
Vladimir Nabokov in estasi
di Javier Marìas *
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Probabilmente Vladimir Nabokov non ebbe più manie e antipatie di qualunque altro scrittore, eppure questa è l'impressione che da, perché ebbe il coraggio di riconoscerle, proclamarle e alimentarle continuamente. Il fatto gli valse anche una cena reputazione di misantropo, come c'era da aspettarsi da un paese così convinto della propria rettitudine e della propria tolleranza, quale quello che lo accolse negli anni cruciali della sua vita letteraria: negli Stati Uniti infatti, specialmente nella Nuova Inghilterra, non è ben visto che gli stranieri abbiano opinioni decise e ancora meno che le esprimano con disinvoltura. «Questo vecchio brontolone» è l'espressione che ricorre più spesso presso chi frequentava Nabokov, solo superficialmente.
«Insegnava a donne molto giovani»
In questa regione Nabokov passò molti anni, sempre come professore di letteratura. Insegnò prima a Wcllesley College, una delle rare università esclusivamente femminili ancora esistenti al mondo, reliquia veramente apprezzabile. Si tratta di un posto idillico, dominato dal bel lago Waban, con l'autunno eterno dei suoi immensi alberi cangianti, popolati dì scoiattoli. A parte qualche raro professore uomo, nel campus universitario non si vedono che donne, quasi tutte molto giovani (le così dette «alumnae») appartenenti a famiglie conservataci e agiate. Si è detto che Nabokov si sarebbe ispirato in parte proprio a queste folle quasi-adolescenti per la sua creazione più nota, Lolita, ma lui stesso ha spiegato ripetutamente come il germe di quell'opera si trovasse già in un racconto del suo periodo europeo, "L'incantatore", scritto ancora in russo. Dedicò i suoi più lunghi anni d'insegnamento alla Cornell University che, in quanto mista, non era certo più erudita. Sembra che Nabokov non abbia mai avuto una vocazione molto spiccata per l'insegnamento, a giudicare almeno dal fastidio e dalla difficoltà che incontrava nel tenere i suoi corsi, che scriveva e poi leggeva pacatamente, dopo aver poggiato il resto su un leggio, come rivolgendosi a se stesso. Una delle sue numerose ossessioni era quella che chiamava la letteratura delle idee, come anche l'allegoria, e questo era il motivo per cui le sue lezioni sull'Ulisse di Joyce, La Metamorfosi di Kafka, Anna Karenina o Jekyl e Hyde si tenevano principalmente sulla pianta esatta di Dublino, sul tipo preciso di insetto in cui si trasforma Gregor Samsa, sulla rigorosa disposizione dei vagoni del treno di notte Mosca - S.Pietroburgo all'inarca nel 1870 e sulla visualizzazione dettagliata della facciata e dell'interno della casa del dottor Jekyl. Secondo il professor Nabokov infatti, per provare realmente piacere dalla lettura di questi romanzi, bisognava avere un'idea molto chiara anche di questi dettagli.
Bisogna anche aggiungere che chi non seppe rinunciare a questo romanzo era anche un uomo abituato alla rinuncia: secondo Nabokov tutti gli artisti vivono in una sorta di esilio permanente, subdolo o manifesto, parole che, in questo caso, sembrano ironiche. Non si consolò mai, per così dire, della perdita della sua terra natale, o piuttosto della cornice della sua infanzia e finché non fu certo che mai più sarebbe tornato in Russia, qualche volta accarezzò il progetto di procurarsi un passaporto falso e di visitare come turista americano la vecchia proprietà rurale della sua famiglia a Rozhestveno, trasformata poi dai sovietici in una scuola, o la sua casa che si trova nell'attuale via Herze di quella che è stata, ed è ridiventata, San Pietroburgo. Ma alla fine, come ogni esiliato sapeva che un eventuale ritorno non gli avrebbe aggiunto niente mentre gli avrebbe compromesso i suoi ricordi, alterandoli. Forse, proprio come conseguenza di questa perdita, Nabokov non ebbe mai case veramente sue né a Parigi né a Berlino (le due città dove passò i suoi primi venti anni fuori dalla Russia) né in America, non più che in Svizzera. Là abitava presso l'Hotel Palace di Montreal, girato verso il lago di Ginevra, in una suite di camere comunicanti tra loro che, secondo molti visitatori, davano l'impressione che fosse appena arrivato. Uno dei suoi ospiti, lo scrittore e entomologo Fréderéric Prokosch, ebbe con lui una lunga conversazione sulle farfalle, grande passione di entrambi e sebbene nel corso dell'in contro avesse avuto motivo di piacere, felicità o estasi trovò che la voce del padrone dì casa Nabokov era «molto stanca, melanconica, disincantata». Nella penombra del salone varie volte lo vide sorridere «per il divertimento forse, o torse per il dolore». Queste percezioni dovevano essere impalpabili, perché Nabokov non si lamentava mai apertamente della sua condizione. Così anche durante i suoi anni americani e più tardi (ne conservava la nazionalità) mai cessò di proclamare la sua gioia di vivere negli Stati Uniti e tutto il bene che pensava del suo nuovo Paese
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Illustrazioni di Mara Cerri Questo insistere era perlomeno sospetto: un giorno dichiarò che era «così americano come aprile in Arizona» e nei suo appartamenti dell’Hotel Palace si poteva scorgere una bandiera stellata poggiata stranamente su uno scaffale. Inoltre era consapevole che gli esiliati «finiscono per disprezzare la terra che li accoglie» e si ricordava di come Lenin e Nietzsche avessero odiato la Svizzera, incapaci di liberarsi della nostalgia verso i luoghi della propria infanzia. Pertanto come ci racconta nella sua straordinaria biografia Parla, ricordo al momento di lasciare a venti anni la Russia, il cordoglio più forte fu proprio la consapevolezza che, ancora per parecchie settimane, forse parecchi mesi, avrebbe ricevuto le lettere della fidanzata Tamara dal sud della Crimea dove, prima di partire, aveva soggiornato, avendo evitato San Pietroburgo. Lettere mai lette e rimaste senza una risposta per i secoli dei secoli: buste sigillate in eterno da labbra adorate. Nabokov e suo fratello Sergiei studiarono per tre anni a Cambridge prima di trasferirsi a Parigi e a Berlino che, negli anni Venti e Trenta, brulicavano di emigrati russi. Il ricordo conservato da Nabokov non è molto lusinghiero, c'è un contrasto tra l'opulenza russa lasciata dietro di sé e la miseria volontaria delle cose inglesi. I suoi ricordi più commossi vanno dal calcio, di cui fu sempre un seguace e che praticò come portiere con un successo noto tanto nel suo paese natale che a Cambridge. Parò, sembra, tiri imprendibili e incarnò alla perfezione la misteriosa figura dei portieri leggendari. Secondo una sua espressione era considerato «un essere favoloso, esotico, travestito da cacciatore inglese che componeva versi in una lingua che nessuno capiva su un paese lontano che nessuno conosceva». Nabokov, nei suoi rapporti familiari, dovette essere molto riservato come se, anche in Russia, prima della diaspora e dell'esilio, non fosse stato capace di mantenere relazioni costanti con i suoi due fratelli e le sue due sorelle (più a lungo forse con i suoi genitori). A fatica conservava qualche ricordo dell'infanzia di suo fratello Sergiei più vicino a lui come età, in quanto più giovane di undici mesi e raccontava con sobrietà la sua morte, avvenuta nel 1945 ad Amburgo in un campo di concentramento nazista, dove era stato trasferito con l'accusa di essere una spia inglese e dove morì d'inedia. Parlava invece con molta più emozione della morte di suo padre, ucciso a Berlino nel 1922 da due fascisti mentre usciva da una conferenza pubblica: veramente l'attentato era diretto contro il conferenziere, ma il padre di Nabokov si intromise, urtò uno dei due e cadde sotto le pallottole dell'altro «Detestava
Dostoevskij» Nabokov conobbe la fama mondiale solo a cinquantasei anni con lo scandalo assurdo seguito alla pubblicazione di Lolita, ma fu sempre convinto dei proprio talento. Mentre si scusava della propria goffaggine verbale, un giorno ebbe a dire «Penso come un genio, scrivo come un autore elegante e parlo come un bambino». Piuttosto lo irritava che gli venissero attribuite influenze tipo Joyce, Kafka o Proust e specialmente Dostoevskij, che detestava considerandolo «un sensazionalista senza qualità, pesante e volgare»: In effetti detestava quasi tutti gli scrittori Mann e Faulkner, Conrad e Lorca, Lawrence e Pound, Camus e Sartre, Balzac e Foster. Tollerava Henry James, Conan Doyle e H.G. Wells. Di Joyce ammirava l’Ulisse ma accusava Finnegan’s Wake di essere solo «letteratura regionale». Risparmiava Pietroburgo del suo compatriota Belij, la prima metà di Alla ricerca del tempo perduto, Puskin e Shakespeare, non molto di più. Non capì il Don Chisciotte e, benché lo denigrasse, finì per restarne commosso. Detestava tutti e quattro i dottori – «il dottor Freud, il dottor Divago, il dottor Schweitzer e il dottor Castro» - Specialmente il primo, una delle sue bestie nere che definiva «il ciarlatano viennese», considerando le sue teorie medievali e paragonabili solo all’astrologia e alla chiromanzia. Però le sue manie e antipatie andavano ben oltre: odiava il jazz, i tori, le maschere folcloristiche primitiva, la musica d’ambiente, le piscine, i camions, i transistors, il bidet, gli insetticidi, gli yachts, il circo, le canaglie, i night-clubs, il rombare delle motociclette e questo per citare solo pochi esempi. E’ evidente che non si trattava di un uomo modesto, ma la sua presunzione era così naturale che a volte sembrava giustificata e ironica. Si vantava di poter risalire alle origini della sua famiglia fino al quattordicesimo secolo con Nabokov Murza, principe tartaro russificato e preteso discendente di Gengis Khan. Ma ancora più orgoglioso era dei suoi ascendenti letterari più leggendari che reali (suo padre scrisse molti libri): così uno dei suoi antenati avrebbe avuto una certa relazione con Kleist, un altro con Dante, uno con Puskin e un altro ancora con Boccaccio. In verità si trattava solo di molte coincidenze. Dopo l’infanzia soffrì di insonnia, durante la giovinezza fu un donnaiolo e nell’età matura di una fedeltà esemplare (quasi tutti i suoi libri sono dedicati alla moglie Vera) ma in definitiva forse fu sempre soltanto un solitario. Il suo più grande piacere, la sua maggiore felicità, la sua più intensa estasi, li conobbe in solitudine: dalla caccia alle farfalle, all’inventare problemi di scacchi, al tradurre Puskin in inglese o allo scrivere i propri libri. Morì il 2 luglio 1977 a Montreaux, all’età di settantotto anni e io venni a saperlo dai giornali, mentre facevo la prima colazione in via Serpis a Siviglia. Lo irritavano quelli che esaltavano l’arte «semplice e sincera» come quelli che credevano che la qualità dell’arte dipendesse dalla sua semplicità e dalla sua sincerità. Per lui invece tutto era artificio, perfino le emozioni più autentiche e più profonde, alle quali non fu certo estraneo. Lo disse anche in modo diverso: «Nell’arte elevata e nella scienza pura il dettagli è tutto». Mai più torno in Russia e mai più ebbe notizie di Tamara. O forse ne ebbe attraverso le lunghe lettere scritte dal suo passato al suo futuro, via via che si alleggeriva del peso di ciascuno dei suoi libri commoventi e artificiosi.
(*Traduzione di Gabriele Nesti)
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