
Psicoanalisi dell'angelo
di Luigi Malerba
(Illustrazioni di Mauro Cicaré)
I
pensieri degli angeli
Gli antichi mistici del deserto dopo lunga
osservazione riuscirono a scoprire le differenze tra i pensieri degli angeli,
quelli degli uomini e quelli ispirati dal demonio. I pensieri degli angeli
cercano di penetrare il significato spirituale e simbolico delle cose, quelli
del demonio non conoscono e non comprendono nulla ma suggeriscono solo il
possesso delle cose, i pensieri degli uomini si limitano a introdurre nella
mente una nuda immagine delle cose.
Quasi
mai ci si è preoccupati di introdurre nella mente una nuda immagine dei sogni,
di osservarne la forma, la composizione e i riferimenti, ma si è cercato sempre
e soltanto di captarne i supposti messaggi attraverso simbologie fantasiose e
analogie peregrine. Non si potrebbe immaginare un rapporto peggiore con le cose
(i sogni) di quando l'uomo pretende di assumere il posto degli angeli.
Il
mistero attrae e seduce, ma spesso è proprio il suo fascino che ostacola la
conoscenza. Il mistero della lingua etrusca ha attratto e sedotto per lunghi
tempi schiere di studiosi, ma in questo caso è indifferente che non siano
caduti tutti i veli perché, quand'anche si riuscisse a possedere un perfetto
vocabolario di questa lingua, non troveremmo niente da leggere al di fuori di
scarne iscrizioni tombali. Il sogno invece dispone di una sterminata, costante e
quotidiana produzione di «opere», ma come l'etrusco ci mette di fronte
all'imbarazzante consapevolezza del nostro analfabetismo.
Non
so se è a causa di questo analfabetismo che abbiamo trovato
rifugio nella simbologia degli angeli o se siamo rimasti analfabeti a causa di
questo rapporto con i sogni angelico e primitivo nello stesso tempo. Ma forse è
proprio l'incertezza della materia e la difficoltà delle verifiche che ha
prodotto una serie sterminata di repertori e manuali per l'interpretazione
simbolica dei sogni. Già vanescente di per sé, che cosa resterà di un sogno
sottoposto alla forza distruttiva dei simboli? Perché
mai un cipresso nella
realtà è soltanto un cipresso e nel sogno è un simbolo fallico? Perché una
barca nella realtà è soltanto una barca e nel sogno diventa il simbolo del
sesso femminile? Alcuni junghiani arrabbiati hanno affermato che il pene è
soltanto un simbolo fallico. Si tratta di una affermazione paradossale,
d'accordo, ma la simbologia degli angeli può essere non meno distruttiva di
Carl Gustav Jung.
L'io aperto
Una
quieta accettazione di ciò che accade nel sogno si accompagna molto spesso a
una quasi-identificazione o a una
compenetrazione
del soggetto con le persone e gli oggetti che popolano il sogno. Perfino un
antagonista del soggetto può improvvisamente, o lentamente, compenetrarsi in
esso perché l'io soggettivo è «aperto», non è una monade chiusa come
succede, nell'ambito del reale, all'io cosciente della propria unità. Per
questo le immagini del sogno sono spesso disunite o sfocate, corrispondono alla
visione periferica che ci permette di individuare le immagini circostanti anche
quando il nostro sguardo è concentrato su un'area ristretta. Un grande
palcoscenico nel quale lo spettatore mette a fuoco il «centro» della scena, ma
«vede» e segue anche le azioni secondarie che si svolgono nella zona rimasta
in ombra. Qualche volta sono proprio queste azioni periferiche che impressionano
la memoria, che svolgono un altro discorso, più lontano, più sfumato, ma di
orizzonti più vasti. In questa «ottusità» il sogno si differenzia dalla «acutezza»
del linguaggio, parola o scrittura, perché presenta varie cose che «accadono
insieme» mentre il linguaggio descrive «una cosa per volta». È difficile
pertanto stabilire quanto la scelta delle immagini superstiti, dopo i lunghi
naufragi notturni, sia determinata dalla personalità di chi sogna o quanto sia
invece dissociata dal soggetto
Spesso,
mentre sogno, alle mie spalle c'è un'ombra, una figura indistinta che mi
accompagna e qualche volta scompare non «in lontananza» ma «nella mia
direzione», cioè verso e dentro di me e non fuori. Il mio io sognante è
quindi un io multiplo, mobile, sfuggente, senza «sentimento di sé», un
soggetto dalla personalità incerta, un io «sfumato ai bordi» che permette
intrusioni di «altri» che in esso si rifugiano, ma anche di corpi estranei,
oggetti e detriti vari. In questa indeterminazione del soggetto (del protagonista)
possiamo intravedere un'altra conferma che il sogno porta nel microcosmo umano
le immagini alterate di un caos vagabondo che proviene dal passato remoto e che
ci precede sulla direttiva del futuro.
Salti
in nero
Il
montatore dei film di Roberto Rossellini Eraldo Da Roma mi ha raccontato un
giorno che durante il montaggio di Paisà
si
era trovato più
di una volta in angustie per la mancanza dei cosiddetti «attacchi». Gli
attacchi sono nel cinematografo il giunto simmetrico del passaggio da una
inquadratura all'altra all'interno della stessa sequenza. Se l'uomo che bussa
alla porta è vestito di nero, quando gli viene aperto dall'interno ed entra
nella casa, non può essere vestito di bianco (gli errori possono verificarsi
soprattutto quando le due inquadrature vengono girate in giorni diversi). Se
l'attacco non è perfetto si verifica un salto, una discontinuità sintattica,
un piccolo scarto produttore di un piccolo disagio nello spettatore.
Rossellini
girava i suoi film con disinvoltura, cogliendo le opportunità narrative senza
preoccuparsi degli attacchi, mettendo spesso in difficoltà il montatore che in
moviola doveva tenere insieme le varie inquadrature. Per quanto disinvolto
potesse essere anche il montatore di un regista disinvolto, in certi casi il «salto»
appariva eccessivo. Nell'episodio di Paisà ambientato sulla foce del Po, un
episodio che alla disinvoltura del regista univa una realizzazione avventurosa,
Eraldo Da Roma ricorse a un espediente del tutto inedito che segnalo ai filologi
dell'opera di Rossellini: fra una inquadratura e l'altra, quando il «salto»
gli sembrava eccessivo, il montatore introdusse un fotogramma nero. L'effetto
risultò sorprendente. Un fotogramma isolato proiettato alla velocità standard
di ventiquattro fotogrammi al secondo, come si sa non viene percepito
dall'occhio come immagine autonoma ma produce un effetto subliminale, in questo
caso una brevissima pausa che permetteva un «passaggio morbido» da una
inquadratura all'altra, senza create fratture nel ritmo visivo.
Questo
«salto ammorbidito» si verifica normalmente nel sogno senza soccorso di
fotogrammi neri, e contribuisce a creare nel sognatore l'illusione della
continuità anche nei tragitti più accidentati. Ciò che nel cinema si ottiene
con dissolvenze, fondu o espedienti come quello inventato dal montatore di Paisà, nel sogno si ottiene automaticamente senza la
complicità del sognatore che non ha grandi pretese come spettatore nei
confronti degli spettacoli di cui è egli stesso il regista e il produttore
Luigi Malerba
pubblicherà il prossimo anno per Einaudi un libro intitolato La
composizione del sogno.