
Quant'è buono quel pane!
Va d'accordo con tutto
di Raffaele Nigro
(illustrazioni e disegni di Mara Cerri)
L'amico di un mio amico,un certo
Michele,un un
giornalista
di settant'anni,chiacchierando del pane ricordava giorni fa alla figlia
venticinquenne che durante la guerra non c'era granché da mangiare e anche il
pane era razionato, cento grammi giornalieri a testa. La figlia pare rispondesse
con disgusto: "Cento grammi? Che schifo! " Perché la sua dieta
vietava categoricamente il pane.
Questa
battuta mi ha fatto pensare a mio padre, era un panista senza uguali. Mangiava
pane e uva, pane e pomodori,pane e fichi. Insomma il pane era il compagno
prediletto. A suo dire l'amore per il pane era nato in casa,dove erano dieci
figli e non c'era molto da mangiare. E si era irrobustito durante la prigionia
in India, dove si poteva mangiare solo erba.
Il
pane dunque. Ricordo quando a Melfi si faceva il pane in casa. Era una iattura.
Non perché bisognasse
la sera andare a prendere il crescente,che era un lievito
casereccio, o perché fosse necessario passare dal fornaio per avvertire che
l'indomani avremmo fatto il pane, ma per altre ragioni che vi dirò. Il lievito
era un pugno di pasta lievitata che si conservava in una ciotolina di terracotta. E questa pasta si
prendeva in prestito dalle vicine oppure dal fornaio. lo andavo al forno che era
un antro infernale.Fuori c'erano montagne di fascine e dentro una luce arancione
che si sprigionava dalla bocca del forno. Bisognava fare la coda.
Il
lievito, mi spiegava mia madre, è come il carbone acceso che propaga il fuoco
al carbone spento. Oppure come il seme del maschio, buono per ingravidare la
femmina.
La
iattura di cui dicevamo era per il giorno successivo. Alle tre di notte infatti
quando tutti dormivano passava la sveglia. La sveglia era il fornaio o il suo
aiutante che percorreva i vicoli con un elenco di nomi in mente e gridava "Teresì',impasta!
Teresì'
era mia madre,Teresina del Bambino Gesù, che si buttava giù dal letto, apriva
uno spioncino della finestra e salutava il fornaio che si chiamava Michele ma
che per essere grosso come un elefante lo soprannominavano Scafalone. Questo
Scafalone salutava e passava oltre e continuava a dare voce alle donne che si
erano prenotate per l'infornata e si sentiva gridare "Nate' impasta oppure
"Mariandò impasta" e così via. lo mi avvoltolavo nelle lenzuola e le
lenzuola si avvoltolavano nelle coperte e le coperte si avvoltolavano nel plaid
di lana. La memoria del pane si accompagna non so perché a una memoria di
freddo. Forse perché Melfi è un paese seduto sotto l'Appennino, sotto il
Vulture e da settembre a giugno non riesce a liberarsi dal gelo. Un gelo che
diventa polare nei mesi più crudi. Tant'è che una volta Scafalone dopo aver
chiamato tre volte Teresì bestemmiò, perché Teresina del Bambino Gesù non si
affacciava e dunque segno che non si era ancora svegliata. Scafalone allora gridò
"Teresì, per Dio, mi sto affogando! " e significava che fuori
nevicava. Ma nevicava di brutto. E infatti qualche ora dopo, quando il sole si
affacciò dalle Serre e le imposte e le finestre si riempirono di luce,fu una
luce troppo vivida,troppo lattea. La luce della neve. I lastroni di ghiaccio
pendevano dai tetti e dalle grondaie e dai vasi di gerani. E tutto il basolato e
il chiangolizzo erano coperti di nevi, solcati da una fila di buchi che erano le
orme lasciate da Scafalone. Una neve seria, che ancora fioccava. Roba di un
metro. Che bisognava poi armarsi di pala e scopa e cominciare a spalare e
scavare cunicoli come trincee e raggiungere le case di Fulmìna la monteverdese,
perché questa Fulmìna o Fulminella era una vecchia di ottant'anni,viveva sola
e camminava dinoccolandosi come un'orsa tant'erano le artrosi. Bisognava
raggiungere questa casa e altre case dove c'erano i vecchi e portare pane e
minestra e legna, se non si voleva trovarli morti stecchiti.
Mia
madre raggiungeva un angolo della casa dove giganteggiava un sacco di iuta,gli
arrotolava la bocca e pigliava con una scodella la farina. Ne pigliava dieci
scodellate, che significavano dieci chili di farina e versava nel cassettone.
Sentivo l'acqua che bolliva in un pentolino. Mia madre impastava,con un rumore
delicato e soffice. Infilava i pugni nella massa e li girava,come volesse
avvitare una vite con un cacciavite o far ruotare una chiave nella toppa. Mia
madre avvitava i pugni paffuti, ogni tanto si infarinava le mani come col
borotalco e tornava a lottare nel ring della madia. Mia madre lottava contro una
massa sterminata di farina e di acqua calda e di lievito. Io mi ero
riaddormentato come il pugno di lievito nella massa di coperte lenzuola sogni e
tepore. Anche la massa veniva coperta, perché si tenesse calda e crescesse. Era
una faccenda magica. Io continuavo a dormire finché non sentivo nuovamente la
voce di Scafalone che gridava "Teresì scana" che non ho mai capito
che significasse. Era un verbo strampalato, del quale forse neppure i miei
genitori sapevano bene la derivazione e il significato letterale. Sapevano
soltanto che a quel verbo bisognava preparare le forme di massa. Mia madre ne
preparava due tre di parecchi chili ognuna. Diceva "Venite a vedere,la
pasta è cresciuta una bellezza". Col manico del coltello segnava una croce
su ognuna delle forme e poi faceva un maccherone lungo di pasta e acciambellava
le iniziali del suo nome T.N., per Teresina Nigro. Ne preparava tanti quante
erano le forme di massa da infornare. Ma c'erano altre donne che avevano un
timbro di legno. Il timbro aveva un'impugnatura in forma di pupo e al posto dei
piedi c'erano le iniziali della famiglia. Li chiamavano marchi per il pane. Ma
erano robe di famiglie numerose, dove si preparavano fino a cinque sei ruote di
pane. Un pane gigantesco, di cinque sei chili ogni forma. Un pane che doveva
durare una settimana. Per la casa di Pantagruel.
In
una teglia mia madre schiacciava invece un pugno di massa, vi sistemava una
diecina di pomodorini di quelli che chiamiamo eterni perché si conservano
appesi per tutto l'inverno e poi due costole di acciuga, un filo d'olio e
arrotolava.
Al
mattino Scafalone ripassava col suo asse di legno, si caricava come un somaro e
spariva inseguito da mia madre. E due ore dopo eccola Teresina del B.G. che
tornava con la sfogliata. Io mi ero appena lavato gli occhi, le orecchie, come i
gatti. L'acqua era fredda,l'aria era fredda, la casa era fredda. Solo la
sfogliata del forno di Scafalone era caldissima,pronta da addentare, prima di
scuola.
Quando
tornavo il pane era già nella madia. Sarebbe durato una settimana, un pane
giallo oro, enorme, massiccio. Io gli preferivo il pane bianco di semola, quello
che si acquistava dal salumiere o al panificio. Erano piccole forme tenere e
croccanti. Un pane di città. Un pane borghese o aristocratico che si consumava
nei ristoranti e ai matrimoni, sfilatini, panini, rosette. Il pane dei tempi
nuovi.