La mia più bella stroncatura

 

Alessandro Baricco

di Renato Minore

 

 

Alessandro Baricco è bravissimo. Anzi è il migliore di tutti quando, come si suol dire, se la canta e se la suona. Ecco come è spiegato il Baricco scrittore dal Baricco estensore (a firma A.B. alla maniera di Gadda, Landolfi, Manganelli) del risvolto di copertina del suo ultimo libro: «Questa è una musica bianca. E’ una cosa maledettamente difficile, la musica bianca.» Ancora una volta è da ammirare la qualità del divulgatore Baricco, il rapporto innato che egli intrattiene con la "domanda" ridotta a essere "semplice". Nonostante l’inevitabile "complessità" di ogni risposta che non dovrebbe sfuggire al Baricco scrittore. Dunque: Seta (Rizzoli, 100 pagine 18mila lire) è «musica bianca»: una specie rarissima che alligna in condizioni particolari, con innesti singolari. Un po' di fiaba orientale, ora compiaciuta ora esibita, ora genuflessa dinnanzi al Mistero e all’Inaudibile che essa svela più o meno coscientemente, ritessendo sempre la stessa lana, anzi la stessa seta. Un po' (tanta) fissità oracolare che diventa la goffaggine di chi punta a una leggerezza improvvida, sbilenca e posticcia. Come diventavano improvvidi, sbilenchi e posticci, nelle recite infantili di una volta, quei bambini tutto a modo, grembiulino, occhio ceruleo e «viva viva la madre superiora» sempre sulla bocca. E’ la goffaggine che al momento giusto, alla richiesta del perché un certo personaggio si rifiuti da anni di parlare, porta alla pensosa risposta: «E’ una delle tante cose che non disse mai.»

In Seta l’innesto è scattato quando il Baricco narratore ha deciso di raccontare la storia dei quattro viaggi "iniziatici" di Hervy Joncour in Giappone alla ricerca (esplicita) di bachi da seta non malati. Ricerca anche implicita: il Giappone è il diverso, l’amore che rimbalza sotto forma di ideogrammi rilanciati nella lontananza, desiderio di essere, di conoscere, di svanire nel ricordo di quello che inevitabilmente non verrà più. Sullo schema del viaggio ripetuto, sulla filigrana del tempo che scivola e qualche volta diventa l’esperienza privilegiata del Tempo, ecco le figurine Nestlé del romanzo. Ognuna con una sua fissazione, come Baldadiou che guida i destini perché possiede un atlante, beve Pernod e gioca a biliardo con se stesso. O come Hara Kei che in ogni momento si atteggia e parla come ci si aspetta che parli un :giapponese di quel tipo, dentro la fattura letteraria che la cuoce a brodo lentissimo, che è poi la lentezza (anche erotica) di quell’altro mondo appena sfiorato.