«Non
so che cazzo dire», dico, «non so che cazzo dire.» Ho finito di urlare.
Lei
rimane con una faccia appesa che quasi non voglio
sia quella faccia, ma invece è quella, e io la guardo
ancora, sperando che a
forza di guardarla, quella faccia si
trasformi, cambi, che
non riesca a conservare quella fissità per molto, che un nervo gli si
ritorca sotto la pelle, o
che finalmente scoppi
a ridere, e mi dica: «
Ma
sei un cretino!», o «Ma davvero c'hai creduto?», o anche soltanto
"Francesco"
con una qualsiasi dei milioni di espressioni che le conosco e che invece
pare che lei si sia scordata
completamente,
che le abbia vendute? Le espressioni, tutto il milione di facce che le
ho visto fare, così, venduto?
«Le hai vendute?», dico.
«Cosa?» fa lei.
«Niente».
Le
guardo la pancia, una curva perfetta che le gonfia il vestito di cotone
beige. E provo a pensare che è forse a quella pancia che dovrei
parlare. Con quella creatura che adesso ha otto mesi, e che, secondo
tutti i libri sulla crescita del feto che lei tiene impilati in ordine
di grandezza sul comodino, è una creatura che ci sente, che dal sesto
mese in poi sente quello che succede qui, fuori dal suo paradiso di
placenta. E che l'ha sentite le proiezioni che dicono che è successo un
disastro, che qui fuori si gela, con tutto che è meta maggio, una
sconfitta di merda, con facce di merda una dietro l'altra qui alla tv, e
lui la voce di quelli di Forza Italia, di Alleanza Nazionale che
gongolavano, che parlavano ad alta voce apposta, le ha sentite, no?
«Hai
sempre fatto scene assurde», dice lei. Ed espira: «L'hai sempre avuta
questa capacità geniale di scegliere i momenti migliori, eh?» Espira
ancora: «Si è immobilizzato, con tutte le tue urla.»
«Questo
non è il momento?» dico, anzi lo chiedo proprio, lo voglio sapere: «Questo
non è il momento? Perché no? Allora quale è il momento?»
«Sei
uno stronzo, Francesco, e neanche più, neanche più...»
«Cosa?»
«Cosa?...
Comprensibile. Oh, non, non ti capisco neanche. Ma lo fai apposta a
distruggere quel minimo di dialogo che ci potrebbe essere? Perché
cerchi sempre la lite a tutti i costi, eh? Hai detto che venivi qui con
tutta la calma del mondo, e ora dove e tutta la calma del mondo? E
perché devi farmi la scena isterica perché ho votato per un partito
invece che per un altro? Ho maturato un'idea politica diversa dalla
tua, e questo che vuoi che ti dico? Okay, mi sta simpatico
Berlusconi, mi sembra una bella faccia. Ora la smetti di urlare?»
Sono
stanco, c'ho il fuso orario addosso. Più di un giorno di viaggio. Da
Brasilia a New York a Roma, per rivederla (anche se le avevo promesso di
no, che sarei stato lontano, almeno fino al parto) con la scusa di
venire a votare. Ma adesso mi sembra che scuse e intenzioni reali si
siano scambiate di posto. Io sono venuto qui a votare, e rivederla
ormai non mi sembra più che una scusa.
C'è
una foto sul comodino di un tizio che non ho mai visto. Potrebbe essere
il suo nuovo tipo, assomiglia a Tom Cruise da giovane. «Chi è?»,
le chiedo.
Lei
è troppo concentrata su di me, non si accorge che io sto crollando di
sonno. «La foto, quella.»
«E’
Marco.»
Le
conseguenze, penso, «Le conseguenze», dico.
«Che
cazzo dici, Francesco, le conseguenze che?»
«Citavo
la tua ultima lettera. Ti sei comportato di merda, e adesso ti tieni
le conseguenze. Tutte.»
La
guardo, e la sua faccia non è ancora cambiata, hai dei rimasugli di
trucco della giornata. In sei mesi che cosa e cambiato? Ha i pori
intorno al naso allargati. Ha i capelli raccolti. Le unghie tagliate, da
maschio, o le aveva gia cosi? Ha cambiato idee.
«E
soltanto un voto», mi dice con una voce senza espressione, ora che mi
vede rabbonito. «Stai facendo una tragedia per un voto. Come se già
non ci fosse una situazione già incasinata», mi guarda, «troppo.»
Vorrei
dire qualcosa di estremo. Qualcosa che butti tutto all'aria. Che faccia
venire i vicini a bussare, a chiedere se va tutto bene. Qualcosa che
faccia esplodere tutti questi equilibri pacati, di compromessi, di la
cosa migliore e, di razionalizzazioni. Vorrei sorprenderla, farle
crollare in un tic il trucco, il poco fard (se è fard) rimasto, e poi
la sua faccia. Dirglielo. Voglio riconoscerlo. Voglio riconoscerlo. «Capito?»
«Eh?»
«Voglio
riconoscerlo.»
La
sua faccia non cambia: «Falla finita, Francesco. Eh. Falla finita qua,
per piacere»
«Voglio
rico-»
«Francesco,
smettila. I tuoi teatrini li fai da un'altra parte. Perché prima cosa,
è una decisione gia bella presa, e seconda cosa, questo non
è figlio tuo. Lo capisci? Lo capisci? Lo capisci?»
Le
guardo la pancia, vorrei avere dei superpoteri:
«Senti,
porca troia», dico, «ora sono serio.» Ho gli occhi
che mi fanno male. «Questo
figlio, se hai un minimo di coscienza, di sincerità cazzo, c’è
la possibilità che sia mio, sai? C’è la possibilità che
cresca e mi assomigli.»
Parlo
gesticolando un sacco, faccio caso per un istante alle nocche delle mie
dita. «Ed è una decisione mia, siamo
d'accordo, andarmene,
sparire, starmene in Brasile.
Ognuno
la sua bella vita tranquilla se cosi si può dire, ma. Il fatto che io
l’abbia accettato che sia così, per il futuro, per il bene del
bambino, per non so neanche più per che cazzo, non vuol dire che non
posso cambiare idea...»
E’
immobile, ogni muscolo del viso resta immobile tranne quelli che le
servono per parlare, pacata, composta: «Francesco, sono stanca. Più di
te, che c'hai il viaggio, il lavoro, lo stress, e non so cosa. Mi sono
stufata, Francesco. Potremmo parlare normalmente, potrei spiegarti
normalmente perché questo figlio non e tuo, o, come preferisci, è
estremamente difficile che sia tuo, ma mi sono stufata pure di
questo. Se non ti sta bene, fai causa, chiedi l’accertamento, fai
quello che ti pare. Mi sono davvero rotta, come dici tu, il cazzo. Di
sentirti. E anche di vederti. Mi dai fastidio. Ecco. Mi da veramente
fastidio la tua faccia.»
Da quanto tempo non sento un vagito?,
penso. Se un bambino vagisce, vuol dire che ha gia le corde vocali? Mi
chino sulle ginocchia, con la mia faccia all'altezza della pancia, non
la guardo più in faccia, e urlo come una voce stridula: «Vatteeene!
Vatteeene! Esci e via viaaa! Lasciala quiii!». Lei mi mette una mano
sulla bocca, prova a coprirmi. «Vai dove ti pare, vai viaaa.» Faccio
un sorriso che è un ghigno che è una smorfia dolorosa che è non
scoppiare a piangere: «In Brasile, boh», dico a non so chi.