Messe nere

 

di Ugo Cornia

 

(illustrazioni di Mauro Cicaré)

 

 

Nel millenovecentottantacinque, in quinta liceo, fui interrogato in matematica con intenzioni punitive assieme ad una mia compagna di classe molto carina; io perché pur essendo maschio avevo i capelli lunghi, e lei perché, pur essendo bella si era fatta un taglio di capelli asimmetrico, lunghi a destra e rasati quasi a zero a sinistra.

In seguito a quell’interrogazione, in modo totalmente miracoloso e inaspettato, io e questa ragazza che non c'eravamo mai parlati né salutati, in pochi giorni abbiamo fatto amicizia.

Mi ricordo che una sera, dopo neanche un mese, lei mi ha telefonato che se non facevo niente passava a prendermi perché voleva a tutti i costi andare a vedere un posto vicino a Sassuolo, ma non aveva il coraggio di andarci da sola.

Dopo poco mi aveva suonato il campanello e io ho fatto tutte le scale di corsa e sono saltato nella sua macchina.

A metà strada tra Modena e Sassuolo c'eravamo fermati sotto un lampione di quelli gialli, che era in un posto abbastanza isolato, in pratica dell’asfalto con un lampione giallo, piantato in mezzo a dei prati.

Allora aveva tirato fuori dai seggiolini dietro della sua macchina un borsone e mi aveva detto che doveva darmi una sistemata. Mi aveva messo addosso un tunicone nero e delle croci che sembravano d'argento, poi aveva preso un pettine e della lacca e aveva cercato di tirarmi su i capelli in modo che stessero dritti, anche se essendo molto lunghi non stavano dritti per niente, poi mi aveva truccato gli occhi e dipinto le labbra con un rossetto blu come se fossi la faccia di un sarcofago egiziano, e io, mentre mi guardavo nello specchietto retrovisore questa mia faccia da sarcofago ero abbastanza compiaciuto di me stesso e mi sembrava di esser diventato più bello.

Poi anche lei si era sistemata in modo analogo, e aveva detto che adesso eravamo diventati perfetti per la nostra missione e che era ora di partire. Infatti siamo partiti.

Abbiamo girato per un po' intorno a Sassuolo perché lei non era sicurissima di dove si trovava il posto.

Alla fine siamo arrivati in una stradina periferica che era quella giusta. Allora a un certo punto ci siamo fermati davanti a un cancello in mezzo al niente, cioè senza muri di cinta, appeso a due colonne.

Il posto che mi voleva far vedere, che stava cento metri dopo il cancello, era un grande edificio che sembrava per metà una vecchia caserma e per metà una colonia.

A quel punto mi ha detto che della gente le aveva raccontato che lì dentro ci facevano le messe nere, perché di giorno ci si trovavano dei resti di polli sgozzati, poi mi ha detto "entriamo". Ma io le ho detto che non avevo tanta voglia di entrare in un posto dove facevano le messe nere: specialmente di notte a causa del buio non ne avevo voglia per niente. Poi le ho detto che l’edificio mi sembrava così malmesso che anche senza messe nere sarebbe stato molto meglio tornarci di giorno, perché secondo me c’erano anche dei pavimenti sfondati. Lei mi ha detto che ero pauroso e che andava da sola, che io stessi lì a aspettarla. È partita, ma dopo dieci metri si è fermata e voltata e mi ha ridetto "dai vieni, non fare lo stupido", ma io le ho detto che c'era un cielo bellissimo, e che stavo a aspettarla guardando le stelle. Ma mi scappava da ridere, perché era ovvio che aveva paura ad andarci da sola e che tornava indietro. Infatti ha fatto un'altra decina di metri, mi ha richiamato,ma poi è tornata indietro; a me continuava a scapparmi da ridere e alla fine siamo tornati a casa.

Qualche giorno dopo, una mattina, davanti a scuola, abbiamo deciso che invece di entrare saltavamo in macchina e tornavamo a Sassuolo. Allora siamo partiti e siamo tornati in quel posto, che pur essendo quasi attaccato alla città dava una grande idea di isolamento. Guardare di giorno, con la luce del sole, le finestre aperte degli edifici in stato di abbandono, che diventano sempre dei buchi neri, mi ha sempre messo addosso dell’agitazione. Dopo aver guardato l’edificio dal cancello lei ha detto "andiamo" e ci siamo incamminati per entrare.

Dentro agli stanzoni grandissimi abbiamo visto dei giochi da bambini rotti, delle bambole di pezza e dei cavallini, e si vedeva anche dei maglioni e dei pigiami sparpagliati per terra, come se in quel posto ci avessero dovuto abitare dei disgraziati che a un certo punto erano scappati via di corsa.

Tutta questa roba si vedeva un po' in tutte le stanze.

Abbiamo anche trovato di quei collant da donna color carne, usati, che a me, anche quando sono stesi alle finestre, col fatto che si rattrappiscono, mi hanno sempre fatto senso perché, per quanto siamo belli e facciano voglia su una gamba, quando sono tolti assomigliano sempre a dei profilattici usati o a delle budelle. Invece non c’era un pollo sgozzato neanche a pagarlo oro.

Di sgozzato non c'era niente, mentre c'erano molti pavimenti sfondati da cui si vedeva di sotto e c’era una scala buia che scendeva verso i sotterranei. Quando lei mi ha chiesto se andavamo a fare un giro di sotto, le ho detto che l'idea non mi sfiorava neanche da lontano.

Allora abbiamo continuato a girare in questi stanzoni, e a un certo punto siamo arrivati a una stanzina un po’ nascosta, ma anche dentro a quella stanzina di polli sgozzati non c'era neanche l'ombra, invece c'era una pila di giornalini pornografici, di quelli con le fotografie, e un sacco di lattine di birra vuote, e io subito mi sono tranquillizzato. - Niente messe nere - mi sono detto.

Allora lei mi ha detto che per quel che la riguardava potevamo anche andar via. E siamo andati via.

Siamo andati via da quel posto che eravamo di un umore molto discordante: io ero contento di non aver incontrato della gente che faceva le messe nere, ma soltanto giornalini porno, invece lei c’era rimasta malissimo ed era veramente delusa di non aver trovato i polli sgozzati.