poté riafferrare con l’udito i
battiti del proprio cuore. E’ un fatto nuovo e sensazionale insieme
lontanissimo, lo stesso rumore di mare nella darsena. Il piccolo scroscio
della benzina, che scivolava sul marciapiede da un bidone rovesciato sopra
un balcone fece voltare tutti, quasi si trattasse di una cosa enorme,
inammissibile.. II latrato d un cane randagio che aveva fiutato la
vicinanza del sangue e della morte, finì smorzato in un guaire senza
suoni. Furono lentamente calati e nascosti sotto i piedi i cartelloni e i
manifesti, gli abbasso e gli evviva, perché quel silenzio aveva
sopraffatto non soltanto le parole gridate e urlate a mezzo nella gola, ma
anche quelle scritte e fissate sulla carta, sul legno e sui muri. Era un
silenzio spesso, da tagliarsi col coltello, un liquido denso e corposo che
quasi a vista d'occhio era cresciuto sull'asfalto, era miracolosamente
salito a statura d'uomo, ad altezza di palazzi e oltre, colmando gli
interstizi fra casa e casa, fra uomo e uomo, gremendo gli spazi di quella
folla di rivoltosi, uomini, donne, bambini, gendarmi e soldati, i quali, là
dentro, in quella sostanza vischiosa e capillare,
erano rimasti immobili. Quei visi attoniti e pigri nell'acqua del silenzio, nell'urgenza di una morte che assolutamente non doveva riuscire intempestiva e inopportuna. I visi che rinvenivano nei loro particolari coloriti, gialli o paonazzi, bianchi o terrosi, sorprendevano tutti insieme per una eguale diffusa e stupefatta espressione degli occhi (dei suboculi, si sarebbe detto), oscuramente, misteriosamente felice nello specchio di un arco di sguardo entro cui, sulla pece, andava stampandosi corpo di Esposito. Non pareva che fossero sguardi cattivi né sadici, ne riflettevano un desiderio e un gusto insano di quello e altro sangue. Pareva piuttosto che in quegli sguardi, per quel corpo d'uomo stramazzato sull'asfalto solo, indifeso e sperduto ormai nelle infinite dimensioni della vita e della morte, andasse uterinamente maturandosi, negli uomini e nelle donne, rapidissimo, un istinto protettivo di belva, una voglia feroce di farsi ad ogni costo materni, di piombare su quella vittima degli altri e scansarla da chissà qual'altro scempio, qual'altro irrompimento. Potevano essere gli sguardi di una folla già presa dall'amor panico, che stava per esplodere nell'osses-sione dell'idea del prossimo tuo, che fra un attimo avrebbe potuto anche uccidere e uccidersi, sbranarsi, nello sfogo di un vano e folle altruismo, per quel morto. Negli
occhi delle donne pareva esserci la determinazione testarda e crudele.
Ecco la stupefazione empia di quegli sguardi, la natura fluttuante e
subdola di quel silenzio. «Quindi il silenzio fu rotto con fragore di vetri» Caduto e piegato nel suo grigioverde macchiato i sangue, il soldato Esposito, traversò la mente astanti questa immagine eroica di essi che si drappeggiavano il petto con quel soldato-bandiera che se lo adagiavano sulle braccia e lo issavano leggermente sul palmo della mano e così correvano nel vento e l'ebbrezza delle fanfare, sui conquistati territori popolo. Quel cadavere apparì ricco e fertile,
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Illustrazione di Gastone Mencherini |
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più di un deposito di farina da saccheggiare. Apparì inesauribile: ci si poteva sempre metter mano dentro e cavarne fuori qualcosa. Era moneta, gloria e piaceri, era tutto. A tutti i costi bisognava prenderselo sul petto, urlare a squarciagola di pena per lui. Bisognava conquistarselo (Lui, intanto, il soldato Esposito ucciso, pareva essersi ridotto nella sua statura, fatto più piccolo, più stretto, uno straccio o un fazzoletto in un mucchietto per terra e sopra la nube nera e mossa delle mosche. Fra poco forse quel fazzoletto d'uomo, le mosche e il papavero avrebbero avuto i lembi, le alucce e i rossi petali strappati e gettati via). Quindi il silenzio fu rotto con un fragore di vetri. La voce stridula e gelida di un capitano che ordinava con un tono da piazza d'armi di innestare le baionette e di formare un cordone di uomini a difesa del cadavere, fendette l'aria immota con un sibilo di sciabola, provocò l'inferno. Come un segnale, quella voce scatenò gli individui, le belve dei loro istinti stupefatti prima e condensati, via via accresciuti in voglia, in ambizione, in furia di possesso. Solo pochissimi soldati e gendarmi obbedirono all'ordine e si piazzarono coi fucili fronte folla che avanzava però cautissima con gridi gutturali strozzati. Gli altri si mischiarono inavvertitamente alla folla. I fucili puntati in posizione di sparo arrestarono per qualche momento la folla ondeggiante. In quella pausa una ragazza rossa in viso, con gli occhi spiritati, si staccò dal grosso della folla imbucandosi a capofitto nel varco delle gambe divaricate d’un gendarme e raggiunto con un salto felino il cadavere, lo toccò con tutte e due le mani, levandole poi trionfalmente per aria come i corridori sul filo del traguardo. Nessuno dei gendarmi o dei soldati, preoccupati della folla, si volse a guardarla o a ricacciarla. La ragazza s'accasciò per terra, se ne stette un secondo a osservare il viso di Esposito, i suoi occhi sbarrati e spenti e poi, allucinatamente, la macchia sfocata, spaventosa della ferita sul petto. Improvvisamente si mise sui ginocchi, nascose con una mano gli occhi dell'ucciso, e con foga, più che mai come una gatta, delirante, uterina, mostruosamente dolce, si diede a leccare il sangue, l'oppio a grumi di quell’uomo. La folla esplose in un urlo d'ira e di raccapriccio, ma prima che saltasse in avanti, contro i fucili puntati, un'altra donna, bassa, tozza, colle gambe arcuate, districandosi dalla mischia a forza di gomiti, si precipitò sulla ragazza che leccava e la rovesciò per terra, sulle spalle; poi lacerandosi furio-sa la veste sul petto, si raccolse i seni, gonfi e pesanti di latte nelle mani e curvandosi li offrì pazzescamente alla bocca del morto.
«Due o tre volte gli accostò
i capezzoli alle labbra»
Due o tre volte gli accostò i capezzoli alle labbra, tutta china su di lui, sinché non fu schiacciata e som-mersa dalla folla, sparendovi dentro col bianco delle sue mammelle e col verde e col rosso di Esposito. Fu allora che un incalzante galoppare, uno squillo frenetico di trombe dilago sull'asfalto e nell'aria della piazza, clamorosamente. Lo squadrone di cavalieri caricò d'infilata, direttamente, la folla che si disgregò, si scompose, a frotte si riversò agli angoli della piazza, sotto i portici, s'appiattì per terra accostò ai marciapiedi, insensatamente si fece scudo con fogli di giornale o colle mani dinanzi al viso, o cerco di appallottolarsi a testuggine colla testa fra le gambe. In tal modo al centra della piazza si fecero dei vuoti, diradati i passi tumultuosi, i fiati grossi e il sudore, il puzzo e la polvere. Fu possibile vederci qualcosa; il cadavere cosi turbinosamente conteso ritorno alla vista di tutti, quasi coperto dal corpo morto della donna che gli stava a cavalcioni, rattrappita fra il pube e la nuca, il viso livido di Esposito premuto dentro il suo seno. I cavalieri, cacciata la folla e dispersala a colpi di fendente agli sbocchi della piazza, si aggrupparono colle sciabole sguainate attorno ai due cadaveri. Alcuni di essi, smontati da cavallo, scostarono dal corpo di Esposito quello della donna rimasta soffocata e gliela deposero accanto, col viso violaceo e le grosse mammelle tumefatte contro il sole. I cavalieri, dall’alto dei loro cavalli, fecero ombra ai due corpi, sinché sul tardi non furono raccolti e portati via su di un furgone. Dietro il quale essi trottarono,
propagando nell’aria un suono di trombe e di zoccoli, lentamente fugato
in cima alla piazza sui toni medi del rimpianto più che su quelli bassi
del cordoglio |