Il paradiso c'è, è artificiale

di Roberto Alajmo

 

L’isola, veramente, è proprio un'isoletta. Si trova nell'Egeo settentrionale, a sei chilometri dalla costa turca. Se la geografia non fosse un'opinione, anzi, dovrebbe appartenere senz'altro alla Turchia. Sulla cartina si trova subito a est dell'isola di Chio, ma non la conosce nessuno. Neppure sul nome c'è concordanza: la traslitterazione oscilla fra Inousses, Inusis e Oinusses. Nessuno si è preoccupato di fissarne l'ortografia perché il suo nome non ricorre né sulle guide né nelle abituali conversazioni di tarda estate, al ritorno dalle vacanze. Eppure Inusis è un'isoletta per niente brutta. Anzi, piuttosto bellina: litorali incontaminati, edilizia composta  e  circoscritta, chiesette bianche su mare azzurro. Un'isola greca, insomma

Su richiesta, l'ufficio ellenico del turismo rilascia note piuttosto scarne: 17,8 chilometri quadrati, 59,3 chilometri di coste che comprendono però anche gli isolotti schizzati tutt'attorno, 689 abitanti. Potrebbe essere insomma una specie di paradiso turistico, ma c'è un unico albergo, e per giunta piccolo, spartano e recondito. Se uno chiede agli abitanti perché il turismo sia sottosviluppato ottiene risposte sfuggenti, e solo poco alla volta, col procedere della confidenza, si viene a scoprire la verità.

La verità è che Inusis è un'isola incantata. A tenerla sotto incantesimo è un manipolo di ricchi armatori che da qui sono partiti per costruire la loro fortuna - notevole fortuna. I nomi sono Lemos, Pateras, Agipateras, Ignos, Angelakos. Inusis ha una formidabile tradizione nel settore dell'armatoria privata. Le famiglie comprano una barca, poi una barca più grande, poi due barche più grandi, poi una nave e cosi via. Tanto che con il passare degli anni tutte le grandi famiglie di Inusis hanno posto la loro residenza ad Atene o a Londra. Nella loro isola però tornano tutti nel mese di agosto per trascorrere le vacanze in villa, dove gettano via cravatte e doppi petti per riprodurre filologicamente la loro vita precedente, ricalcata su quella dei loro padri, fatta di gran mangiate e bevute conviviali alternate a lunghe dormite

Il perfetto ecosistema delle loro vacanze non deve essere turbato da fattori eccentrici, e per ottenere questo scopo hanno riversato sull'isola una caterva di denaro, a condizione che però Inusis rimanga nella sostanza com'era durante la loro infanzia. In una gara di mecenatismo, gli armatori hanno realizzato una serie di opere fuori dell’ordinario. C'è, per esempio, uno stadio polivalente capace di accogliere un numero di spettatori superiore a quello degli abitanti dell'isola stessa. Né si può dire che a Inusis ci sia una squadra di calcio degna di questo nome. C'è poi un museo navale molto ben allestito, degno di essere visitato da un pubblico numeroso, solo che non ci va mai nessuno perché gli abitanti indigeni ormai lo conoscono e turisti non ne vengono. Eppure non mancano mai i soldi per nuove acquisizioni di modellini o di tele a soggetto marinaro

 

«Un teatro dove nessuno

fa spettacolo»

Altri edifici di rilievo: un teatro dove nessuno fa spettacolo una biblioteca dove nessuno legge i libri, un'accademia navale dove pochissimi imparano l'arte di andare per mare. A ciò si aggiungano un monastero e una chiesa particolarmente sfarzosi e sovradimensionati rispetto al contesto. In compenso c'è solo una strada, che fa approssimativamente il periplo dell'isola ed è in buona parte sterrata. In mezzo a tante opere pubbliche il sindaco non ha intenzione di farla asfaltare perché si sa che le strade asfaltate attraggono automobili. Automobili di turisti

«Ogni due anni al porto

viene istallato un busto di bronzo»

 

Il sindaco è pure lui un armatore. Si chiama Evangelos Angelakos. Indossa una camicia bianca col collettorie e una giacca blu coi bottoni dorati.

Ha la caratteristica di gesticolare molto per sottolineare quel che dice e gesticola anchementre l’interprete traduce quel che ha appena detto gesticolando, il che conferisce una certa enfasi alle sue parole

Disegni di Gastone Mencherini

 

E stato eletto con l'appoggio dei suoi colleghi col mandato di mantenere Inusis sotto incantesimo, dato che anche gli incantesimi, una volta avviati, hanno bisogno di manutenzione. Per esempio, mediamente, ogni due anni, nell’area del porto viene installato un busto di bronzo o di marmo. A parte un monumento al Marinaio Ignoto e uno alla Madre del Marinaio Ignoto, gli altri sono tutti ritratti di armatori. Di solito è l'armatore figlio che finanzia il monumento all'armatore padre, ma non è strettamente necessario essere morti per aspirare a un busto con vista sul mare; ogni tanto l'amministrazione comunale fa un'eccezione.

Le inaugurazioni di monumenti o di nuovi edifici pubblici sono gli unici eventi che accadono a Inusis. L'ultima delle cosiddette hard news risale al 1906, quando un veliero proveniente da Marsiglia che trasportava laterizi fece naufragio sulle coste meridionali della Sicilia. A bordo c'erano otto marinai, tutti di Inusis, tutti della stessa famiglia: zii, nipoti, fratelli e cugini Lemos.

Da allora in poi, calma piatta. Nulla. Nemmeno un incidente coi dirimpettai turchi, malgrado sulle scogliere orientali dell'isola si scorgano dei cavi d'acciaio che finiscono in mare rispondendo a imperscrutabili esigenze difensive. In ogni caso: niente invasioni da parte dei turchi. E nel novantanove, quando c'è stato l'ultimo comune terremoto, hanno calcolato che le due rive  si sono avvicinate di un paio di metri, sia da un punto di vista fisico che da un ideale punto di vista diplomatico. A Inusis, insomma, non succede niente.

La vita è facile, e i seicentoottantanove residenti non osano lamentarsi. Ma qua e là, specialmente dopo il secondo bicchiere di. Ouzo, gli occhi si appannano e viene fuori una sorta di infelicità senza desideri. A Inusis la ricchezza dei mecenati ricade a pioggia su tutta la cittadinanza sotto forma di opere pubbliche. La natura rimane intatta. Eppure, quegli stessi abitanti mediamente provvisti di ogni optional della civiltà si trovano a fare i conti con un lungo inverno di scontentezza. Perché se è che sull’isola non succede mai niente di male, non succede tuttavia nemmeno niente di nuovo. Per questo i giovani appena possono vanno via, come da tutte le Isole: non vogliono fare più la vita dura che tocca ai marinai ma nemmeno si rassegnano a fare da guardiani dell’isola per conto degli armatori. In teoria si trovano a vivere in una specie di eden incontaminato e ultra-accessoriato, ma nella pratica avvertono che questo galleggiamento fra un passato altrui e una modernità incompiuta non riesce a renderli soddisfatti.

artono, allora. Vanno a cercare da qualche altra parte un infelicità che   risulti   almeno,   e finalmente un infelicità qualsiasi.