Morti patetiche di letterati

 

 

 

di Michele Mari

(illustrazioni di Roberto Menotti)

 

 

 

Morti di crepacuore

 

Marcatonio Raffo detto il Ventola, incisore e tipografo, vide un disegno del celebre Raffaello Sanzio nella galleria del cardinale Pozzobonelli: ritrattane grandissima invidia, in capo a tre giorni se ne morì. Accanto al suo cadavere furono trovati molti torsi di mela rosicchiati e diverse e maldestre copie del detto disegno.

 

Alessandro Guidi intraprese la traduzione di tutte le omelie di papa Clemente Xl. Avendola dopo lungo tempo completata e stampata volle offrire personalmente la propria fatica al pontefice, che allora villeggiava in Castel Gandolfo. Partitosi di Roma e sfogliando il proprio volume durante il viaggio vi trovò alcuni errori di stampa, dei quali fu afflitto a tal punto che, chiesto al conducente di sostare per breve mora a Frascati, qui passò all'altra vita.

 

Il celebre Cesariano, contrariato per non avere ottenuto dalla sua versione di Vitruvio il compenso sperato, non volle più operare né scrivere, e ritiratosi in un suo podere si fece salvatico fino a morire, come dice il Tiraboschi, più da bestia, che da persona,.

 

Teseo Ambrogio, ebraista, approntò una mirabile edizione plurilingue del Salterio. Passando i Lanzichenecchi per Pavia, dov’era la tipografia, tutta la misero a sacco come avrebbero fatto di Roma nel medesimo anno 1527, nella quale occasione il Salterio, e quanto avea raccolto l’Ambrogio di codici caldei, siriani, armeni, ebraici e greci, e i caratteri della stampa fatti appositamente fondere con grandissima spesa insieme a tutti gli apparecchi dell'edizione andarono miseramente dispersi. Cadde l’Ambrogio in profonda e tenace prostrazione d'animo, e quando nel 1534 ritrovossi presso un pizzicagnolo di Cremona la parte caldaica di detto salterio egli, impietosito al vederla sì lacera e rovinata, non che gioire del fortunato ritrovamento ne morì di dispetto.

 

Camillo Pellegrini, uomo dottissimo quanti altri mai in ogni sorta di erudizione, sentendosi vicino a morte ordinò a una sua serva che dopo le sue esequie n'abbruciasse tutte le carte manoscritte. Udendo un giorno questa donna che i medici predicevano al Pellegrini sol poche ore di vita, eseguì fedelmente il comando del suo padrone, che ristabilitosi pienamente volse tornare alle interrotte fatiche le quali vedendo irrimediabilmente consumate dal fuoco venne in tanta malinconia che in capo a pochi dì morì veramente.

 

Morti di furore

 

Giovanni Argiropulo, dopo molti anni spesi nel commentare Aristotele, giunto quasi al termine della sua fatica, fu veduto abbandonare improvvisamente il tavolo cui lavorava e correre all’aperto, dove, scorto un patente e profondo pozzo, vi si gettò rimanendo affogato.

 

Sassuolo da Prato, essendogli negato l’ingresso in Arezzo, venne in un tale furore di frenesia che, date delle gran testate contro la porta della città, corse a gittarsi in un fiume, dove la mattina seguente fu trovato morto.

 

Supplizi

 

Caduto infermo il Gran Turco, il celebre medico Gabriella Zerbi fu chiamato a curarlo con promessa di grandi tesori. Condottosi a quel paese con un suo figliolino, Gabriello riuscì a risanare il Turco per modo che ripartirsene carico di preziosissimi donativi. Senonché, tornato alle antiche dissolutezze, il Turco ricadde violentemente nel suo male e in capo a pochi giorni spirò. Indignati del fatto i suoi famigliari spedirono una nave dietro quella del medico, che, raggiunto, fu riportato indietro, e accusato di veneficio sofferse l’inumano spettacolo di vedere il suo figliolino segato vivo fra due tavole prima di essere ucciso ancor lui col medesimo tormento.

 

Scipione Tetti, uomo dottissimo, fu dannato al remo con l'accusa di empietà nel parlare di Dio. Non potendo remare a tempo con gli altri galeotti a cagione della debole sua complessione, fu strozzato dal carnefice mentre ancora era legato al suo banco.

 

Jacopo Bonfadio scriveva gli annali della città di Genova quando, infamato da cosa che non è mai stata rischiarata, fu tradotto in carcere e dopo pochi giorni decapitato. Il cadavere fu poi dato alle fiamme alimentate dalla parte compiuta dei suoi stessi annali.

 

Morti di contentezza

 

Galeazza de' Rossi, credendo di essere il primo inventore della coclea, ne fu sì lieto per modo che morì.

 

Suicidi

 

L’improvvisatore Camillo Querno, autore di un poema di ventiduemila versi latini intitolato Alexiados, serviva di trastullo alle cene di papa Leone X, dove veniva inghirlandato con corone di foglie di cavolo e premiato con bocconi che egli avidamente si divorava stando in piedi presso una finestra. Abbandonata la corte papale per fuggire quell’umiliazione si recò a Napoli, dove cadde in tanta miseria che, scrive il Tiraboschi, «lacerandosi da se stesso colle forbici il ventre e le viscere, disperatamente si uccise».


Disgrazie

 

Invitato da Luigi XI Galeotto Marzio si mise in viaggio per Lione, dove il re teneva allora sua corte. Giunto alla porta di quella città si scontrò con il corteo del re che ne usciva, e volendo per omaggio di scendere a terra dalla sua mula fu trascinato dalla propria grassezza con tale impeto da rimanere morto sul colpo.

 

Giambattista Danti inventore, adattatesi alle spalle due ali, volò dalla parte più eminente di Fiesole finché, rottosi il ferro che sosteneva l'ala sinistra, precipitò nel chiostro della chiesa di S. Maria delle Vergini.

 

Morti per incontinenza

 

Francesco Vettori morì per vomito impetuoso cagionatogli dal soverchio mangiar di nespole. Martino Branda morì per aver mangiata in due giornate una quantità di poponi sufficiente, secondo il Giovio a sfamare un intero convento.

 

Morti per inedia

 

Jacopo Cavedone pittore perse di riputazione talmente che fu costretto a dipingere le tavolette votive ai cantoni delle strade e a vivere di limosine; finché afflitto da tremore che gl’impediva il disegnare, si morì di stenti nella città di Bologna.

 

Andrea Marrone poeta, avendo perso ogni avere nel sacco di Roma, si ridusse a mendicare il pane per le vie, e non trovandone passò all'altra vita.

 

Agostino Steuco insigne teologo cadde in miseria tale che per campare girava i paesi scardassando la lana delle coltrici. finché una donna, messasi a cercarlo perché non vedeva restituirsi la coltrice all’ora convenuta, nol trovò morto sul suo banchetto.

 

Morti per malattia

 

Baldo degli Ubaldi giureconsulto mori morsicato da un suo fedele cagnuolo improvvisamente fatto rabbioso.

 

Niccolò Calfurnio in altro non occupavasi che in acquistare fama con le sue letterarie fatiche; finché colpito da parlasia e perduti il movimento e la parola, morì senza potere nemmeno indicare le opere ch’egli lasciava composte, delle quali poi altri s’usurparono il merito.