
capolavori, sorprese e novità della magnifica stagione 2001-2002
Contro la malinconia teatrale
di Franco Cordelli
(Illustrazione di Gastone Mencherini)
Dominio
del discorso malinconico. Com'è stata la stagione teatrale? E’ stata
come tutte le altre: noiosa, conformista, ripetitiva. Il discorso
malinconico è questo. In realtà la stagione teatrale è stata ricca,
imprevedibile, movimentata da serate memorabili. Da una parte piazzerei,
come uno spalto cui appoggiarsi per non cadere nei momenti di
stanchezza, gli a volte anche detestabili spettacoli delle pubbliche
istituzioni: quelli che sempre conservano, tuttavia, una qualità
culturale. Penso ai sei spettacoli allestiti in soli otto mesi da Luca Ronconi: Il candelaio di Giordano Bruno, Ciò che
Maisie sapeva di Henry James,
Infinities
di
John Barrow, Prometeo incatenato di Eschilo, Le Baccanti di
Euripide e Le Rane di Aristofane. Penso, accanto allo stabile di
Milano, allo stabile di Genova, con i due spettacoli di Massimo Castri, Madame
de Sade di Mishima e John Gabriel Borkman di Ibsen; e allo
stabile di Genova con i due spettacoli di Marco Sciaccaluga, ma in modo
assai significativo interpretati dalla coppia Gabriele Lavia - Eros
Pagni, Un nemico del popolo di Ibsen/Miller e Don Giovanni di
Molière. Questa è la tradizione, ovvero la parte buona di essa: il
teatro come trasmissione di un sapere, come museo, come custodia. In
questo ambito collocherei anche Erano tutti miei figli di Arthur
Miller, messo in scena da Cesare Lievi per lo stabile di Brescia, e Copenaghen
di Michael Frayn, messo in scena da Mauro Avogadro per lo stabile
del Friuli.
Entrambi hanno per protagonista un eccellente Umberto Orsini, ma nel secondo ci sono altri due attori le cui prove sono da annoverare tra le migliori della stagione: Massimo Popolizio (un grande attore quando e libero dai condizionamenti di Ronconi) e una nuova e libera Giuliana Lojodice, che ha al suo attivo anche l'interpretazione di un'edizione di Danza di morte di Strindberg, messo in scena da Armando Pugliese. Ricordo infine una produzione dello stabile di Sardegna, Le furberie di Scapino, regia di Sergio Fantoni. Ma questo Molière si segnala per l’interpretazione di Paolo Bonacelli, ad uno dei culmini della sua carriera. Uno Scapino così terrestre e, a causa di ciò, così triste non si era mai visto Di fronte alla roccaforte, chiamiamola così, costituita da questi sedici spettacoli, immagino una serie di postazioni, anche prestigiose, ma che si segnalano a causa della singola eccezionalità dei risultati, innovativi da un punto di vista del linguaggio. Innanzi tutto ricordo due performances di antica data, che risalgono la prima agli anni settanta e la seconda agli ottanta, ma che, riproposte, non hanno mostrato alcun segno di vecchiaia: equivale a una dimostrazione di come i classici possano essere pura avanguardia. Mi riferisco a Mistero buffo di Dario Fo e a Le lacrime amare di Petra von Kant. Se Mistero buffo, pur cadendo all'interno di una esibizione in parte nuovissima, è prevedibile che mantenga intatta la sua vitalità (accadeva già venti anni fa, o dieci), Le lacrime amare di Petra von Kant è una doppia sorpresa. Mostra la grandezza di Fassbinder e come Elio De Capitani, con Ferdinando Bruni, sia del drammaturgo tedesco il maggior interprete italiano. Le sorprese, sorprese solo in parte, sono sette: gli eventi memorabili della stagione teatrale.
Primo: Storie di plastica di Marco Paolini, un monologo sull'inquinamento ambientale a Porto Marghera, uno spettacolo politico di efficacia assoluta. Paolini, si sa, è l'erede di Fo
Secondo: un grande ritorno, quello di Pier, Alli al teatro di prosa. Negli ultimi vent'anni il regista fiorentino aveva abbandonato la prosa e si era dedicato unicamente alla lirica. Il suo sfarzoso, lussureggiante, ultrastilizzato Principe costante di Calderòn e l'antitesi assoluta del "povero" Principe costante di Grotowski, uno spettacolo anche per questo memorabile.
Terzo: l’Amleto del gruppo Lenz-Rifrazioni. Si tratta di un gruppo attivo a Parma da ormai quindici anni. Gli autori di questo gruppo sono quelli dell'attuale canone drammaturgico: Goethe, Kleist, Holderlin, Buchner tra gli altri. Anche Shakespeare fa parte del canone del nuovo millennio. Ma l’Amleto visto in primavera a Parma non si dimenticherà facilmente. Come tanti altri gruppi, in specie quelli di area emiliana, Lenz usa, e ha usato, attori portatori di handicap. Ma è raro che essi ci commuovano esteticamente: che è quanto accade per l'Amleto e per l'Ofelia di Lenz.
Quarto e quinto: le due novità assolute, i due nomi nuovi. Fausto Paravidino è un ragazzo genovese di venticinque anni. Ha scritto un testo sul G8; ma è anche regista e attore. Muove i suoi attori e se stesso in un modo che non ha precedenti: meccanico, drammatico, comico, leggero. Potrebbe essere uno degli eredi di Carmelo Bene, scomparso proprio quest'anno. L'altra novità è Antonio Latella. II suo I negri di Jean Genet, visto al Nuovo di Napoli, ha una forza tellurica che ne fa la vera messinscena contemporanea delle Baccanti. Ovvero, il trentaquattrenne e beneventano Latella, mostra un inaspettato legame tra Euripide e Genet, ma soprattutto rivela come Dioniso sia ancora possibile.
I due spettacoli più belli dell'anno sono prodotti in Italia, con attori italiani, uno da Udine e l'altro da Roma. Ma il regista è lituano e ovviamente si chiama Eimuntas Nekrosius. Si tratta di due Cechov, Il gabbiano e Ivanov. Sono due spettacoli funambolici, atletici, che sprizzano energia da ogni atomo della propria scrittura. E’ tutto il contrario di ciò che ci si aspetta da Cechov. Sono tutto il contrario della antica malinconia del drammaturgo russo e della malinconia perenne che coglie il pubblico nell'approccio generico al mondo del teatro.
P.S. All'ultimo momento aggiungo un altro capolavoro, un'altra serata teatrale indimenticabile del 2002. Alla fine di maggio, come un fulmine è passato alla Stazione Leopolda di Firenze la Médée Matériau di Heiner Muller. Potenza straordinaria dell'attrice francese Valèrie Drèville che, poco a poco denudandosi, svela la debolezza, cioè la forza, del corpo, cioè della voce femminile. Ma soprattutto potenza del regista Anatolj Vassiliev: gli bastano un testo lungo tre pagine, un piccolo schermo, un catino, un fantoccio e un po' di fuoco per dimostrare come il teatro sia lontano da qualunque possibilità di tramonto.