Che faccia hai?

 

di Christian Raimo

 

(Illustrazioni di Riccardo Cecchetti)

 

«Non so che cazzo dire», dico, «non so che cazzo dire.» Ho finito di urlare.

Lei rimane con una faccia appesa che quasi non voglio sia quella faccia, ma invece è quella, e io la guardo ancora, sperando che a forza di guardarla, quella faccia si trasformi, cambi, che non riesca a conservare quella fissità per molto, che un nervo gli si ritorca sotto la pelle, o che finalmente scoppi a ridere, e mi dica: «Ma sei un cretino!», o «Ma davvero c'hai creduto?», o anche soltanto "Francesco" con una qualsiasi dei milioni di espressioni che le conosco e che invece pare che lei si sia scordata completamente, che le abbia vendute? Le espressioni, tutto il milione di facce che le ho visto fare, così, venduto?

«Le hai vendute?», dico.

«Cosa?» fa lei.

«Niente».

Le guardo la pancia, una curva perfetta che le gonfia il vestito di cotone beige. E provo a pensare che è forse a quella pancia che dovrei parlare. Con quella creatura che adesso ha otto mesi, e che, secondo tutti i libri sulla crescita del feto che lei tiene impilati in ordine di grandezza sul comodino, è una creatura che ci sente, che dal sesto mese in poi sente quello che succede qui, fuori dal suo paradiso di placenta. E che l'ha sentite le proiezioni che dicono che è successo un disastro, che qui fuori si gela, con tutto che è meta maggio, una sconfitta di merda, con facce di merda una dietro l'altra qui alla tv, e lui la voce di quelli di Forza Italia, di Alleanza Nazionale che gongolavano, che parlavano ad alta voce apposta, le ha sentite, no?

«Hai sempre fatto scene assurde», dice lei. Ed espira: «L'hai sempre avuta questa capacità geniale di scegliere i momenti migliori, eh?» Espira ancora: «Si è immobilizzato, con tutte le tue urla.»

«Questo non è il momento?» dico, anzi lo chiedo proprio, lo voglio sapere: «Questo non è il momento? Perché no? Allora quale è il momento?»

«Sei uno stronzo, Francesco, e neanche più, neanche più...»

«Cosa?»

«Cosa?... Comprensibile. Oh, non, non ti capisco neanche. Ma lo fai apposta a distruggere quel minimo di dialogo che ci potrebbe essere? Perché cerchi sempre la lite a tutti i costi, eh? Hai detto che venivi qui con tutta la calma del mondo, e ora dove e tutta la calma del mondo? E perché devi farmi la scena isterica perché ho votato per un partito invece che per un altro? Ho maturato un'idea politica diversa dalla tua, e questo che vuoi che ti dico? Okay, mi sta simpatico Berlusconi, mi sembra una bella faccia. Ora la smetti di urlare?»

Sono stanco, c'ho il fuso orario addosso. Più di un giorno di viaggio. Da Brasilia a New York a Roma, per rivederla (anche se le avevo promesso di no, che sarei stato lontano, almeno fino al parto) con la scusa di venire a votare. Ma adesso mi sembra che scuse e intenzioni reali si siano scambiate di posto. Io sono venuto qui a vota­re, e rivederla ormai non mi sembra più che una scusa.

C'è una foto sul comodino di un tizio che non ho mai visto. Potrebbe essere il suo nuovo tipo, assomiglia a Tom Cruise da giovane. «Chi è?», le chiedo.

Lei è troppo concentrata su di me, non si accorge che io sto crollando di sonno. «La foto, quella.»

«E’ Marco.»

Le conseguenze, penso, «Le conseguenze», dico.

«Che cazzo dici, Francesco, le conseguenze che?»

«Citavo la tua ultima lettera. Ti sei comportato di merda, e adesso ti tieni le conseguenze. Tutte.»

La guardo, e la sua faccia non è ancora cambiata, hai dei rimasugli di trucco della giornata. In sei mesi che cosa e cambiato? Ha i pori intorno al naso allargati. Ha i capelli raccolti. Le unghie tagliate, da maschio, o le aveva gia cosi? Ha cambiato idee.

«E soltanto un voto», mi dice con una voce senza espressione, ora che mi vede rabbonito. «Stai facendo una tragedia per un voto. Come se già non ci fosse una situazione già incasinata», mi guarda, «troppo.»

Vorrei dire qualcosa di estremo. Qualcosa che butti tutto all'aria. Che faccia venire i vicini a bussare, a chiedere se va tutto bene. Qualcosa che faccia esplodere tutti questi equilibri pacati, di compromessi, di la cosa migliore e, di razionalizzazioni. Vorrei sorprenderla, farle crollare in un tic il trucco, il poco fard (se è fard) rimasto, e poi la sua faccia. Dirglielo. Voglio riconoscerlo. Voglio riconoscerlo. «Capito?»

«Eh?»

«Voglio riconoscerlo.»

La sua faccia non cambia: «Falla finita, Francesco. Eh. Falla finita qua, per piacere»

«Voglio rico-»

«Francesco, smettila. I tuoi teatrini li fai da un'altra parte. Perché prima cosa, è una decisione gia bella presa, e seconda cosa, questo non è figlio tuo. Lo capisci? Lo capisci? Lo capisci?»

Le guardo la pancia, vorrei avere dei superpoteri:

«Senti, porca troia», dico, «ora sono serio.» Ho gli occhi che mi fanno male. «Questo figlio, se hai un minimo di coscienza, di sincerità cazzo, c’è la possibilità che sia mio, sai? C’è la possibilità che cresca e mi assomigli.»

Parlo gesticolando un sacco, faccio caso per un istante alle nocche delle mie dita. «Ed è una decisione mia, siamo d'accordo, andarmene, sparire, starmene in Brasile.

Ognuno la sua bella vita tranquilla se cosi si può dire, ma. Il fatto che io l’abbia accettato che sia così, per il futuro, per il bene del bambino, per non so neanche più per che cazzo, non vuol dire che non posso cambiare idea...»

E’ immobile, ogni muscolo del viso resta immobile tranne quelli che le servono per parlare, pacata, composta: «Francesco, sono stanca. Più di te, che c'hai il viaggio, il lavoro, lo stress, e non so cosa. Mi sono stufata, Francesco. Potremmo parlare normalmente, potrei spiegarti normalmente perché questo figlio non e tuo, o, come preferisci, è estremamente difficile che sia tuo, ma mi sono stufata pure di questo. Se non ti sta bene, fai causa, chiedi l’accertamento, fai quello che ti pare. Mi sono davvero rotta, come dici tu, il cazzo. Di sentirti. E anche di vederti. Mi dai fastidio. Ecco. Mi da veramente fastidio la tua faccia.»

Da quanto tempo non sento un vagito?, penso. Se un bambino vagisce, vuol dire che ha gia le corde vocali? Mi chino sulle ginocchia, con la mia faccia all'altezza della pancia, non la guardo più in faccia, e urlo come una voce stridula: «Vatteeene! Vatteeene! Esci e via viaaa! Lasciala quiii!». Lei mi mette una mano sulla bocca, prova a coprirmi. «Vai dove ti pare, vai viaaa.» Faccio un sorriso che è un ghigno che è una smorfia dolorosa che è non scoppiare a piangere: «In Brasile, boh», dico a non so chi.