Un fantasma di nome Andrea

 

di Luigi Malerba

 

(Illustrazione di Lido Contemori)

 

 

 

Il nominalismo è una teoria filosofica del Medioevo che faceva coincidere gli universali, e cioè le idee generali delle cose, con i nomi che le designano: nomi senza realtà, nude parole.

La realtà sta invece nei soggetti, negli individui. Un filosofo cinico di nome Antistene diceva: «Vedo un cavallo, non il cavallo» e intendeva dire che l’idea di cavallo, il concetto di cavallo, non aveva consistenza reale e perciò non si poteva vedere e tanto meno montarci in groppa, anche se tutti sappiamo che i filosofi, sia antichi che moderni, non sanno cavalcare. Ma lasciamo perdere i cavalli. A sentire questi filosofi nominalisti se io dico Andrea designo una persona precisa, un soggetto, un individuo reale. Ma se io non conosco nessuno di nome Andrea? Questo nome non mi dice niente perché non corrisponde a nessuna persona reale. E' proprio da questa obiezione filosofica che è nato il mio problema. E adesso mi spiego. Io mi chiamo Luigi e, a meno che questo nome non venga riferito a un altro Luigi di mia conoscenza, da questo nome io mi sento chiamato in causa perché c’è una corrispondenza diretta fra la mia persona e questo nome. Ho conosciuto una ragazza austriaca che mi chiamava Ludwing ed era stato lo stesso Luigi, anzi mi piaceva quel pizzico di esotico che c'è nel mio nome tradotto in lingua tedesca, ma già mi sarei sentito in imbarazzo se mi avesse chiamato Clodoveo, che è lo stesso nome della tradizione francone antica.

Dopo questa premessa filosofica vengo ai fatti.

Io sono laureato in lettere e filosofia ma mi occupo di tutt'altre cose. Invece di fare il professore o cercare un impiego in qualche ministero ho preferito lavorare per l'industria. Così viaggio in Italia e all'estero, guadagno sei volte quello che guadagna un professore di liceo, ho comprato un appartamento in città e una casa in campagna, ho una BMW e posso permettermi tanti piccoli lussi per me e per la mia famiglia, vale a dire per mia moglie e per mio figlio. Quest'anno l’ho mantenuto sei mesi a Londra a imparare l'inglese e l’anno prossimo lo manderò sei mesi a Parigi a imparare il francese.

Il mio lavoro: sono addetto all’export di prodotti alimentari italiani tipici per un grande pastificio. Godo di un notevole prestigio fra i miei colleghi perché sono laureato in lettere, ogni anno vado negli Stati Uniti e in Canada per vendere spaghetti di grano duro e altri tipi di pasta, pizze confezionate, gnocchi di patate confezionati, polenta confezionata e altre confezioni. E’ un lavoro faticoso ma che mi dà, oltre al denaro, molte soddisfazioni perché vendendo prodotti tipici italiani vendo la civiltà italiana, la cultura italiana. Di solito faccio il giro delle grandi città americane da New York a Washington a Chicago a S. Francisco a Detroit eccetera. A New York mi fermo ogni volta almeno due settimane per fare il giro dei grandi negozi di alimentari e dei ristoranti a Manhattan, a Brooklyn e nel Bronx. Il mio lavoro mi mette in contatto con varia umanità. L'ultima volta ho incontrato una ragazza italiana, figlia del proprietario italiano di un grande negozio di alimentari a Brooklyn e abbiamo simpatizzato a prima vista. Ha accettato subito di venire a cena con me . L’ho portata in un ristorante di Manhattan vicino al Metropolitan con una idea molto precisa: proprio di fronte al Metropolitan c’è l’albergo dove io mi stabilisco tutte le volte che mi fermo a New York. E’ un ottimo albergo, molto centrale, bene organizzato, non troppo costoso, ma elegante. Alla fine della cena le ho detto perché non vieni su dieci minuti che ci beviamo una bottiglietta di champagne? Nel frigorifero dell'albergo c’è un po’ di tutto e anche un ottimo champagne francese in bottigliette da un quarto di litro.

 

«E così a quest'ultima ragazza ho dato un nome falso»

 

Il mio è un matrimonio felice, ma mia moglie è gelosissima e sarebbe una rovina se venisse a sapere che quando viaggio mi succede di avere qualche breve avventura Cosette da niente, si capisce, che non impegnano i miei i sentimenti. Con questo non voglio dire che si tratta di avventure volgari. Io sono gentile e affettuoso e mi piace avere dalla mia partner una corrispondenza affettuosa, ma niente di più. Per questa ragione io non cerco mai, quando ritorno negli Stati Uniti le stesse ragazze della volta precedente, proprio per evitare la trappola amorosa, non si sa mai che io perda il controllo. Io amo mia moglie. L'ultima volta ho corso un brutto rischio perché una ragazza con la quale avevo avuto una avventuretta di tre o quattro giorni a S. Francisco è venuta in Italia e mi ha telefonato in ufficio. Ha voluto vedermi a tutti i costi. Secondo lei avrei dovuto divorziare e partire subito per S. Francisco dove lei aveva una casa e un lavoro. Voleva mantenermi con i soldi suoi, sono così le americane. Ho fatto una gran fatica a liberarmene senza che mia moglie si accorgesse di niente. Però mi sono detto d’ora in avanti devi stare più attento. E così a questa ultima ragazza, la figlia del proprietario del negozio di Brooklyn, ho dato un nome falso. Ho detto che mi chiamavo Andrea Innocenzi, falso il nome e falso il cognome. E’ qui che ho sbagliato, dovevo dare un cognome falso, questo sì, ma il nome dovevo dargli quello.

Già al ristorante mi sono trovato a disagio. Lei diceva Andrea e io dovevo fare uno sforzo per risponderle. Mi dicevo ma chi è questo Andrea? Ma il peggio è venuto dopo. Siamo saliti in albergo, abbiamo abbassato le serrande perché proprio di fronte c'è un grattacielo con centomila finestre dalle quali si poteva guardare nella mia camera. Quando sono solo magari mi diverto a spiare quello che succede dentro gli appartamenti del grattacielo, gente che mangia, gente che si spoglia e va a letto, coppie che fanno l’amore. Gli Americani, almeno quelli di New York, sembra che non gli importi niente di essere guardati nella loro intimità famigliare. Io invece non volevo essere visto e perciò ho abbassato le serrande. Ci siamo bevuti due quartini di champagne e poi ho cominciato a baciare la ragazza e a spogliarla e lei si è lasciata spogliare tranquillamente come se avesse già deciso in precedenza che il nostro incontro doveva finire a letto.

 

«E io continuavo a chiedermi ma chi é questo Andrea?»

 

Le facevo molte carezze, la baciavo qua e là e lei diceva Andrei come mi piaci, mi sembra di conoscerti da un anno, ma no, mi sembra di conoscerti da mille anni. Iperbolica, la ragazza. E continuava a chiamarmi Andrea Andrea Andrea. E continuavo a chiedermi ma chi è questo Andrea? Io Andrea non lo conosco. Non riuscivo a identificarmi con questo Andrea né vestito al ristorante, né nudo dentro al letto. In certi momenti mi sembrava addirittura di essere geloso. E’ Andrei che piace a questa ragazza, mi dicevo, non sono io.

Di solito quando comincio con le carezze cerco di dominare il desiderio fisico perché voglio che arrivi alla tensione massima anche nella ragazza. Poi tutto procede nel migliore dei modi con grande piacere reciproco. Questa volta niente. La ragazza era inondata di desiderio mentre io, a sentirmi chiamare Andrea, mi afflosciavo come uno straccio. Insomma un disastro, una figuraccia.

Cercavo di scusarmi, di giustificarmi in qualche modo, ma non potevo dire la verità. Avrei dovuto dirle guarda che io sono Luigi e non Andrea, ma era troppo tardi, non potevo più rimediare. Che vergogna. Dopo un po’ la ragazza ha cominciato a guardarmi in modo strano, come se fossi impotente. E allora le ho giurato che mi stava succedendo un fatto strano, insolito, che non mi era mai successo. Peggio che mai. Questo significa che io non ti piaccio, ha detto, e si è offesa. Non devi offenderti, è un fatto nervoso, forse sono stanco per il viaggio, per le preoccupazioni del lavoro, non è colpa tua. Niente da fare, lei si è messa a piangere e piangendo mi chiamava ancora Andrea Andrea Andrea.

Ho cercato di concentrarmi, di identificarmi con un Andrea immaginario, ma dietro questo nome c’era un gran vuoto, il vuoto della non-realtà. Come Andrea io non esistevo e quindi non potevo fare l’amore che è, come per il torero l’incontro con il toro, il momento della verità. Altro che soggetto, come dicevano i nominalisti del Medioevo, come Andrea non ero niente, non esistevo, mancavo di realtà e senza realtà non si può fare l’amore, questo posso garantirlo.

Lo sai come è andata a finire?

Che io, come Luigi, mi sono innamorato di quella ragazza di Brooklyn. L’ho fatta soffrire, l’ho offesa, l’ho fatta piangere, e dopo quella sera ho provato per lei una grande tenerezza. Naturalmente non l’ho più cercata, ma mi sarei messo a piangere pensando a quell'incontro così triste. Sentivo un enorme debito verso di lei che si era offerta alle mie carezze con tanto trasporto.

Un’altra cosa voglio dirti, che la sua immagine è rimasta fissa nella mia mente, forse dovrei dire nel mio cuore, ma che ho dimenticato il suo nome. Tu dirai che a questo punto è entrato in scena l’inconscio, ma io all’inconscio ci credo poco. Nella mia memoria quello è stato l’incontro di due fantasmi, una ragazza senza nome e un Andrea inesistente.