Merdra!

 

L'impostore Alfred Jarry

di Antonio Castronuovo

 

(Illustrazione di Gastone Mencherini)

 

 

Merdre!, in italiano: merdra! Questa esclamazione fu sputata sul pubblico che il 10 dicembre 1896 assiepava a Parigi il Nuovo Teatro di rue Blanche 15, per assistere alla prima dell’Ubu Re di Alfred Jarry: urla, fischi, scazzottate, ma anche applausi e lancio di fiori. Tra il pubblico personaggi di spicco: Mallarmé, Léautaud e Jules Renard, che la sera stessa, nel suo Diario, scrisse come al grido di «merdre!» qualcuno in sala avesse urlato «mangre!», cioè un «mangia» deformato. Ma lo scandalo che la prima battuta produsse nel pubblico stabilì quel successo che dura da più d'un secolo. Vuoi per lo scandalo, vuoi per il clamore mondano, l’opera diede a Jarry una fama inattesa e lo rese immortale. La critica ne fu entusiasta: cosa succedeva sulla scena? chi la calcava? un misto di Pulcinella e Gargantua, uno sfogo libero e anarchico, senza limite, una provocazione, un calcio nel sedere vellutato dei commediografi d'accademia.

Ma Ubu non era invenzione di Jarry, come invece lo fu il caricaturale dottor Faustroll, creatura patafisica generata nel 1898.

Al Liceo di Rennes c'era un professore di fisica - tale Hébert - privo di ogni autorità, ometto grottesco ridotto a zimbello degli studenti, che da generazioni lo prendevano in giro. Lo chiamavano Père Heb, ma anche Eb, Ebé, Ebon, Ebance, Ebouille. Attorno alla figura di quell'ometto circolavano fantastiche avventure: era l’eroe - col nome di Padre P. H. - d'una caleidoscopica chanson de geste liceale, tra i cui tanti episodi ce n'era uno scritto nel 1885 da un gruppetto di studenti guidati dal veterano Charles Morin: s'intitolava I polacchi.

Nel 1888, a sedici anni di età, Jarry si trasferisce con la famiglia a Rennes, dove rimane un paio d’anni e studia proprio nel liceo del povero Hébert. In classe con lui c’è Henri Morin, fratello minore di Charles, che gli mostra la commediola scolastica collettiva. Alfred si rende subito conto di quale grandiosa satira si celi nel testo: lo raccoglie e vi apporta numerose modifiche in vista di una rappresentazione di marionette del neonato Teatro delle Phynanze, prima in casa dei fratelli Morin, e poco dopo nel granaio di casa sua. E il dicembre 1888 ed è questa la vera "prima" della commedia.

Poiché nei corridoi del liceo, quando passa il professore si sente chiocciare Ébé, Ébé, Ébé, Ébé... ecco sorgere il nome Ubu, e col nome anche il titolo della nuova opera: Ubu Re. E «merdre»? è forse la sublimazione di uno sfottò verbale? la grottesca alterazione di un termine già sferzante? è solo una casuale invenzione che Jarry mette in testa alla commedia? Nulla di tutto questo: anche «merdre» non è opera sua. Molti anni dopo, uno dei fratelli Morin raccontò che erano ragazzini, e che i genitori non volevano che quella parola fosse usata, «allora abbiamo pensato di aggiungere una erre. ecco tutto». Ma Jarry si rende conto dell’enorme peso di quella lettera in più, e quando Faustroll pensa di lanciare evocazioni verso la terza dimensione, urla dell'Ubu re esattamente «la quinta lettera della prima parola del primo atto». Vale a dire quella «r» in più che trasforma la merda in merdra.

Certo, senza Jarry e il suo pallino per il teatro, Ubu non sarebbe mai uscito dal liceo della città bretone: fu lui a portarlo sulla scena, a insegnare i dialoghi ai compagni, facendone attori in erba o voci acerbe di marionetta. Senza di lui Ubu sarebbe rimasto il burlesco canovaccio di un gruppo di studenti irriverenti che, nell'invenzione collettiva, avevano trovato la scintilla della genialità.

Attorno a Ubu, prove a iosa dell’impostura. Già il titolo insinua l’incertezza di paternità: «Dramma in cinque atti in prosa, ristabilito nella sua integrità dalle marionette del Teatro delle Phynanze nel 1888». Alla rappresentazione parigina del 1896 Jarry uscì dal sipario e disse, tra l’altro, «sarete liberi di vedere nel signor Ubu le allusioni molteplici che vorrete, oppure un semplice fantoccio, la deformazione fatta da un liceale di uno dei suoi insegnanti che per lui rappresentava il massimo di grottesco al mondo». Bene: Jarry afferma che la caricatura è stata fatta «da un liceale» («par un potache»), utilizzando apposta quell’indeterminato «un» che può riferirsi a chiunque. In uno sguardo sull’opera scritto il 20 dicembre 1896 per la rivista La critique, Jarry si riferisce all'autore in modo impersonale: «Molto tempo dopo aver scritto questo lavoro, ci si è accorti...» («on sest aperçu...»). Dove ugualmente quel «ci si è» può riferirsi a chiunque, e sicuramente esprime un «noi», particella che contiene la radice collettiva dell’opera.

Ma la prova schiacciante è ancora nelle curiose abitudini del capofila della patafisica. Quando Jarry elenca i 27 libri pari del dottor Faustroll, Ubu Re è la sola opera catalogata senza autore, assieme all’Odissea. «Di Omero!», cinguetta subito lo studente diligente; così come «di Jarry!» cinguetta l’amatore del teatro francese a sentir pronunciare Ubu. Ma nell’uno e nell’altro caso, i più attenti sanno che l’autore è un rischio. La questione omerica si dilunga sulla difficoltà d’individuare un solo autore per l’antico poema epico; la biografia di Jarry fa la stessa cosa per il simpatico Ubu.

Non c’è che dire: Jarry trovò a Rennes la miniera che gli diede oro per il resto della sua breve vita, spenta dall’assenzio e dalla TBC nel 1907, a trentaquattro anni. La rivista Vers et prose accolse Ubu come una «immortale tragedia burlesca, uno dei capolavori del genio francese». Proprio così: il genio di una scolaresca scatenata contro il timido, il ridicolo professor Hébert... Jarry non lo disse mai, o quasi mai: rimase un impostore per tutta la vita, dato che Ubu, l’immonda creatura, non lo lasciò più in pace. Dal 1899, con l’Almanacco di papà Ubu, la fama di Jarry si confonde con quella della creatura immonda. Fino alla morte, Jarry si ripete e utilizza a più riprese il personaggio: nel 1900 appare una nuova versione di Ubu Re accompagnata dall'inedito Ubu incatenato; nel 1901 esce l’Almanacco illustrato di papà Ubu; nel 1906 un versione ridotta del prototipo, dal titolo Ubu sulla botte.

Con Faustroll, Jarry inventò la «scienza delle soluzioni immaginarie». Forse lo fece per sostenere «scientificamente» la diffusa opinione che egli fosse il padre di Ubu. Notizia immaginosa e caricaturale, dietro la quale risuona il grande riso patafisico dell'immortale Jarry